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Psicologia

Lo scacco del Padre e il tremore del Sangue: l’incontro col Reale nel Purgatorio

C’è un istante di rottura radicale nella topografia dello spirito, un punto di non ritorno che Dante Alighieri cristallizza nel trentesimo canto del Purgatorio e che ogni analista riconosce come il momento del crollo del Grande Altro. Dante si volge a sinistra con il riflesso incondizionato e quasi animale del «fantolin [che] corre alla mamma, / quando ha paura, o quando egli è afflitto», cercando nel Padre-Virgilio quella garanzia simbolica, quel Nome-del-Padre capace di nominare l’angoscia e dunque di placarla. È il “respitto”, la fretta carica di speranza di chi crede ancora che l’Altro possieda la chiave della propria salvezza, ma ciò che il poeta trova non è la parola rassicurante della guida, bensì un vuoto pneumatico, un’assenza che scotta e che segna il passaggio dalla protezione della Legge all’esposizione del desiderio. «Ma Virgilio n’avea lasciati scemi / di sé, Virgilio dolcissimo padre, / Virgilio a cui per mia salute die’mi», scrive Dante, e in questo “scemi” — che è svuotamento, privazione, scacco — risuona la fine di ogni transfert possibile. Virgilio, il “dolcissimo padre” a cui il soggetto si era consegnato per la propria “salute”, svanisce proprio quando il corpo inizia a tremare sotto l’urto di quella che il poeta chiama «l’antica fiamma». Qui Lacan incontrerebbe Dante sulla soglia del Reale, perché quel tremore non è affatto un’emozione romantica, ma è l’irruzione di un godimento che non passa per la cruna dell’ago del Simbolico; è il sangue che riconosce l’oggetto del desiderio e ne resta letteralmente sconvolto, poiché «men che dramma / di sangue m’è rimasa che non tremi». Il soggetto dantesco sperimenta qui la castrazione clinica nella sua forma più pura: la scoperta che l’Altro è mancante, che la guida non può accompagnarci fin dentro il nucleo incandescente del nostro sinthomo. La sparizione di Virgilio non è dunque un tradimento o una perdita accidentale, ma l’atto finale e necessario di ogni funzione paterna e, per estensione, di ogni analisi che giunga al suo termine: svanire come supporto, cadere come oggetto, per lasciare che il soggetto resti nudo e solo di fronte alla propria verità, senza più lo schermo del Maestro a fare da scudo. Dante vorrebbe ancora essere il “fantolin” protetto, vorrebbe che l’Altro rispondesse al suo posto, ma la comparsa di Beatrice — che non è affatto una figura consolatoria, ma un’immagine che interroga e frantuma l’io — lo obbliga a passare dalla posizione del figlio che domanda a quella dell’uomo che risponde del proprio godimento. In quel sangue che trema si gioca tutta la partita della soggettivazione: l’incontro con l’oggetto che ci abita e che, una volta svelato, ci lascia orfani di ogni sapere precostituito, costringendoci a inventare un nuovo modo di stare al mondo, oltre la soglia del Padre, laddove la parola non può più appoggiarsi a nessuno se non alla propria, tremante, responsabilità.

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Fonti:

D. Alighieri – Divina Commedia

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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