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Psicologia

CHI SONO I VOSTRI PSICOANALISTI? LA DOMANDA CHE INTERROGA CHI ASCOLTA

Una riflessione a partire da Jacques-Alain Miller sul sapere, sull’autorizzazione e sulla posizione dell’analista.

«Chi sono i vostri psicoanalisti?». La domanda che Jacques-Alain Miller pone fin dal titolo del volume pubblicato con ottantaquattro interlocutori ha qualcosa di apparentemente semplice e, proprio per questo, di profondamente destabilizzante. Non chiede soltanto quali siano i titoli, le appartenenze istituzionali o i percorsi formativi di coloro che esercitano la psicoanalisi. Interroga, più radicalmente, ciò che rende possibile e legittima l’occupazione di una posizione tanto singolare: quella di chi si offre come destinatario di una parola che il soggetto stesso non padroneggia interamente. Perché non è affatto scontato che qualcuno possa dirsi analista. E non lo diventa semplicemente per aver acquisito un sapere sull’inconscio, per aver attraversato un determinato percorso formativo o per essere stato riconosciuto da un’istituzione. Tutti questi elementi hanno un peso, e sarebbe ingenuo negarlo, ma nessuno di essi esaurisce la questione propriamente analitica. Il problema, in fondo, riguarda lo scarto tra il possesso di un sapere e la possibilità di sostenere una funzione. La provocazione di Miller rinvia inevitabilmente a una delle formulazioni più controverse di Jacques Lacan, secondo cui «l’analista si autorizza da sé», affermazione che sarebbe un errore interpretare come una concessione all’arbitrio individuale o come la proclamazione di una sovranità professionale svincolata da qualsiasi responsabilità. La questione è più complessa. Lacan mette in discussione l’idea che un’istituzione possa produrre, attraverso un atto di investitura, ciò che appartiene all’ordine di una trasformazione soggettiva. Non basta essere nominati analisti perché qualcosa della posizione analitica si produca effettivamente. E tuttavia questo non significa che il soggetto possa autoproclamarsi tale sulla base di una convinzione personale. L’autorizzazione non coincide con l’autocertificazione, così come il riconoscimento istituzionale non coincide necessariamente con l’effettiva possibilità di sostenere un atto analitico. È proprio in questa tensione che si colloca una delle difficoltà costitutive della formazione psicoanalitica. Da un lato, nessuna pratica clinica può sottrarsi alla questione della trasmissione, del controllo del proprio lavoro, del confronto con altri e delle responsabilità che derivano dall’operare sulla sofferenza psichica. Dall’altro, la specificità della psicoanalisi impedisce di ridurre la formazione all’acquisizione progressiva di competenze certificabili. Non si tratta soltanto di apprendere come interpretare, ma di interrogare la posizione dalla quale un’interpretazione viene formulata, il desiderio che la sostiene e gli effetti che essa produce. La distinzione è decisiva, perché il sapere dell’analista non può essere pensato come un sapere già compiuto sulla verità del soggetto. Se così fosse, l’analisi rischierebbe di trasformarsi in una pratica di attribuzione di significati, nella quale la parola dell’analizzante verrebbe progressivamente ricondotta a ciò che la teoria ha già stabilito. Il soggetto parlerebbe, ma la sua parola troverebbe davanti a sé un sapere che l’ha preceduta e che, in qualche misura, ha già deciso che cosa essa debba significare. La scoperta freudiana dell’inconscio introduce invece una frattura proprio rispetto alla pretesa di padronanza del sapere. Il soggetto non coincide con ciò che sa di sé, e ciò che emerge nella sua parola non è semplicemente un contenuto nascosto che attende di essere decifrato da un esperto. Il lapsus, il sogno, il sintomo e la ripetizione non costituiscono soltanto materiali da tradurre attraverso un codice teorico. Sono manifestazioni di una divisione soggettiva che non può essere cancellata dall’interpretazione senza che qualcosa dell’esperienza analitica venga perduto. L’analista, pertanto, non occupa la posizione di chi possiede la verità dell’altro, ma quella di chi rende possibile un lavoro nel quale il soggetto possa incontrare qualcosa del proprio rapporto con il desiderio, con il godimento e con le determinazioni inconsce della propria esistenza. Ciò non implica l’assenza di sapere, né una rinuncia alla teoria. Implica piuttosto che il sapere non venga utilizzato per saturare ciò che nella parola del soggetto resta aperto, equivoco, non immediatamente riconducibile a una significazione definitiva. In questa prospettiva, la