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L’insostenibile pesantezza dell’apparire: dal “fuori luogo” di Kundera all’imperativo del godimento social

L’insostenibile pesantezza dell’apparire

C’è un rovesciamento silenzioso ma brutale che attraversa il nostro presente, ed è racchiuso nella distanza che separa la celebre intuizione di Milan Kundera dalla fulminante constatazione di Marracash, un ribaltamento che sposta l’asse della nostra epoca dall’angoscia della vertigine esistenziale a quella, infinitamente più schiacciante, della visibilità obbligatoria. Se per il romanziere ceco l’insostenibile leggerezza dell’essere stigmatizzava il peso insopportabile della contingenza e la vertigine di una vita senza fondamenti assoluti, oggi il rap contemporaneo intercetta la patologia rovesciata del nostro tempo: l’insostenibile pesantezza dell’apparire. Non è più il vuoto delle scelte a terrorizzarci, quanto l’iper-consistenza mortifera di un’immagine che ci precede, ci inchioda e ci possiede. Nel discorso del capitalista contemporaneo, infatti, il soggetto non è più chiamato a fare i conti con la propria mancanza o con il mistero opaco del proprio desiderio, ma viene spinto da un imperativo superegoico feroce e implacabile a prodursi incessantemente come merce da vetrina per lo sguardo dell’Altro. Lo stadio dello specchio teorizzato da Lacan, quel momento fondativo in cui l’io si riconosce in un’immagine unificante ma fondamentalmente alienante, trova oggi una radicalizzazione perversa nei social media, trasformati nel Grande Fratello algoritmico che esige la nostra esposizione continua; costretto a coincidere con la propria maschera patinata per sentirsi esistere, il soggetto finisce così per smarrire il centro della propria singolarità, riducendosi a un oggetto-frammento consumato dal display. Massimo Recalcati ci ha insegnato come il tramonto dell’autorità simbolica del Padre e il collasso delle grandi narrazioni abbiano spalancato la porta a un comandamento inedito e tirannico: godi attraverso il visibile, mostrati, funziona, brilla, non puoi permetterti di non esistere sullo schermo. Eppure, la clinica psicoanalitica quotidiana ci restituisce esattamente il rovescio di questa promessa di emancipazione e pienezza: incontriamo corpi esausti, depressi, cronicamente svuotati, schiacciati proprio dal peso insostenibile di dover corrispondere a un ideale di perfezione incolmabile. Più l’involucro dell’apparire deve risplendere di una felicità sintetica e irreale, più il soggetto sprofonda nell’inconsistenza e nella solitudine radicale, intrappolato in un circuito autistico dove si è paradossalmente pieni di tutto ma non si lascia traccia di autenticità. Uscire da questa palude del visibile non è una questione di semplice disintossicazione digitale, bensì un atto etico rigoroso, il coraggio doloroso ma necessario di compiere il lutto dell’essere l’oggetto ideale per il mercato o per il giudizio sociale; la psicoanalisi opera esattamente in questo spazio di sradicamento, lavorando per spogliare il soggetto dalle armature ingombranti della performance e restituirlo alla dignità fragile, opaca e imperfetta del proprio desiderio, là dove non serve più esibire nulla per valere, ma semplicemente fare i conti con la propria irriducibile verità.

Fonti:

Marracash – Senza Un Posto Nel Mondo

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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