Renato Pozzetto, Henri Bergson e quella nostalgia che si nasconde nelle cose più semplici
C’è una forma di comicità che non ha bisogno di alzare la voce, di cercare continuamente la battuta o di sorprendere lo spettatore con qualcosa di clamoroso. È una comicità che nasce quasi per caso, dall’incontro tra una persona e un mondo che quella persona interpreta secondo regole tutte sue. Renato Pozzetto, ne Il ragazzo di campagna, ha saputo dare a questa forma di umorismo un volto indimenticabile: quello di Artemio, un uomo che osserva la realtà con una sicurezza tanto disarmante quanto assurda, convinto che ogni cosa possa essere compresa attraverso le poche coordinate del proprio universo quotidiano. Ed è forse proprio questa certezza, più ancora delle battute, a farci ridere.
La madre gli ricorda che è arrivato il giorno di tagliargli le unghie. Artemio protesta: gliele hanno già tagliate il mese precedente. Ma erano quelle del piede sinistro. Per quelle del destro sono trascorsi addirittura due mesi. La spiegazione procede con una logica impeccabile, almeno all’interno di quel piccolo mondo domestico in cui ogni gesto sembra obbedire a un calendario immutabile. Quando poi Artemio giustifica le sue scarpe enormi con il proverbio «scarpe grosse e cervello fino», aggiungendo che gli fanno «l’effetto del fosforo», la madre conclude, piena di ammirazione, che suo figlio è un genio. Nessuno dei due avverte l’assurdità dello scambio. E proprio questa assenza di consapevolezza rende la scena irresistibile.
In un’altra sequenza, Artemio chiede alla madre di accendergli la televisione perché vuole conoscere le notizie. Lei esegue la richiesta nel modo più letterale possibile: accende una lampadina collocata nel televisore, mentre il figlio si mette a leggere il giornale. Poco dopo, una notizia dall’Indocina diventa l’occasione per una spiegazione geografica memorabile: per arrivarci, bisogna andare fino a Lugano e poi proseguire sempre dritto. Il mondo intero viene ricondotto a una geografia familiare, come se ogni distanza potesse essere misurata a partire dai luoghi che conosciamo. E poi c’è il gatto, inseguito e ucciso dal cane del vicino. La madre racconta la disgrazia con la naturalezza di chi riferisce un fatto di paese. Artemio, apparentemente poco turbato, domanda che cosa ci sia per cena. «Coniglio», risponde lei. Ed ecco il sospetto che trasforma una tragedia domestica in una delle battute più riuscite del film: possibile che ogni volta che muore un gatto si mangi proprio coniglio?
A distanza di tanti anni, queste scene continuano a funzionare. Conosciamo le risposte, anticipiamo le battute, ricordiamo persino le inflessioni delle voci. Eppure ridiamo ancora. Come se la ripetizione, anziché consumare l’effetto comico, lo rendesse più familiare e, per certi versi, più necessario. Per comprendere questa particolare forma di comicità può essere utile tornare a Henri Bergson e al suo saggio Il riso, pubblicato nel 1900. Il filosofo francese individua una delle sorgenti fondamentali del comico in ciò che definisce, in sostanza, l’irrigidimento del vivente: il momento in cui il comportamento umano perde elasticità, continua a seguire un automatismo e non riesce più ad adattarsi alla varietà imprevedibile della vita. Ridiamo quando una persona applica meccanicamente una regola a una situazione che richiederebbe invece sensibilità, attenzione, capacità di modificare il proprio punto di vista. Artemio sembra abitare esattamente questo territorio. Non è semplicemente un uomo che non conosce certe cose. È un uomo che, di fronte a ciò che non conosce, non sente il bisogno di mettere in discussione il proprio sistema di interpretazione. L’Indocina deve trovarsi da qualche parte lungo una strada che parte da Lugano. Una televisione si accende come una lampada. Una sequenza sospetta di gatti scomparsi e conigli cucinati diventa una regolarità domestica da segnalare con tranquilla indignazione. Il suo pensiero non si interrompe mai davanti all’assurdo, perché l’assurdo, per lui, non esiste. Esiste soltanto una realtà che deve continuare a essere spiegata con gli strumenti di cui dispone. Ma sarebbe riduttivo considerare Artemio soltanto il rappresentante di un’ingenuità da deridere. Il suo personaggio ci mette di fronte anche a un tratto profondamente umano: tutti noi, in misura diversa, cerchiamo di rendere comprensibile il mondo attraverso ciò che già conosciamo. Le nostre convinzioni, le abitudini, i ricordi e le esperienze precedenti costituiscono una sorta di mappa interiore. È grazie a questa mappa che riusciamo a orientarci, ma è anche a causa sua che talvolta fatichiamo a riconoscere ciò che non rientra nelle nostre aspettative. In fondo, Artemio estremizza qualcosa che appartiene a ciascuno di noi. Anche noi, quando incontriamo una realtà sconosciuta, tendiamo inizialmente a tradurla nel linguaggio della nostra esperienza. Anche noi difendiamo talvolta convinzioni fragili con una sicurezza sorprendente. Anche noi possiamo scambiare la familiarità per verità. La differenza è che il cinema ci permette di osservare questi meccanismi da una distanza rassicurante, senza sentirci direttamente chiamati in causa. E tuttavia, riguardando oggi Il ragazzo di campagna, accade qualcosa che va oltre la comicità.
