Ci sono storie che sembrano scritte per il cinema, ma che la realtà rende più crudeli di qualsiasi finzione. Quella di Rubin “Hurricane” Carter, pugile afroamericano condannato per un triplice omicidio nel New Jersey nel 1966, è una di queste. Carter si proclamò sempre innocente e trascorse quasi vent’anni tra carcere, appelli e battaglie giudiziarie, prima che la sua condanna fosse annullata nel 1985.
Nel 1975 Bob Dylan gli dedicò Hurricane, una canzone-fiume che è insieme ballata popolare, atto d’accusa e racconto di un’ingiustizia. Dylan non si limita a cantare un uomo: mette sotto processo il sistema che lo ha giudicato. Il ritmo incalzante trasforma la vicenda in una storia collettiva, dove il razzismo, i pregiudizi e il potere delle istituzioni diventano personaggi invisibili, ma decisivi.
E qui entra in scena Jacques Lacan. Per lo psicoanalista francese, il soggetto non vive soltanto nella realtà dei fatti: è anche intrappolato nelle parole, nei racconti e nello sguardo degli altri. Carter diventa così “Hurricane”: un nome che è già un destino, un’identità pubblica che può essere trasformata in leggenda, ma anche schiacciata da una narrazione giudiziaria.
La canzone di Dylan prova a rovesciare quella narrazione. Dove il tribunale aveva fissato un colpevole, la musica riapre la domanda. Non restituisce da sola la libertà, ma restituisce voce a chi era stato raccontato soltanto dagli altri.
Forse è questo il potere più autentico di una canzone popolare: non cambiare il passato, ma impedire che una sola versione dei fatti diventi l’unica possibile. Perché, a volte, la giustizia comincia quando qualcuno trova il coraggio di raccontare di nuovo la storia.
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Bob Dylan – Hurricane
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
