«L’amore nasce e si nutre d’interpretazione silenziosa», scrive Gilles Deleuze in Proust e i segni. È un’affermazione che sembra descrivere qualcosa di profondamente familiare a chiunque si sia innamorato: quella particolare attenzione che cominciamo a rivolgere ai gesti di una persona, alle sue parole, alle pause, ai cambiamenti quasi impercettibili della voce, persino a ciò che sceglie di non raccontare. Quando qualcuno diventa importante per noi, niente di ciò che lo riguarda sembra più del tutto insignificante. Un messaggio ricevuto a un’ora insolita, un sorriso che non sappiamo interpretare, una distrazione durante una conversazione, un nome pronunciato con una sfumatura diversa: particolari che, in altre circostanze, avremmo probabilmente ignorato diventano improvvisamente oggetto di interrogazione. Non ci limitiamo più a osservare una persona. Cominciamo a cercare di leggerla. E tuttavia, proprio nel momento in cui crediamo di avvicinarci maggiormente a lei, possiamo imbatterci in qualcosa che ci inquieta: la scoperta che l’altro possiede una vita interiore alla quale non abbiamo accesso completo. Deleuze, leggendo Marcel Proust, individua nell’esperienza amorosa un rapporto privilegiato con i segni. Innamorarsi significa diventare sensibili a ciò che una persona esprime, spesso senza volerlo, e intuire che dietro quelle espressioni si nasconda un mondo. Ma quel mondo non nasce quando cominciamo ad amarlo. Esisteva già prima di noi. È abitato da ricordi che non abbiamo condiviso, da incontri ai quali non abbiamo partecipato, da desideri che forse non conosceremo mai, da versioni dell’altro che appartengono a tempi e relazioni differenti. È questo uno degli aspetti più difficili da accettare dell’amore: possiamo diventare importantissimi per qualcuno senza essere stati presenti in tutto ciò che lo ha reso la persona che è. Possiamo conoscere il suo presente e restare estranei a intere regioni del suo passato. Possiamo ricevere gesti autentici di tenerezza senza possedere la chiave di ogni loro significato. La persona amata non è una pagina bianca sulla quale la nostra relazione comincia a scrivere una storia. È un essere umano che arriva all’incontro portando con sé molte storie già iniziate, alcune concluse, altre ancora capaci di produrre effetti. Ed è proprio qui che Deleuze colloca una delle contraddizioni più dolorose dell’amore. Desideriamo essere scelti, riconosciuti, preferiti. Cerchiamo nei gesti dell’altro la conferma di occupare un posto particolare nella sua esistenza. Eppure gli stessi gesti che dovrebbero rassicurarci possono diventare fonte di inquietudine. Se una persona sa essere così dolce con noi, lo è stata anche con qualcun altro? Se conosce così bene il linguaggio dell’intimità, dove lo ha imparato? Se oggi ci guarda in un certo modo, chi ha guardato così prima di noi? La carezza che dovrebbe attestare la nostra unicità può improvvisamente ricordarci che non siamo necessariamente i primi ad averla ricevuta. Una parola affettuosa può rassicurarci e, nello stesso istante, suscitare la domanda se sia già stata pronunciata altrove. Non perché ogni gesto nasconda un inganno, ma perché nessun gesto porta con sé la prova definitiva di appartenere soltanto a noi. È questa la vertigine che attraversa la lettura deleuziana di Proust: l’amato ci offre segni che sembrano avvicinarci al suo mondo, ma proprio quei segni ci fanno intravedere mondi dai quali siamo esclusi. Il desiderio di conoscere l’altro può allora trasformarsi, quasi impercettibilmente, nel desiderio di eliminare tutto ciò che di lui ci sfugge. Vogliamo sapere che cosa pensa, che cosa prova, che cosa ricorda quando tace. Vogliamo capire se un’esitazione significhi distanza, se un sorriso sia sincero, se una dimenticanza riveli un cambiamento dei sentimenti. Talvolta chiediamo spiegazioni non tanto per comprendere ciò che è accaduto, quanto per ottenere una certezza che nessuna spiegazione può garantirci definitivamente. E quando quella certezza non arriva, ricominciamo a interpretare. In questo senso, la gelosia non coincide sempre con il sospetto di un tradimento reale. Può nascere anche dall’impossibilità di occupare interamente il mondo dell’altro. Non è necessariamente la presenza concreta di una terza persona a renderci inquieti, ma la possibilità che esistano desideri, memorie, affetti e significati che non ci riguardano. Naturalmente, questo non significa che ogni gelosia sia immaginaria o che ogni dubbio dipenda esclusivamente dall’insicurezza di chi ama. Esistono menzogne, ambiguità intenzionali, promesse violate, comportamenti che compromettono concretamente la fiducia. Sarebbe ingiusto trasformare la complessità filosofica dell’amore in un invito a sopportare qualsiasi cosa. Ma esiste anche una gelosia che continua a produrre interrogativi perfino quando l’altro non ha commesso alcuna mancanza riconoscibile. È quella che non cerca soltanto