questione del desiderio dell’analista assume un’importanza particolare. Non si tratta del desiderio personale di aiutare, di guarire o di ottenere un risultato, per quanto tali aspirazioni possano apparire comprensibili sul piano umano. Il desiderio dell’analista, nella sua accezione lacaniana, non è riducibile alla benevolenza del professionista né alla sua motivazione cosciente. Designa una funzione che implica, tra le altre cose, la possibilità di non fare del proprio ideale di cura la misura dell’esperienza dell’altro. È un punto sul quale vale la pena soffermarsi, perché la relazione analitica espone inevitabilmente al rischio che il desiderio di curare si trasformi, senza che venga riconosciuto, nel desiderio che il soggetto guarisca secondo una determinata immagine della guarigione. Che diventi più autonomo, più equilibrato, più adattato, più capace di amare o di lavorare, secondo criteri che possono essere perfettamente ragionevoli sul piano sociale ma che non coincidono necessariamente con ciò che è in gioco nella singolarità di un’analisi. Il problema non è negare il valore del sollievo dalla sofferenza o dei cambiamenti concreti nella vita di una persona. È interrogare il momento in cui l’ideale del clinico rischia di sovrapporsi al desiderio del soggetto, facendo dell’analisi il luogo in cui quest’ultimo viene accompagnato verso una forma di esistenza già implicitamente considerata preferibile. E allora la domanda «chi sono i vostri psicoanalisti?» potrebbe essere riformulata in termini ancora più scomodi: quale posto occupa il desiderio di chi ascolta nella direzione della cura? Quanto della sua interpretazione appartiene alla logica del discorso dell’analizzante e quanto, invece, risponde alla necessità di confermare un sapere, un’identificazione teorica, una posizione di prestigio? Non si tratta di sospettare indiscriminatamente della pratica analitica, ma di prendere sul serio una delle sue implicazioni più radicali: anche chi occupa la posizione dell’analista è un soggetto attraversato dall’inconscio. L’esperienza della propria analisi non produce una trasparenza definitiva rispetto a se stessi, né garantisce una condizione di immunità dalle identificazioni, dalle difese o dalle soddisfazioni narcisistiche. Pensare il contrario significherebbe trasformare l’analisi personale in un rituale di purificazione, al termine del quale il soggetto potrebbe finalmente considerarsi sottratto alle determinazioni che continuano a riguardare tutti gli altri. L’analisi dell’analista assume invece il proprio valore proprio perché mette in questione la possibilità di occupare ingenuamente una posizione di padronanza. Non elimina la divisione soggettiva, ma può modificare il rapporto che il soggetto intrattiene con essa. Non consegna un’identità finalmente compiuta, ma interroga le identificazioni attraverso le quali ciascuno ha cercato di darsi consistenza. Da questo punto di vista, c’è un paradosso che merita attenzione. Chi si forma per occupare la posizione dell’analista attraversa un’esperienza che dovrebbe condurlo a interrogare le proprie identificazioni; e tuttavia può trovare proprio nell’identità professionale di analista una nuova identificazione particolarmente resistente. La posizione che dovrebbe consentire di non lasciarsi catturare dal sapere può diventare, essa stessa, il luogo di una nuova certezza su di sé. Si può allora finire per identificarsi non soltanto con una teoria, ma con l’immagine di chi sarebbe capace di comprendere ciò che agli altri sfugge. Il linguaggio analitico, anziché funzionare come strumento di interrogazione, può trasformarsi in un segno di appartenenza. Le citazioni diventano garanzie, i concetti assumono la funzione di parole d’ordine e il riferimento ai maestri rischia di sostituire il lavoro necessario per pensare ciò che accade effettivamente nella clinica. Naturalmente, la trasmissione della psicoanalisi non può prescindere dai suoi autori, dalle sue scuole e dalle istituzioni che ne custodiscono e discutono l’elaborazione teorica. Ma una tradizione resta viva nella misura in cui consente che i propri concetti vengano interrogati dall’esperienza, non quando li utilizza per rendere l’esperienza prevedibile. In fondo, anche la fedeltà a un insegnamento può assumere due forme profondamente differenti. Si può essere fedeli ripetendo ciò che è già stato detto, oppure cercando di mantenere aperta la domanda che ha reso necessario dirlo. La prima forma protegge l’identificazione; la seconda espone al rischio del pensiero. Ed è forse per questo che la questione dell’autorizzazione non può essere separata da