C’è una scena di The Office che apparentemente non avrebbe bisogno di alcuna interpretazione. I dipendenti stanno partecipando a un corso di primo soccorso e devono imparare a praticare correttamente un massaggio cardiaco. L’indicazione è semplice: mantenere un ritmo di circa cento compressioni al minuto. L’istruttrice suggerisce allora un espediente utilizzato realmente nei corsi di rianimazione: seguire mentalmente il ritmo di Stayin’ Alive dei Bee Gees. Ed è precisamente in quel momento che tutto deraglia. La canzone, che dovrebbe essere soltanto uno strumento per mantenere il ritmo corretto, diventa improvvisamente più importante del massaggio cardiaco. Qualcuno comincia a cantare, qualcun altro continua la strofa, il gruppo si lascia trascinare e quello che pochi secondi prima era un esercizio sulla possibilità di salvare una vita diventa una piccola festa collettiva. Alla fine arriva la frase che riporta tutti brutalmente alla realtà: non avete mantenuto il ritmo, nessuno ha chiamato i soccorsi, il paziente è morto. Naturalmente ridiamo. È The Office. È costruito perché ridiamo. Eppure forse la scena funziona così bene proprio perché, sotto l’assurdità, mette in scena qualcosa che conosciamo molto meglio di quanto vorremmo ammettere. Cosa facciamo quando la realtà diventa improvvisamente troppo reale? Cosa accade quando non possiamo più limitarci a osservare, commentare, rimandare, ma dobbiamo agire e la conseguenza della nostra azione potrebbe essere seria? Non sempre diventiamo più concentrati. A volte accade esattamente il contrario. Divaghiamo. Facciamo una battuta. Ci aggrappiamo a un dettaglio insignificante. Pensiamo a qualcosa che non c’entra nulla. Cominciamo persino a ridere. È facile interpretare tutto questo come superficialità o irresponsabilità. Ma la psicoanalisi ci permette di formulare una domanda diversa: e se quella distrazione non fosse semplicemente un errore, ma una difesa? Freud aveva compreso molto presto che l’essere umano non affronta direttamente tutto ciò che gli accade. Tra noi e ciò che ci angoscia costruiamo continuamente mediazioni. Sintomi, rituali, pensieri, battute, dimenticanze, spostamenti. Non perché siamo stupidi, ma perché esistono esperienze la cui intensità deve essere in qualche modo trasformata affinché possiamo tollerarla. E nella scena di The Office questa trasformazione avviene quasi sotto i nostri occhi. All’inizio c’è un corpo che potrebbe morire. C’è una responsabilità. C’è la possibilità di sbagliare. Poi compare un numero: cento battiti al minuto. Immediatamente qualcuno cerca di tradurre quel numero in un calcolo: quanti sarebbero in un’ora? La domanda è comica proprio perché completamente inutile. Per salvare qualcuno non serve sapere quante compressioni si potrebbero fare in sessanta minuti. Eppure psicologicamente quel calcolo ha una funzione straordinaria: trasforma una situazione angosciante in un problema matematico. Il soggetto non deve più confrontarsi con un corpo che potrebbe morire. Deve dividere, moltiplicare, contare. È una piccola caricatura di qualcosa che la clinica conosce bene: quando l’incertezza diventa insopportabile, possiamo tentare di dominarla attraverso il pensiero. Contare, controllare, verificare, organizzare, prevedere. Non perché il numero possieda realmente il potere di proteggerci, ma perché ci offre almeno l’illusione che qualcosa possa essere controllato. È uno dei motivi per cui la dimensione ossessiva è così interessante: il pensiero può diventare un modo per evitare l’atto. Posso pensare infinitamente a ciò che dovrei fare proprio per non arrivare mai al momento in cui dovrò farlo davvero. Posso prepararmi, controllare, ricontrollare, immaginare ogni possibilità e convincermi che sto affrontando il problema, mentre in realtà sto costruendo un sistema sofisticatissimo per restarne a distanza. Poi arriva Stayin’ Alive. Ed è qui che la scena diventa ancora più interessante. Perché la canzone dovrebbe servire alla realtà: deve semplicemente fornire il ritmo necessario alle compressioni. Ma improvvisamente accade il contrario. Non è più la musica a essere utilizzata per salvare il paziente. È il paziente a diventare quasi il pretesto per cantare la musica. Lo strumento prende il posto dello scopo. Il mezzo diventa godimento. Ed eccoci in un territorio profondamente umano. Quante volte facciamo qualcosa di simile? Apriamo il telefono per rispondere a un messaggio e venti minuti dopo stiamo guardando un video di cui non conoscevamo nemmeno l’esistenza. Entriamo sui social per cercare un’informazione e finiamo dentro una sequenza infinita di contenuti. Cominciamo a organizzare il lavoro e trascorriamo un’ora a scegliere il programma con cui organizzarlo. Prepariamo la scrivania, sistemiamo i documenti, scegliamo la musica, facciamo il caffè, controlliamo una notifica e quando tutto è finalmente pronto manca soltanto una cosa: cominciare. È troppo semplice chiamarla procrastinazione. A volte non stiamo evitando il lavoro. Stiamo evitando ciò che quel lavoro mette in gioco per noi. La possibilità di fallire. Di scoprire di non essere abbastanza bravi. Di essere giudicati. Di prendere una decisione che non potremo ritirare. Di assumerci una responsabilità. Finché preparo, penso, conto, organizzo, canto, posso ancora restare in una zona intermedia nella quale nulla è realmente accaduto. Lacan avrebbe qualcosa da dirci proprio su questo punto, perché l’angoscia non è semplicemente paura. La paura può avere un oggetto abbastanza riconoscibile: ho paura di qualcosa. L’angoscia è più perturbante. Lacan arriva a dire che l’angoscia «non è senza oggetto», indicando una relazione molto più complessa con ciò che irrompe e destabilizza le coordinate attraverso cui normalmente organizziamo la nostra esperienza. E quando qualcosa ci avvicina troppo a quel punto, il soggetto può produrre movimento, parole, rituali, comicità. Qualsiasi cosa purché venga ristabilita una distanza. Forse per questo capita di ridere proprio nei momenti in cui ridere sembrerebbe completamente fuori luogo. Durante una situazione solenne. Davanti a una notizia difficile. In un momento di tensione. Persino durante un funerale può accadere che qualcuno venga attraversato da un impulso quasi incontrollabile a ridere, salvo poi sentirsi terribilmente in colpa. Ma quella risata non significa necessariamente che la persona non stia soffrendo. Potrebbe significare esattamente il contrario: che ciò che sta vivendo è diventato per un istante troppo intenso e il corpo ha trovato una via laterale per scaricarne qualcosa. L’umorismo stesso, per Freud, può rappresentare una modalità particolare attraverso cui l’apparato psichico modifica il rapporto con una realtà dolorosa. Non cancella necessariamente ciò che sta accadendo. Cambia, almeno per un istante, la posizione dalla quale lo affrontiamo. Il problema nasce quando quella deviazione smette di essere momentanea e diventa il nostro modo abituale di stare davanti alle cose. Quando ogni situazione seria deve immediatamente diventare una battuta. Quando ogni silenzio deve essere riempito. Quando ogni disagio deve essere trasformato in intrattenimento. Quando non riusciamo più a restare abbastanza a lungo davanti a qualcosa che ci inquieta senza prendere in mano il telefono, parlare, mangiare, comprare, controllare, scorrere. Forse allora Stayin’ Alive non è soltanto una gag perfettamente costruita. Diventa quasi una metafora involontaria della nostra epoca. Abbiamo una quantità impressionante di strumenti per non restare mai soli davanti a ciò che proviamo. Una canzone sempre disponibile. Una serie successiva che parte automaticamente. Una notifica. Un reel. Un acquisto. Una conversazione. Una nuova indignazione. Un altro contenuto. E nessuna di queste cose è necessariamente patologica. Il problema non è ascoltare musica, guardare una serie o ridere. Il problema comincia quando non possiamo più scegliere di non farlo. Quando il rumore non accompagna la nostra vita, ma diventa necessario per impedirci di ascoltare qualcosa che potrebbe emergere nel silenzio. È qui che il concetto di godimento diventa particolarmente interessante. Perché non sempre facciamo ciò che ci fa stare bene. Molto spesso ripetiamo comportamenti che sappiamo perfettamente essere inutili, dannosi o frustranti e tuttavia continuiamo. Sappiamo che dovremmo smettere di scorrere e continuiamo a scorrere. Sappiamo che dovremmo dormire e guardiamo un altro video. Sappiamo che quella discussione non porterà da nessuna parte e torniamo a discuterne. C’è qualcosa nella ripetizione che eccede il semplice principio del piacere. E forse il gruppo di The Office, mentre canta davanti al manichino che dovrebbe salvare, ci fa ridere proprio perché porta all’estremo una struttura che ci appartiene: sappiamo cosa dovremmo fare, eppure troviamo qualcosa da fare al posto di ciò che dovremmo fare. Non sempre perché non conosciamo la soluzione. A volte la conosciamo benissimo. Il problema è che conoscere ciò che dovremmo fare e riuscire a farlo sono due cose completamente diverse. Ed è forse questo uno dei grandi equivoci contemporanei sul cambiamento personale. Continuiamo a pensare che ci manchino informazioni. Cerchiamo un altro libro, un altro consiglio, un altro video, un’altra spiegazione. Ma spesso sappiamo già che cosa ci farebbe bene. Sappiamo quale telefonata dovremmo fare. Quale relazione dovremmo interrogare. Quale decisione continuiamo a rimandare. Quale abitudine ci sta facendo male. Quale verità stiamo evitando. Non ci manca necessariamente la conoscenza. Ci manca la possibilità psichica di sostenere ciò che quella conoscenza comporterebbe. Ed è molto più semplice cercare un’altra spiegazione che affrontare questo punto. Perché finché sto cercando la risposta posso raccontarmi che un giorno agirò, appena avrò capito abbastanza. Ma forse alcune cose non richiedono di essere comprese ancora meglio. Richiedono di attraversare l’angoscia che compare quando smettiamo di rimandarle. Alla fine della scena l’istruttrice interrompe il canto e pronuncia il verdetto: il paziente è morto. È una battuta, naturalmente. Ma contiene qualcosa di quasi spietato. Mentre tutti erano impegnati a rendere sopportabile la situazione, la situazione continuava ad accadere. Ed è forse questo che la realtà fa mentre noi la evitiamo. Continua. Il tempo passa mentre ci prepariamo a vivere. Le relazioni cambiano mentre decidiamo cosa dire. Le occasioni scompaiono mentre aspettiamo di sentirci pronti. Il corpo invecchia mentre promettiamo che inizieremo domani. E non significa che dovremmo vivere senza difese: sarebbe impossibile. Le difese sono parte della nostra struttura e spesso ci permettono precisamente di continuare a vivere. La domanda interessante è un’altra: quando ciò che utilizziamo per proteggerci dall’angoscia comincia anche a proteggerci dalla nostra stessa vita? Forse crescere non significa smettere di cantare Stayin’ Alive. Significa riuscire, ogni tanto, ad accorgerci che abbiamo cominciato a cantarla proprio nel momento in cui avremmo dovuto fare altro. E avere la possibilità di interrompere la canzone, tollerare per qualche istante il silenzio e tornare a chiederci: che cosa sto evitando davvero, mentre mi convinco di essere semplicemente distratto?
Fonti:
G. Daniels – The Office
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
