Si traumatizza solo ciò che non si è mai vissuto del tutto.
Nel linguaggio comune, il trauma viene spesso inteso come un evento eccezionale, scioccante, che irrompe nella vita del soggetto lasciandolo segnato. Ma la psicoanalisi e in particolare quella freudiana e lacaniana ci insegna che il trauma non coincide necessariamente con ciò che accade, ma con ciò che non è mai stato vissuto pienamente. Il trauma, paradossalmente, è ciò che non ha avuto luogo nel simbolico. È ciò che non è stato detto, pensato, narrato.
La temporalità retroattiva del trauma: Nachträglichkeit
Freud, in alcuni dei suoi scritti più importanti (tra cui il Progetto per una psicologia scientifica e le Lettere a Fliess), introduce un termine tedesco intraducibile: Nachträglichkeit, letteralmente “posteriorità”. Il trauma, secondo questa logica, non è lineare ma si struttura retroattivamente.
Un’esperienza può diventare traumatica solo dopo, quando una seconda scena, un nuovo significante o una nuova posizione soggettiva ne riscrive il senso.
Il primo evento, spesso banale, resta in una zona opaca. È solo dopo — in un secondo tempo — che il soggetto gli attribuisce un significato traumatico.
Il trauma, allora, non è l’urto in sé, ma il fallimento della sua elaborazione. Non è la ferita, ma il buco simbolico che ne risulta.
Lacan e il trauma come reale
Per Lacan, il trauma è strettamente legato alla nozione di reale.
E il reale, in psicoanalisi, non è ciò che è “veramente accaduto”, ma ciò che sfugge alla simbolizzazione.
Il trauma è reale perché resta fuori dal discorso, è ciò che ritorna nel sintomo, nel lapsus, nella ripetizione, perché non è stato integrato nel registro dell’immaginario o del simbolico.
Il reale è ciò che ritorna sempre allo stesso posto.E quel posto è spesso il corpo, il sogno, il sintomo.
In questa prospettiva, il trauma è un effetto del linguaggio, non un semplice fatto biologico.
Il soggetto è colpito dal trauma perché è immerso nella lingua, nel desiderio dell’Altro, nella mancanza strutturale che lo costituisce.
Per questo, l’esperienza traumatica è spesso muta, indicibile: riguarda un evento che non ha avuto parola.
Il trauma e il sintomo
Ciò che non è stato vissuto pienamente ritorna, e lo fa con un altro linguaggio: quello del corpo, del sogno, del sintomo.
Il sintomo analitico è una formazione dell’inconscio, una risposta enigmatica a un trauma mai elaborato.
Nel setting analitico, l’analizzante parla — o meglio, balbetta — intorno a quel buco, a quella scena che non si lascia dire.
Il lavoro analitico, allora, non consiste nel ricordare l’evento in modo cosciente, ma nel costruire la propria posizione soggettiva rispetto a ciò che manca.
Il trauma non è l’evento. È l’assenza che resta.
La grande lezione della psicoanalisi è che non esiste trauma senza soggetto.
Due persone possono vivere lo stesso evento: una lo attraversa, l’altra ne è segnata per sempre. Perché il trauma è soggettivo, non oggettivo.
E ciò che traumatizza non è sempre ciò che si ricorda, ma spesso ciò che è stato rimosso, scisso, mai detto.
In questo senso, parlare di trauma oggi in un’epoca dove tutto viene verbalizzato, denunciato, diagnosticato significa rimettere in gioco il posto del soggetto.
Non per sminuire la sofferenza, ma per restituirle la sua dimensione singolare, irriducibile.
Per ricordare che il trauma non è una lesione che si cura con un cerotto psicologico, ma una ferita che domanda un tempo d’elaborazione, uno spazio d’ascolto, una soglia di verità.
Il trauma non è ciò che accade. È ciò che ritorna, perché non ha mai avuto un posto.
E quel posto, spesso, è il corpo. Oppure la parola.
Quando il trauma si dice, cambia. Non guarisce, ma si trasforma.
E in quella trasformazione, a volte, comincia qualcosa di nuovo.
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Fonti:
S. Freud – Lettere a Fliess
S. Freud- Progetto di una psicologia
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Autori dell’articolo:
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
