Da Jung a Lacan: ciò che neghiamo di noi, ritorna.
C’è una parte di noi che preferiamo non vedere.
Una voce che si nasconde dietro i gesti più quotidiani, che abita i nostri silenzi, i lapsus, i sogni. È l’ombra quella zona dell’anima che Jung descriveva come il deposito di tutto ciò che non vogliamo ammettere, ma che non smette di esistere. Per la psicoanalisi, l’ombra non è il male. È semplicemente ciò che non abbiamo voluto riconoscere. Ogni volta che tentiamo di cancellarla, ritorna in forme diverse: un sintomo, una reazione, una scelta che non comprendiamo del tutto.
Lacan, da parte sua, ci mostra un altro volto del doppio:
il soggetto non è mai intero, ma diviso tra ciò che crede di essere e ciò che l’inconscio svela. Nello “stadio dello specchio”, il bambino si riconosce in un’immagine, ma in quel riconoscimento si aliena — scopre sé stesso solo attraverso l’altro. Da quel momento, il doppio diventa la struttura stessa del soggetto. Viviamo in equilibrio tra ciò che mostriamo e ciò che ci abita, tra l’immagine e il desiderio, tra il volto e la sua ombra.
Guardare il doppio non è un esercizio di paura, ma di verità.
È accettare che la nostra identità non sia fissa, che la luce e l’oscurità convivano. Che non esiste completezza senza riconoscere la mancanza. Forse il compito dell’analisi — e della vita — non è liberarsi dall’ombra, ma imparare a dialogarci.
Perché solo chi ha il coraggio di guardarsi davvero può smettere di essere perseguitato da ciò che nega.
Fonti consigliate:
C.G. Jung, L’Io e l’inconscio;
J. Lacan, Il seminario XI.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
