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Psicologia

Il Tramonto del Simbolico e la Caduta del Soggetto: Rileggendo Durkheim

Affrontare oggi il tema del gesto estremo richiede un atto di coraggio intellettuale che sappia cucire insieme la dimensione sociologica e quella clinica, partendo da quel caposaldo del pensiero occidentale che è Il Suicidio di Émile Durkheim. Per il sociologo francese, il suicidio non è mai un’occorrenza puramente privata, ma il sintomo di una tensione irrisolta tra l’individuo e la struttura che lo ospita, una tesi che risuona profondamente con l’assunto lacaniano secondo cui l’inconscio è strutturato come un linguaggio e, dunque, è sempre intrinsecamente sociale, abitato dall’Altro. Durkheim individua diverse costellazioni: il suicidio egoistico, dove il legame con la società è troppo debole; quello altruistico, dove è troppo soffocante; e soprattutto quello anomico, tipico delle epoche di crisi e di deregolamentazione, dove il venir meno delle norme lascia l’individuo in preda a un’aspirazione infinita e mai appagata. Proprio in questa anomia risiede il punto di contatto più fecondo con la teoria di Jacques Lacan. L’assenza di limiti descritta da Durkheim non è altro che l’evaporazione del Nome-del-Padre, ovvero il declino di quella funzione simbolica capace di castrare il godimento distruttivo e di trasformarlo in desiderio vitale. Nel momento in cui la Legge del Simbolico vacilla, il soggetto non è più protetto dal limite e si ritrova esposto a un Reale senza senso, dove l’unica via d’uscita sembra essere il passaggio all’atto (passage à l’acte). Mentre l’acting out è ancora una domanda rivolta all’Altro, una messinscena che cerca un’interpretazione, il passaggio all’atto è un’uscita definitiva dalla scena, un lasciarsi cadere fuori dal mondo dei significanti. In questo tragico volo, il soggetto cessa di essere un parlante per identificarsi totalmente con l’oggetto di scarto, con l’oggetto piccolo (a), diventando egli stesso il rifiuto che cade dal palcoscenico dell’esistenza. La società contemporanea, che Durkheim avrebbe definito iper-anomica e che Lacan inquadra nel “discorso del capitalista”, spinge il soggetto verso un imperativo di godimento che non conosce sosta né soddisfazione, producendo una paradossale solitudine di massa. Qui, il suicidio anomico si trasforma nella risposta disperata a un Altro che non desidera più nulla dal soggetto, ma lo consuma, rendendo la vita un peso insostenibile privo di ancoraggio simbolico. L’atto suicidario diventa quindi il tentativo paradossale di separarsi da un Altro diventato troppo ingombrante o troppo assente, una ricerca di identità che si compie purtroppo nell’annientamento. La funzione della psicoanalisi, in questo scenario di deserto dei valori, non è quella di ripristinare una morale sociale, ma di permettere al soggetto di riappropriarsi della propria mancanza, di quel vuoto che non va colmato con oggetti o con la morte, ma abitato con la parola. Solo attraverso la parola il soggetto può smettere di essere l’oggetto del godimento dell’Altro e tornare a scommettere sul proprio desiderio, ritrovando un motivo per restare nella scena, accettando la sfida della propria divisione costitutiva.

Fonti:

Émile Durkheim, Il Suicidio;

Jacques Lacan, Il Seminario. Libro X;

Jacques Lacan, Scritti.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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