Halloween è la festa delle maschere, ma Luigi Pirandello ci ricorda che le maschere non le indossiamo solo per una notte: le portiamo ogni giorno.
Indossiamo ruoli, sorrisi, identità che ci proteggono, che ci raccontano e, a volte, ci imprigionano. Nel suo capolavoro Uno, nessuno e centomila, Pirandello ci mette davanti a una crisi radicale dell’identità: Vitangelo Moscarda scopre, quasi per caso, di non coincidere con l’immagine che gli altri hanno di lui.
Da quel momento, la sua intera esistenza si scompone.
“Uno, nessuno e centomila”: tre modi di dire la stessa verità — che non esiste un Io unico, stabile, coerente.
Siamo uno per noi stessi, centomila per chi ci guarda, e forse nessuno davvero. Lacan direbbe che il soggetto nasce nello sguardo dell’altro. É l’altro a rimandarci un’immagine, uno specchio in cui ci riconosciamo e insieme ci smarriamo. Quel riflesso diventa la nostra maschera, necessaria per vivere, ma anche distante da ciò che realmente siamo.
Il bisogno di coerenza, di continuità, è un’illusione.
Dietro ogni identità c’è una mancanza, un vuoto che non può essere colmato. Ma è proprio da quella mancanza che nasce il desiderio, la spinta a esistere, a reinventarsi, a cercare nell’altro un frammento di verità. Ecco perché le maschere non sono solo finzioni: sono modi di stare al mondo.
Ci permettono di incontrare l’altro, di amare, di desiderare, di sopravvivere.
E forse, a ben vedere, l’orrore più profondo non è quello delle maschere, ma quello dello specchio.
Guardarsi senza schermi, senza finzioni, e non sapere chi si è davvero.
Fonti consigliate:
Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila;
Jacques Lacan, Il Seminario XI.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
