La scomparsa di Gino Paoli non è soltanto il silenzio di una voce, ma la chiusura di un cerchio clinico e poetico che ha sfidato le leggi della biologia e della psiche per oltre sessant’anni. Per noi che interroghiamo i misteri del soggetto, Paoli non è stato solo un cantautore, ma l’uomo che ha saputo ospitare il Reale nel punto più intimo del proprio essere, trasformando un detrito di morte in un motore di vita infinita. Quel tentativo di suicidio del 1963, quel colpo di pistola mirato al centro esatto dell’esistenza e che invece si è fatto carne, restando incapsulato nel pericardio per decenni come un ospite sgradito ma inseparabile, rappresenta la più formidabile incarnazione del concetto lacaniano di Sinthomo. Il proiettile non è mai stato rimosso, non ha mai lasciato il corpo: è rimasto lì, un pezzo di piombo muto, un “oggetto a” irriducibile che non poteva essere né evacuato dal sistema, né interamente simbolizzato dalla parola. Paoli ha compiuto l’atto analitico più difficile: ha scelto di non “guarire” da quel corpo estraneo, non ha cercato una purificazione impossibile, ma ha imparato a identificarsi con il proprio trauma, facendo di quel frammento metallico il baricentro della sua intera opera. La sua fragilità malinconica non è mai stata una patologia da trattare, ma una posizione soggettiva, una fedeltà assoluta a quella mancanza che lo portò a premere il grilletto e che, paradossalmente, gli permise poi di cantare una tensione senza fine. La sua voce, roca e carica di un soffio che sembrava sempre sul punto di spezzarsi contro il metallo nel petto, era il suono puro della pulsione che non cerca mai una meta definitiva, ma gode del proprio circuito ripetitivo e inesauribile. Quando cantava che “questa stanza non ha più pareti”, non ci offriva una rassicurante metafora poetica, ma la descrizione fenomenologica di uno spazio soggettivo dove il limite crolla e il desiderio si spalanca sull’infinito, proprio perché c’è una ferita aperta che impedisce la chiusura del sistema. È nel trauma del “buco” nel cuore che Paoli ha trovato il soffitto di stelle; è nel peso del piombo che ha trovato la leggerezza del volo. Oggi che quel cuore smette finalmente di battere attorno al suo proiettile, ci resta la lezione più radicale della psicoanalisi: l’essere umano non è mai integro, è strutturalmente bucato, eppure è proprio in quel vuoto che ci “trascina la nostra vita” che troviamo la forza di restare autenticamente soggetti, fragili interpreti di un amore che, per essere vero, deve restare necessariamente incompiuto, eterno e, appunto, senza fine.
A Gino
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
