Per una filosofia della ferita e della presenza
Ci hanno convinti che la vita debba per forza avere un senso, che ogni dolore debba insegnare qualcosa, che ogni ferita debba essere “utile”, trasformabile, spendibile. È una delle menzogne più raffinate del nostro tempo. Una menzogna che non consola davvero, ma anestetizza. La verità è che non tutto salva, non tutto redime, non tutto si lascia convertire in crescita. Alcune esperienze semplicemente accadono e lasciano una crepa permanente nell’esistenza, e il nostro tentativo ossessivo di nobilitarle come “lezioni” è spesso solo un modo elegante per non guardarle in faccia. Esiste una stanchezza che non è malattia, non è burnout, non è diagnosi: è la fatica di essere al mondo. Il Novecento filosofico lo ha detto senza anestesia: vivere non è naturale, non è spontaneamente felice, non è un movimento armonico verso il bene. Vivere è esposizione, è attrito, è perdita continua. Chi sente il peso dell’esistenza non è guasto: è spesso il più lucido. Perché solo chi non si difende troppo avverte che la vita non è una superficie liscia ma un terreno instabile, pieno di domande che non cercano risposte rassicuranti. Oggi il vero scandalo non è soffrire, ma mostrare una sofferenza che non vuole trasformarsi in spettacolo, in “percorso”, in riscatto. Puoi stare male, purché tu prometta di guarire in fretta. Puoi crollare, purché tu ne ricavi un contenuto condivisibile. La sofferenza, in questo tempo, deve essere produttiva, il dolore deve servire a qualcosa, la crisi deve diventare opportunità. Tutto ciò che non serve, che non rende, che non migliora, viene rimosso come un errore di sistema. Eppure l’umano è fatto proprio di ciò che non funziona, di ciò che non torna, di ciò che non si lascia ottimizzare. Non siamo soggetti compatti, coerenti, integri: siamo campi di battaglia. Dentro ogni persona convivono desiderio e ritiro, slancio e distruzione, fame di legami e tentazione di sparire. L’idea che dovremmo essere sempre padroni di noi stessi è una fantasia di controllo che nega la struttura stessa dell’esperienza umana. Non siamo un progetto lineare, siamo una tensione aperta. C’è una verità che non consola, che non pacifica, che non promette salvezza: è la verità che toglie le impalcature, che lascia il soggetto nudo davanti alla propria finitezza. Non siamo qui per “realizzarci”, non siamo qui per diventare la versione migliore di noi stessi, non siamo qui per vincere. Siamo qui per attraversare ciò che siamo, anche quando non è presentabile, anche quando non è vendibile, anche quando non è felice. Questo attraversamento non garantisce serenità, ma forse garantisce l’unica cosa che conta davvero: la presenza a sé. E in un mondo che spinge continuamente alla fuga – dalle relazioni imperfette, dalla noia, dal fallimento, dal dolore – il gesto più radicale non è andare oltre, ma restare. Restare nella domanda, restare nella ferita, restare nel dubbio, restare in un legame che non funziona come dovrebbe. Non per eroismo, ma perché non c’è altra via per non ridursi a superficie. Forse il vero pensiero fuori dagli schemi, oggi, è questo: la vita non deve per forza avere ragione, non deve per forza giustificarsi, non deve per forza consolare. Deve solo essere attraversata senza mentirle. E chi rinuncia a salvarsi a tutti i costi, chi accetta di non essere risolto, di non essere pienamente guarito, di non piacere sempre, è spesso l’unico che resta davvero umano.
Fonti:
E. Cioran, Sommario di decomposizione;
S. Weil, Attesa di Dio;
G. Bataille, L’esperienza interiore;
M. Foucault, Sorvegliare e punire, La cura di sé;
A. Camus, Il mito di Sisifo.
—-—
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