Ci accorgiamo che non stiamo ridendo soltanto di Artemio.
Stiamo riconoscendo un’atmosfera.
La cucina, la voce della madre, le discussioni sulle piccole necessità quotidiane, il modo in cui le notizie del mondo convivono con quelle del cortile, la familiarità dei gesti ripetuti. Tutto sembra appartenere a un tempo nel quale l’esistenza aveva un ritmo diverso, o almeno a un tempo che la nostra memoria ha imparato a rappresentare così. Non si tratta necessariamente di un passato migliore. Sarebbe ingenuo confondere la semplicità delle immagini con la semplicità della vita reale. Anche quel mondo conosceva difficoltà, privazioni, incomprensioni, solitudini. Eppure, osservato dalla distanza degli anni, sembra custodire qualcosa che oggi avvertiamo come irrimediabilmente lontano.
Qui il riso incontra la nostalgia.
E la nostalgia è un’esperienza psicologica molto più complessa del semplice desiderio di tornare indietro. Non desideriamo sempre il passato per ciò che era realmente. Spesso desideriamo il modo in cui ci sentivamo mentre lo abitavamo, le persone che lo rendevano riconoscibile, la possibilità di ritrovare per un momento una versione di noi stessi che il tempo ha trasformato.
Una vecchia scena cinematografica può allora diventare una sorta di porta involontaria sulla memoria. Non ci restituisce soltanto un film: ci restituisce il divano sul quale lo guardavamo, la voce di qualcuno che rideva accanto a noi, una domenica pomeriggio, una televisione accesa in una stanza che forse non esiste più nella stessa forma. Ci restituisce perfino dettagli ai quali, allora, non attribuivamo alcuna importanza.
È uno degli aspetti più sorprendenti della memoria affettiva: ciò che abbiamo vissuto senza accorgerci della sua importanza può diventare, molti anni dopo, ciò che ci manca di più.
Da una prospettiva psicoanalitica, potremmo dire che il ricordo non è mai una semplice registrazione di ciò che è accaduto. È una ricostruzione attraversata dai desideri presenti, dalle perdite, dalle trasformazioni della nostra identità. Non ricordiamo soltanto ciò che abbiamo vissuto: ricordiamo anche a partire da ciò che siamo diventati.Per questo una scena che da bambini ci faceva semplicemente ridere può assumere, da adulti, una sfumatura inattesa. La battuta è identica. I personaggi sono gli stessi. Il film non è cambiato. Siamo cambiati noi. Abbiamo conosciuto distanze che prima non esistevano. Abbiamo visto modificarsi le nostre famiglie. Alcune persone non siedono più accanto a noi. Altre sono diventate più fragili. E noi stessi, forse, abbiamo perduto quella particolare disponibilità a vivere il presente senza domandarci continuamente quanto durerà. È allora che la comicità di Pozzetto acquista una seconda profondità. La madre di Artemio non è soltanto la spalla comica di una serie di dialoghi surreali. È anche la presenza costante di un mondo domestico nel quale tutto sembra già previsto: il giorno in cui tagliare le unghie, il modo di accendere la televisione, ciò che si racconta a tavola, perfino il coniglio che compare dopo la scomparsa di un gatto. Una quotidianità governata da rituali apparentemente insignificanti, ma proprio per questo capaci di costruire un sentimento di continuità. I rituali familiari hanno spesso questa funzione. Non sono importanti soltanto per ciò che permettono di fare. Sono importanti perché, ripetendosi, ci comunicano che esiste ancora un luogo riconoscibile, un ordine condiviso, una relazione che continua. Una frase pronunciata sempre nello stesso modo, una piccola discussione che si ripete da anni, un’abitudine che dall’esterno appare incomprensibile possono diventare elementi fondamentali del nostro senso di appartenenza. Finché ci siamo dentro, talvolta ci infastidiscono. Quando scompaiono, possono mancarci profondamente. Non è raro che, dopo la perdita di una persona cara, ciò che ritorna con maggiore intensità non siano i grandi avvenimenti, ma i particolari minimi: un’espressione dialettale, un rimprovero affettuoso, il rumore dei piatti, un modo tutto personale di raccontare una notizia. Il legame affettivo si deposita anche lì, nelle forme più ordinarie della convivenza. Ecco perché la nostalgia evocata da queste scene non deve essere interpretata soltanto come rimpianto per un’epoca. Può essere nostalgia di una relazione, di una casa, di una voce. Talvolta, persino di una sensazione di protezione che allora davamo per