Quanti di noi hanno ascoltato almeno una volta nella propria vita canzoni d’amore? E quante di esse ne parlano come di un sentimento romantico, struggente, o gioioso? Poi ci sono quelle canzoni che invece si pongono una domanda: perché amare significa sempre fare i conti con qualcosa che manca? Grace, scritta e cantata da Jeff Buckley, fa proprio questo, e tramite la sua voce il compianto cantautore americano rende proprio la sofferenza che comporta questo interrogativo. Sale, si spezza, si abbandona, per poi tornare inseguire costantemente una promessa, che sembra sfuggirgli dal filo della voce.
Un po’ come diceva Lacan, il desiderio viene mosso da una mancanza. E in Grace viene narrato proprio questo, ossia un amore che più che essere un porto sicuro, è una vera e propria vertigine. Non è mai conquista di qualcuno, ma l’esperienza di una distanza che continua ad attrarci. C’è una tensione che attraversa tutto il testo e la musica, che abita il confine tra l’abbandono a tutto ciò, alla resistenza, tra il desiderio di lasciarsi completamente andare, e la paura di perdere sè stessi. E alla fine questo è un movimento puramente lacaniano: l’altro è anche qualcuno sul quale proiettiamo le nostre mancanze.
Eppure Grace riesce in ciò che tante canzoni d’amore non riescono a rendere, ossia avvolgere, con calore, questo sentimento assurdo. Perché questo? Perché Buckley riesce in quel movimento verso cui l’amore dovrebbe tendere: rendere meravigliosa la mancanza. Non nasconderla, non gestirla, ma elevandola con il canto. Se Lacan ci dice che non esiste oggetto definitivo del desiderio, Buckley si spinge oltre: forse non è nemmeno necessario cercare ciò che ci manca. A volte basta imparare ad elevarlo, in qualsiasi modo noi riusciamo.
E allora questa poesia fatta su note ci insegna qualcosa di fondamentale: non è tanto sull’impossibilità di essere completi che dobbiamo concentrarci, ma sulla possibilità di sentirsi vivi proprio grazie a questa mancanza.
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Jeff Buckley – Grace
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
