Il 13 aprile non è mai una data qualunque; per chi ha scelto di abitare il confine sottile e vertiginoso tra la parola e l’abisso, questo giorno rappresenta il ritorno di un’assenza presente, il momento in cui la memoria di Jacques Lacan torna a interrogarci non come un freddo monumento di marmo custodito nelle biblioteche, ma come un urto vivo, una scossa elettrica che attraversa il corpo della clinica contemporanea. Celebrare oggi la nascita del Maestro significa compiere un gesto di radicale slealtà filiale per ritrovare una fedeltà più autentica: significa, cioè, sottrarre la psicoanalisi alla tentazione del dogma burocratico e della polvere accademica per restituirla alla sua natura originaria di evento, di apertura traumatica, di ferita che non si rimargina e che, proprio per questo, continua a produrre senso. In un’epoca drammaticamente segnata dall’evaporazione del Padre e dal narcisismo cieco della performance, dove l’imperativo categorico è il godimento immediato e senza resti, la voce di Lacan risuona ancora come il richiamo di un Telemaco che non si accontenta di contemplare le ceneri di un passato glorioso, ma che si mette in viaggio nel mare in tempesta per riconquistare la propria legge e il proprio desiderio. Essere suoi eredi, in questo senso, non ha nulla a che fare con la ripetizione ossessiva di un gergo iniziatico o con la chiusura identitaria nel recinto di una scuola; al contrario, significa incarnare la sovversione di chi sa che la verità non è un oggetto da possedere, ma un lampo che scaturisce dall’incontro con l’Impossibile. È l’elogio necessario dell’Inconscio contro l’impero totalitario dell’algoritmo e della neuroscienza riduzionista: è l’affermazione scandalosa che l’umano non è una macchina difettosa da riparare o un apparato da riportare in equilibrio, ma un enigma irriducibile abitato da un Reale che eccede costantemente ogni pretesa di controllo e di calcolo. Oggi, dunque, non festeggiamo solo un uomo, ma quel “nulla” fecondo che fa muovere il mondo, quella mancanza strutturale che non è un vuoto angosciante da colmare con le protesi tossiche del mercato, ma il motore stesso della nostra spinta vitale e della nostra creatività. Se esiste una responsabilità etica che questo 13 aprile ci consegna con forza, è quella di abitare la nostra mancanza senza cedere sul proprio desiderio, ricordandoci che l’unica vera colpa di cui il soggetto può macchiarsi è quella di tradire la propria vocazione singolare per uniformarsi al grigiore del gregge o alla dittatura del benessere senza gioia. Lacan non appartiene affatto al passato della clinica, ma abita il futuro di ogni singola seduta, vive in ogni parola che trema sulla punta della lingua, in ogni lapsus che squarcia il velo dell’io e in quel “non so” radicale che non è un limite della conoscenza, ma l’unica vera soglia verso la libertà del soggetto. Celebrare Lacan oggi significa allora onorare il coraggio di essere soli davanti al proprio destino, per riscoprire che proprio in quella solitudine risiede il legame più profondo con l’Altro.

Due aspiranti psicoanalisti:

Giocondo e Matteo 

Sub Rosa

Rispondi

In voga

Scopri di più da SUB ROSA

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere