C’è una canzone tra le tante scritte dai Beatles che, per temi affrontati, rappresenta l’esemplificazione di una tematica che da sempre attraversato tutto il genere pop: che cosa ci manca quando ci manca l’amore? Eleanor Rigby, oltre a essere un capolavoro musicale, in pochi minuti porta una domanda al cuore dell’ascoltatore: cosa ci rende soli? Il non sentirci amati o il fatto di non occupare un posto nel desiderio di qualcuno? È affascinante notare come molti dei temi che i Beatles portano nella loro poesia si leghi perfettamente con alcune delle elaborazioni teoriche di Lacan, e in questo caso legata alla mancanza che attraversa ogni singolo essere umano.
Partiamo da un’immagine. Eleanor raccoglie il riso alla fine di un matrimonio. Dopo gli sposi, gli invitati che sono andati oramai via, cosa resta? Una traccia del passaggio della felicità altrui. E se per coloro che hanno festeggiato, probabilmente, il momento dell’unione matrimoniale rappresenta l’apice della loro gioia vitale, per Eleanor invece significa abitare uno spazio lasciato vuoto, non dedicato a lei. Eleanor rappresenta ciò che Lacan definisce come “il desiderio dell’Altro”, ossia il sapere che cosa siamo per chi ci ama, o se, semplicemente, siamo qualcosa. Ed Eleanor, per tutta la durata della canzone, abita proprio questa mancanza: non c’è nessuno che possa restituirle un’immagine di sé.
E questa condizione non riguarda soltanto lei. Nel ritornello, tutti i Beatles in coro cantano Look at all the lonely people. Non è solo la condizione individuale di Eleanor, ma ella diventa rappresentante di tutte quelle persone che abitano quello spazio di vuoto e assenza. La musica fa il resto: gli archi di George Martin servono solo ad evidenziare come, intorno a noi, e forse noi stessi, è pieno di persone che si sentono sole. Sorge allora una domanda: se Eleanor, e tutte le persone come Eleanor, fossero affiancate da qualcuno, quella solitudine scomparirebbe? Lacan identifica una forma di solitudine molto radicale, e dolorosa: il sentirsi solo nonostante l’essere vicini a qualcuno. Ed è forse la forma di solitudine più spietata, ossia il rendersi conto che neanche la persona vicina a noi rappresenta ciò che desideriamo. Questo non significa che non possa esistere l’amore, che è un movimento fondamentale per vivere, ma piuttosto che l’incontro amoroso non può essere fusione, ma piuttosto l’avvicinamento di due esseri che portano con sé le proprie mancanze. E qual è il rischio di scegliere la strada della solitudine invece più concreta, ossia senza nessuno al fianco? Diventare invisibili.
La canzone non ci racconta di un amore rifiutato, ma di una realtà in cui pare non esistere alcuno spazio di incontro possibile. C’è una donna, e come lei tanti altri, che restano fuori dal campo della relazione. E questa è forse la forma più dolorosa dell’amore: non arrivare a un posto nell’immaginazione di qualcuno. La cosa però che potrebbe sorgere come soluzione è allora che la mancanza sia qualcosa da distruggere, da evitare come la peste. Ma sia la canzone dei Beatles, che la teoria di Lacan, ci portano a una riflessione fondamentale. L’amore ha una zona di impossibilità, ossia quella di poter completare due persone che si incontrano. Non potrà mai avvenire. E se questo pare malinconico, in realtà presenta una cifra salvifica non da poco: possiamo amare senza pretendere dall’altro che ci salvi da noi stessi. Possiamo accettare un legame proprio perché esso non può essere onnipotente. La mancanza non è solo ciò che ci ferisce, ma anche ciò che da un senso al nostro desiderare, sgravando l’amore di un gesto impossibile, quello di giungere a piena completezza.
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The Beatles – Eleanor Rigby
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