quella della responsabilità. Se nessuna istituzione può garantire integralmente la posizione analitica, ciò non significa che tale posizione sia sottratta a ogni forma di verifica, di confronto o di limite. Al contrario, proprio l’impossibilità di fondarla su una garanzia assoluta rende ancora più importante il lavoro di elaborazione della pratica, la supervisione e la possibilità di rispondere dei propri atti. Del resto, la formula lacaniana sull’autorizzazione dell’analista non può essere isolata dalla successiva precisazione relativa ad «alcuni altri», né dall’interrogativo che Lacan stesso ha posto sulla possibilità di testimoniare ciò che, in un’analisi, rende pensabile il passaggio alla posizione dell’analista. La questione non è dunque quella di un soggetto che si conferisce da solo un titolo, ma quella di un atto la cui legittimità non può essere esaurita né dalla volontà individuale né dal riconoscimento di un’autorità esterna. Resta, inevitabilmente, una zona che nessun dispositivo istituzionale può saturare del tutto. Ed è proprio questa impossibilità di garanzia assoluta a rendere la domanda di Miller ancora attuale. Perché ciò che è in gioco non riguarda soltanto chi abbia il diritto di definirsi psicoanalista. Riguarda anche il modo in cui una comunità professionale riconosce, trasmette e interroga le condizioni della propria pratica, senza trasformare il problema della formazione in una semplice questione di appartenenza. E riguarda, soprattutto, il rapporto tra l’analista e il posto che occupa nella relazione con l’analizzante. Nella dinamica transferale, l’analista può essere investito di un sapere che il soggetto suppone gli appartenga. Ma il fatto che tale supposizione abbia una funzione nel dispositivo analitico non autorizza chi ascolta a identificarsi con essa. È proprio qui che si gioca una differenza essenziale: sostenere una posizione alla quale viene supposto un sapere non significa credere di possederlo realmente nella forma immaginaria in cui viene attribuito. Quando questa distinzione si perde, il transfert rischia di diventare il terreno di una conferma reciproca: il soggetto cerca qualcuno che sappia chi egli sia, mentre l’analista trova nel riconoscimento dell’altro la conferma della propria autorità. Il lavoro analitico, invece di interrogare tale configurazione, può finire per stabilizzarla. Forse è proprio questo uno dei rischi più sottili della pratica: che il posto dal quale dovrebbe diventare possibile mettere in questione le identificazioni del soggetto venga occupato da qualcuno che non riesce più a mettere in questione la propria. La domanda contenuta nel titolo di Miller conserva allora tutta la sua forza, perché impedisce di considerare la figura dell’analista come un’evidenza. Non basta sapere che qualcuno esercita la psicoanalisi per sapere che cosa significhi, per lui, occupare quella posizione. Non basta conoscere il nome della scuola a cui appartiene per comprendere il rapporto che intrattiene con il sapere. E non basta riconoscere la solidità della sua formazione per concludere che il desiderio che orienta il suo atto sia definitivamente al riparo dalle sue stesse identificazioni. Forse la questione più interessante non è domandarsi se esistano analisti finalmente liberi dalle proprie contraddizioni. Una simile pretesa sarebbe incompatibile con ciò che la psicoanalisi ci ha insegnato sulla condizione umana. La questione è piuttosto se sia possibile sostenere una funzione senza trasformarla in un’identità da difendere, esercitare un sapere senza farne uno strumento di padronanza, occupare un posto senza confondere quel posto con la propria persona. Perché la posizione analitica non dovrebbe rappresentare il punto in cui il soggetto smette di interrogarsi su di sé. Semmai, dovrebbe rendere ancora più difficile sottrarsi a tale interrogazione. E allora, accanto alla domanda «chi sono i vostri psicoanalisti?», forse dovremmo conservarne un’altra, meno rivolta alle credenziali e più direttamente all’esperienza clinica:

che cosa accade alla possibilità di ascoltare l’inconscio dell’altro quando chi ascolta ha smesso di interrogare il proprio rapporto con il sapere?

Perché il rischio non è soltanto quello di non sapere abbastanza.

È quello di sapere così bene chi si crede di essere da non lasciare più spazio a ciò che, nell’incontro con l’altro, potrebbe ancora metterci in discussione.

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Fonti:

J. A. Miller – Chi sono i vostri psicoanalisti?

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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