scontata. C’è poi un altro elemento che rende Artemio così particolare: la sua assoluta mancanza di imbarazzo. Non cerca di apparire intelligente, non si preoccupa di essere giudicato, non modifica continuamente il proprio comportamento per ottenere approvazione. La sua sicurezza è comica perché sproporzionata rispetto a ciò che sa, ma possiede anche qualcosa che, osservato dal nostro presente, può apparire quasi liberatorio. Viviamo infatti in un tempo nel quale siamo costantemente esposti allo sguardo degli altri. Sentiamo di dover conoscere, rispondere, aggiornarci, mostrarci competenti, presentarci nella versione più convincente possibile. L’errore diventa facilmente motivo di vergogna; l’incertezza viene nascosta; perfino la spontaneità rischia di trasformarsi in qualcosa da organizzare e mostrare. Artemio, al contrario, abita le proprie contraddizioni senza alcuna strategia di presentazione. È buffo, certamente. Ma è anche estraneo a quella continua sorveglianza di sé che caratterizza molte esperienze contemporanee. Questo non significa che dovremmo idealizzare l’ignoranza o rinunciare al pensiero critico. Significa riconoscere che, accanto alla conoscenza, esiste un altro bisogno umano: quello di poter essere imperfetti senza sentirci continuamente sotto esame. Forse una parte del nostro affetto per Artemio nasce anche da qui. Dalla possibilità di incontrare, almeno per la durata di una scena, un personaggio che non deve dimostrare niente a nessuno. Un uomo che sbaglia con convinzione, ragiona secondo associazioni improbabili e continua a vivere senza trasformare ogni errore in una crisi della propria identità. Ma la bellezza del film sta anche nel fatto che questa dimensione non viene presentata come una teoria. Non c’è un discorso sulla memoria, sull’identità o sulla famiglia. C’è una madre che deve tagliare le unghie al figlio. C’è una televisione illuminata da una lampadina. C’è un uomo convinto che l’Indocina si raggiunga passando da Lugano. E c’è un coniglio che arriva in tavola con una puntualità sempre più sospetta. Il cinema comico, quando riesce davvero, non ha bisogno di spiegare la condizione umana per raccontarla. Può farlo attraverso una pausa, un’espressione, una risposta pronunciata con assoluta serietà. E proprio perché non pretende di insegnarci qualcosa, talvolta finisce per mostrarci aspetti di noi stessi che un discorso esplicito non riuscirebbe a raggiungere. Bergson ci aiuta a comprendere perché ridiamo della rigidità di Artemio. La psicologia della memoria ci aiuta a comprendere perché desideriamo rivederlo. La riflessione psicoanalitica ci suggerisce perché, tornando a quelle immagini, non ritroviamo mai esattamente ciò che avevamo lasciato: ogni ritorno è attraversato dalla persona che siamo diventati. Così la risata cambia significato senza perdere la propria leggerezza. Continuiamo a divertirci quando la madre distingue le unghie del piede destro da quelle del sinistro. Sorridiamo quando Artemio colloca l’Indocina oltre Lugano. Aspettiamo la battuta sul coniglio pur conoscendola già. Ma, insieme alla risata, può affacciarsi un pensiero più silenzioso.
Ci manca davvero quel mondo?
O ci manca qualcuno con cui lo guardavamo?
Ci manca la semplicità di quelle giornate?
O ci manca il fatto che allora non sapevamo ancora quanto sarebbero diventate preziose?
Forse non esiste una risposta uguale per tutti. Ed è proprio questo a rendere certe immagini così potenti: ognuno vi ritrova una storia diversa, pur ridendo della stessa battuta. Il ragazzo di campagna continua a farci ridere perché Pozzetto ha costruito un personaggio comicamente indimenticabile. Ma continua anche a parlarci perché, dietro quella comicità, sopravvive un universo di gesti, parole e relazioni che la memoria ha trasformato in qualcosa di intimamente nostro. Forse, quando rivediamo Artemio, non stiamo cercando soltanto una risata. Stiamo cercando per qualche istante una casa, una voce, un pomeriggio, una parte di noi che non sapevamo di stare vivendo per l’ultima volta. E allora comprendiamo perché certe scene non invecchiano mai davvero. Perché il film è rimasto lo stesso. Ma ogni volta che lo guardiamo, siamo noi a tornare diversi.
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Fonti:
-Il ragazzo di campagna (1984), diretto da Castellano e Pipolo, con Renato Pozzetto.
-Henri Bergson, Il riso (1900).
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
