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Psicologia

Il trauma della luce: l’uscita dall’Inferno e la clinica del risveglio.

Cosa significa, per un soggetto intrappolato nelle sabbie mobili del proprio malessere, l’atto di uscire a rivedere le stelle? L’Inferno di cui ci parla Dante non è semplicemente un luogo teologico della punizione ultraterrena, ma è la mappa geografica più precisa che possediamo del sintomo nevrotico, di quella palude della ripetizione dove l’essere umano si condanna a replicare, all’infinito, lo stesso fallimento, la stessa dinamica distruttiva, la stessa sottomissione al dolore. Nella clinica lacaniana, l’Inferno è il regno della pulsione di morte, un luogo orizzontale, claustrofobico, dove il tempo si è fermato e dove non c’è spazio per l’inedito, per l’imprevisto, per il baleno del desiderio. Il nevrotico, in fondo, è un cittadino dell’Inferno che ha finito per arredare la propria cella, preferendo la certezza mortifera della propria sofferenza all’angoscia imprevedibile della libertà, perché il buio, dopo un po’, diventa una strana e perversa forma di protezione. Ma la psicoanalisi non è una terapia dell’adattamento all’oscurità, non è un modo per imparare a convivere pacificamente con i propri demoni nel fango della dantesca città di Dite; la psicoanalisi è, radicalmente, una clinica del risveglio. Per uscire da questa prigione, Dante e Virgilio non compiono un volo mistico, ma intraprendono un cammino faticoso, un corpo a corpo con la materia, arrivando persino ad aggrapparsi al pelo del mostro, di Lucifero stesso, per poter ribaltare la propria prospettiva, per compiere quel capovolgimento che in analisi coincide con il momento esatto in cui il soggetto smette di piangersi addosso come vittima del destino o dei genitori e inizia a domandarsi qual è la sua parte di responsabilità nel disordine di cui si lamenta. È l’atto della separazione, il passaggio stretto e traumatico attraverso la cruna dell’ago del proprio vuoto. E poi, finalmente, l’approdo: l’uscita all’aperto, l’esposizione al cielo notturno. Questo riapparire delle stelle non è l’ingresso in un paradiso di plastica o l’illusione di una felicità senza ferite, ma è il ritrovamento della causa del desiderio, di quell’Oggetto piccolo a che, pur rimanendo distante, inarrivabile e misterioso come un astro nel firmamento, è l’unico capace di orientare i nostri passi nel mondo. Rivedere le stelle significa accettare il trauma della luce dopo anni di cecità volontaria, significa accorgersi che la notte non è più un muro di cemento che ci schiaccia, ma uno spazio aperto dove è possibile ricominciare a desiderare, dove la ferita che ci portiamo dentro non è più una condanna a morte, ma una feritoia attraverso la quale guardare l’infinito. È questo il miracolo della fine di un’analisi: la notte del mondo resta una notte, le difficoltà della vita non scompaiono magicamente, ma l’uomo che esce da quella caverna non cammina più a testa bassa nel fango, ha ritrovato la verticale del proprio desiderio, ha riacceso lo sguardo e, nel bel mezzo del cammino della sua vita, si scopre finalmente capace di respirare di fronte all’immensità dell’avvenire.

Fonti:

D. Alighieri – La divina commedia

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa 

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