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Psicologia

L’impossibile strategia dell’amore

“La strategia amorosa si sa adoperare soltanto quando non si è innamorati”: questa folgorante sentenza di Cesare Pavese, annotata nel suo Il mestiere di vivere, non è soltanto una constatazione cinica sulla natura dei rapporti umani ma rappresenta una vera e propria soglia clinica che separa il gioco narcisistico dall’evento dell’amore autentico. L’impossibile strategia dell’amore nasce dalla consapevolezza bruciante che il calcolo cede inevitabilmente il passo alla vertigine dell’incontro, poiché nel momento esatto in cui decidiamo di adottare una tattica per gestire il legame con l’altro confermiamo in realtà la nostra distanza di sicurezza, quel perimetro difensivo che ci protegge dal rischio reale dell’esposizione soggettiva e dal trauma inevitabile che l’incontro con l’Altro porta con sé. La strategia è sempre, in ultima analisi, il rifugio rassicurante di chi teme di perdere il dominio sul proprio mondo interno, ed è per questo che finché restiamo in grado di manovrare il desiderio dell’altro, di prevederne le mosse o di calibrare il nostro apparire, rimaniamo confinati in una posizione di osservatori esterni che scambiano la piccola vittoria della conquista per la vastità dell’amore, mentre l’innamoramento autentico è al contrario una perturbazione radicale, una sorta di tuché, un incontro con il reale che ci priva improvvisamente di ogni arma difensiva lasciandoci esposti. In questa prospettiva lacaniana amare significa accettare che l’altro non sia un oggetto da decifrare, da catalogare o da manipolare, ma un enigma insondabile che ci spossessa del nostro sapere precostituito, costringendoci ad abitare la nostra stessa mancanza, quel vuoto che la strategia tentava disperatamente di colmare. Quando smettiamo di costruire architetture di potere, quando rinunciamo alla strategia, non stiamo perdendo la partita, ma stiamo finalmente entrando nel campo dell’atto, in quel luogo dove non esiste più un io che governa le fila con l’arroganza della tecnica, ma un soggetto che si lascia attraversare dalla domanda dell’altro senza pretendere di averne in tasca la soluzione, trasformando la propria fragilità in una potenza inedita. È proprio qui che risiede la verità che Pavese intuiva nel silenzio del suo taccuino, ovvero che la vera soggettività non si afferma mai attraverso la maestria della seduzione, che resta sempre una messa in scena architettata per evitare l’incontro, ma attraverso la resa incondizionata che ci rende finalmente capaci di sostenere lo sguardo dell’altro in tutta la sua alterità irriducibile. Il paradosso è dunque lampante, quasi insostenibile, perché la nostra effettiva capacità di amare risulta essere direttamente proporzionale alla nostra capacità di rinunciare al potere che pensiamo di esercitare sul desiderio altrui, e solo nel momento in cui il progetto del controllo fallisce definitivamente possiamo smettere di agire per iniziare a esistere nel cuore dell’altro, riconoscendo che in questo campo non esistono tattiche vincenti, né manuali di sopravvivenza, ma solo l’estremo coraggio di restare nell’aperto della propria vulnerabilità senza più tentare di ripararsi dietro il muro di una strategia che vorrebbe garantirci una salvezza dal dolore, mentre l’amore, nel suo manifestarsi come evento puro, è in definitiva l’unica, vera e necessaria occasione di verità che la vita ci offre.

Fonti:

C. Pavese – Il mestiere di Vivere 

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa 

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