fedeltà, ma una forma impossibile di esclusività: essere l’unica origine dei pensieri dell’altro, l’unico destinatario dei suoi desideri, l’unico abitante della sua memoria. Freud, nel suo scritto del 1922 su alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, nella paranoia e nell’omosessualità, mostra quanto la gelosia possa avere configurazioni differenti e quanto sia necessario interrogare, caso per caso, il rapporto tra realtà, fantasia e conflitto psichico. Non tutta la gelosia ha lo stesso significato e non tutta nasce dalle medesime condizioni. Ciò che la prospettiva psicoanalitica ci permette di comprendere, tuttavia, è che la nostra reazione all’altro non dipende esclusivamente da ciò che l’altro fa. Dipende anche dalla storia attraverso la quale abbiamo imparato a desiderare, a temere l’abbandono, a riconoscere o a dubitare del nostro valore. A volte un gesto apparentemente insignificante diventa insopportabile perché incontra una ferita precedente. Altre volte un’assenza momentanea viene vissuta come la ripetizione di una perdita antica. E così non reagiamo soltanto alla persona che abbiamo davanti, ma anche alle esperienze che, senza accorgercene, portiamo dentro la relazione. Lacan, da parte sua, ci aiuta a mettere a fuoco un ulteriore paradosso: il desiderio dell’altro non è qualcosa che possiamo possedere come si possiede un oggetto. Possiamo essere amati, scelti, desiderati, ma non possiamo trasformare la soggettività di chi ci ama in un territorio completamente accessibile. La domanda «Che cosa sono io per il desiderio dell’altro?» non trova una risposta definitiva in una dichiarazione, in una promessa o in una dimostrazione d’affetto. Possiamo ricevere conferme importanti, e abbiamo il diritto di aspettarci coerenza e rispetto, ma nessuna conferma elimina per sempre la possibilità del dubbio. È anche per questo che alcune relazioni finiscono per organizzarsi attorno a una richiesta incessante di rassicurazioni. Chi teme di non essere abbastanza cerca prove sempre nuove; chi viene interrogato prova a offrirle; per qualche tempo l’angoscia si attenua, poi ritorna. Il problema non è necessariamente che le rassicurazioni siano false. È che vengono chiamate a svolgere un compito impossibile: cancellare ogni incertezza dall’esperienza di amare. Deleuze coglie questa dinamica con particolare precisione quando osserva che i mezzi utilizzati per difenderci dalla gelosia possono diventare gli stessi che la alimentano. Più cerchiamo di decifrare ogni segno, più moltiplichiamo le possibili interpretazioni. Una spiegazione ne richiama un’altra, un dettaglio chiarito lascia emergere una nuova domanda, una certezza ottenuta oggi non impedisce che domani qualcosa venga nuovamente messo in discussione. L’interpretazione, che inizialmente sembrava avvicinarci all’altro, rischia così di diventare un’attività autonoma, quasi indipendente dalla relazione reale. Non ascoltiamo più soltanto ciò che la persona ci dice: cerchiamo ciò che potrebbe nascondersi dietro ogni parola. Non guardiamo più un gesto per ciò che accade tra noi, ma per tutte le storie che potrebbe evocare. E a poco a poco l’essere amato può smettere di essere un interlocutore per diventare un enigma da risolvere. È una trasformazione sottile e dolorosa, perché nasce spesso da un desiderio autentico di vicinanza. Vogliamo conoscere l’altro proprio perché lo amiamo. Vogliamo capire che cosa lo rende felice, che cosa lo ferisce, quali esperienze lo hanno formato. Questa curiosità può essere una delle forme più belle dell’intimità. Il problema comincia quando conoscere non ci basta più e sentiamo il bisogno di sapere tutto; quando la comprensione lascia il posto alla sorveglianza; quando il desiderio di essere importanti si trasforma nella pretesa di non lasciare spazio a nient’altro. In quel momento non stiamo più cercando soltanto una relazione con l’altro: stiamo cercando una relazione nella quale l’alterità dell’altro non possa più sorprenderci. Ma una simile relazione, se fosse davvero possibile, avrebbe qualcosa di profondamente contraddittorio. Che cosa resterebbe del desiderio se l’altro non avesse più un mondo proprio? Che cosa significherebbe incontrare qualcuno se non ci fosse più nulla da scoprire, nessuna differenza da attraversare, nessuna esperienza che non coincida con la nostra? Amare una persona non significa necessariamente approvare tutto ciò che ha vissuto o rinunciare a porre domande sul suo presente. Significa, però, riconoscere che la sua esistenza non comincia nel punto in cui incontra la nostra. Questa consapevolezza può suscitare dolore, soprattutto quando ci confrontiamo con il passato sentimentale di chi amiamo. È difficile accettare che qualcuno abbia provato felicità senza di noi, che abbia condiviso luoghi, parole e gesti che oggi vorremmo sentire esclusivamente nostri. Eppure il passato dell’altro non costituisce, di per sé, una