«Noi fummo ciechi, non lui. Moltiplicando gli occhi siamo rimasti al buio.»
Il verso di Montale colpisce perché non parla di mancanza, ma di eccesso. Non dell’assenza di sguardo, ma della sua proliferazione. È un’accusa sottile: non siamo diventati ciechi perché ci mancavano gli occhi, ma perché ne abbiamo voluti troppi. Nel mondo contemporaneo vedere è diventato un imperativo. Tutto deve essere esposto, mostrato, documentato, condiviso. Ogni esperienza sembra reale solo se è osservabile, fotografabile, raccontabile. Ma più aumentano i punti di vista, più si dissolve la possibilità di uno sguardo autentico. L’iper-visibilità non chiarisce: abbaglia. Montale intuisce un paradosso che oggi è strutturale. L’occhio moltiplicato non approfondisce, frammenta. Ogni cosa è vista da mille angolazioni, ma mai abitata davvero. Si passa sopra le immagini senza sostare, si consumano eventi senza attraversarli. L’eccesso di luce produce lo stesso effetto del buio: l’impossibilità di distinguere. C’è una violenza silenziosa in questo regime dello sguardo. Non si guarda più per comprendere, ma per controllare. Non per entrare in relazione, ma per certificare l’esistenza di qualcosa. Il vedere perde il suo carattere contemplativo e diventa una funzione. Un gesto automatico. Un riflesso condizionato. La filosofia del Novecento aveva già avvertito questo rischio. Heidegger parlava di un mondo ridotto a “fondo disponibile”, qualcosa che esiste solo nella misura in cui è esposto, utilizzabile, visibile. Debord avrebbe poi mostrato come lo spettacolo non sia un insieme di immagini, ma un rapporto sociale mediato dalle immagini. Montale, con un solo verso, arriva allo stesso punto: più occhi non significano più verità. La cecità di cui parla non è biologica, ma esistenziale. È l’incapacità di sostare, di accettare l’opacità delle cose, il loro diritto a non essere immediatamente chiare. Vedere tutto equivale a non vedere più nulla, perché lo sguardo ha bisogno di limite, di distanza, di silenzio. Forse il problema non è che non sappiamo più guardare, ma che abbiamo disimparato a chiudere gli occhi. A sottrarci. A rinunciare a una parte di visibilità per recuperare profondità. Ogni sguardo autentico comporta una perdita: ciò che non vediamo, ciò che resta nell’ombra, ciò che non si lascia catturare. Montale non rimpiange un passato meno illuminato. Indica una responsabilità. Non è “lui” a essere cieco — il reale, l’altro, il mondo — siamo noi, quando crediamo che moltiplicare gli occhi equivalga a comprendere. Il buio di cui parla non è fuori: è il risultato di uno sguardo che ha smesso di interrogare. Forse vedere, oggi, significa imparare di nuovo a togliere. Meno immagini, meno esposizione, meno rumore. Non per tornare all’ignoranza, ma per restituire allo sguardo la sua funzione più fragile e più umana: non possedere, ma incontrare.
—-
Fonti:
E. Montale – Diario del ’71 e del ’72” (Mondadori, 1973) – Postille ai testi
—-
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