sottrazione al nostro presente. Non siamo meno amati perché qualcuno è stato amato prima di noi. Non siamo necessariamente meno importanti perché esistono ricordi ai quali non abbiamo accesso. L’unicità di una relazione non dipende dal fatto che nulla di simile sia mai accaduto, ma da ciò che prende forma tra due persone particolari, in un tempo particolare, attraverso una storia che non potrebbe essere identica a un’altra. Anche la stessa parola, pronunciata in due relazioni differenti, non produce necessariamente lo stesso significato. Anche una carezza che somiglia a un gesto passato appartiene a un incontro nuovo. L’amore non richiede che l’altro cancelli tutte le proprie esperienze precedenti per dimostrarci che siamo speciali. Richiede piuttosto che, nel presente, sappia assumersi la responsabilità di ciò che costruisce con noi. Qui diventa essenziale distinguere tra il mistero inevitabile di ogni soggetto e l’opacità utilizzata per sottrarsi alla responsabilità. Nessuno può raccontare completamente se stesso, ma questo non autorizza a mentire. Nessuno può garantire la trasparenza assoluta dei propri desideri, ma questo non rende irrilevanti la sincerità, il rispetto degli accordi e la cura delle conseguenze delle proprie azioni. Accettare che l’altro conservi un mondo personale non significa accettare di essere sistematicamente esclusi dalle decisioni che riguardano la relazione. Il confine tra libertà e disimpegno non si risolve con una formula filosofica: va costruito attraverso il dialogo, l’attenzione reciproca e la capacità di riconoscere i bisogni di entrambi. Forse è proprio questa una delle prove più difficili dell’amore adulto: imparare a distinguere ciò che abbiamo il diritto di chiedere da ciò che non possiamo pretendere di possedere. Possiamo chiedere lealtà, non il controllo di ogni pensiero. Possiamo desiderare intimità, non l’abolizione di ogni spazio interiore. Possiamo voler essere scelti, ma non possiamo chiedere all’altro di non aver mai scelto nessuno prima di noi. E soprattutto possiamo cercare di comprendere chi amiamo senza trasformare ogni sua parola in un indizio da sottoporre a interrogatorio. L’intimità più profonda non coincide sempre con la quantità di informazioni che possediamo su una persona. Talvolta si manifesta nella possibilità di stare accanto a ciò che non comprendiamo ancora, senza riempire immediatamente quel vuoto con il sospetto. Questo non elimina la gelosia, né pretende di renderci immuni alla paura di perdere qualcuno. Ci ricorda, piuttosto, che la paura non può diventare l’unico principio attraverso il quale organizziamo la relazione. In Proust, e nella lettura che ne offre Deleuze, l’amore è inseparabile da un lavoro incessante sui segni, un’esperienza nella quale il desiderio di conoscere incontra continuamente ciò che gli resiste. Ma forse possiamo trarre da questa contraddizione anche una domanda che riguarda il nostro modo quotidiano di amare. Quando chiediamo all’altro di raccontarci qualcosa, vogliamo davvero ascoltare la sua risposta oppure speriamo che ci dica soltanto ciò che ci tranquillizza? Quando ci soffermiamo su un suo gesto, stiamo cercando di comprenderlo o di trovare la conferma di una paura che già ci appartiene? Quando desideriamo conoscere tutto del suo passato, vogliamo incontrare la persona che è diventata oppure competere con persone che non fanno più parte del suo presente? Non sempre è facile rispondere. Perché amare ci espone a una vulnerabilità che nessuna conoscenza può eliminare completamente: la possibilità che qualcuno sia profondamente importante per noi senza diventare mai interamente nostro. Forse la maturità di un legame non consiste nel non provare più gelosia, ma nel non affidarle automaticamente il compito di stabilire che cosa sia vero. Consiste nel saper interrogare i propri timori senza trasformarli subito in accuse, nel chiedere chiarimenti quando servono e nel riconoscere che non ogni zona sconosciuta della vita dell’altro nasconde una minaccia. Soprattutto, consiste nell’accettare che essere scelti non significhi diventare l’intero mondo di qualcuno. Possiamo essere una presenza fondamentale senza essere l’unica. Possiamo occupare un posto insostituibile senza cancellare tutti gli altri posti. E forse è proprio questo il paradosso più difficile e più prezioso dell’amore: desideriamo entrare nel mondo dell’altro, ma per continuare ad amarlo dobbiamo permettere che quel mondo resti, almeno in parte, più grande di noi. Perché la domanda decisiva, alla fine, potrebbe non essere «Come faccio a sapere tutto di te?», ma un’altra, molto più impegnativa: «Sono capace di amarti anche sapendo che esistono parti di te che non mi appartengono?»
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Fonti:
G. Deleuze – Marcel Proust e i segni
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
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