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Psicologia

L’anima è la parte più stanca del corpo

Ci sono stanchezze che il sonno non ripara. Non coincidono con l’affaticamento dei muscoli, né con l’esaurimento nervoso che una pausa può lenire. Sono stanchezze più profonde, che non appartengono all’ordine della fatica ma a quello del senso. È a questa profondità che Paul Bowles affida una delle frasi più enigmatiche e precise della letteratura del Novecento: l’anima è la parte più stanca del corpo. Nel Tè nel deserto, la frase emerge come un bisbiglio notturno, privo di volto, senza sogno. Non è un messaggio consolatorio, né una rivelazione salvifica. È piuttosto una constatazione che sale da un pozzo profondo, come se il soggetto, risalendo da sé stesso, non trovasse altro che un’evidenza spoglia: ciò che cede per primo non è il corpo, ma ciò che lo abita. La modernità ha imparato a misurare la stanchezza. La quantifica, la medicalizza, la trasforma in sintomo. Ma la stanchezza dell’anima sfugge a ogni strumento di rilevazione. Non è localizzabile, non è oggettivabile. Si manifesta come una tristezza senza oggetto, come una sensazione di abbandono che non rimanda a un evento preciso. È una fatica di esistere, non di fare. In questo senso, l’anima non è ciò che anima il corpo, ma ciò che ne porta il peso. È la parte che deve continuamente tenere insieme ciò che non coincide: desiderio e realtà, attesa e delusione, legame e perdita. La sua stanchezza non nasce dall’eccesso di attività, ma dall’eccesso di esposizione. L’anima si stanca perché è costantemente chiamata a significare ciò che accade, anche quando ciò che accade non ha senso. La psicoanalisi ha dato un nome a questa fatica. Freud parlava di afflizione senza causa apparente, di malinconia che non sa spiegarsi. Lacan radicalizza: il soggetto è strutturalmente diviso, e questa divisione non è un incidente, ma una condizione permanente. L’anima si stanca perché è il luogo di questa divisione, il punto in cui il soggetto avverte di non coincidere mai pienamente con sé stesso. Bowles colloca questa verità nel deserto, luogo simbolico per eccellenza della sottrazione. Nel deserto non c’è distrazione possibile: ciò che resta emerge. E ciò che emerge non è il corpo stremato, ma un vuoto che parla a bassa voce. La voce senza volto che pronuncia la frase non consola, non spiega, non promette. Nomina. Dire che l’anima è la parte più stanca del corpo significa riconoscere che la sofferenza più radicale non è spettacolare. Non grida. Non chiede aiuto in modo diretto. Si manifesta come un lento svuotamento, come una perdita di risonanza con il mondo. Si è presenti, ma senza più essere davvero coinvolti. E tuttavia, in questa stanchezza, c’è una forma di verità. Solo ciò che è stato molto coinvolto può stancarsi così. Solo ciò che ha amato, sperato, creduto, può arrivare a questo punto di esaurimento silenzioso. L’anima stanca non è l’anima indifferente; è l’anima che ha portato troppo a lungo il peso del desiderio senza trovare un luogo dove deporlo. Forse è per questo che la frase non arriva in un sogno, ma nel momento del risveglio. Come se indicasse che non c’è più nulla da interpretare, nulla da decifrare. Resta solo da riconoscere la stanchezza per ciò che è: non una debolezza, ma una traccia. La prova che si è stati vivi, esposti, toccati.

E che, a volte, ciò che chiede riposo non è il corpo, ma il senso stesso di continuare.

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Fonti:

Paul Bowles, Il tè nel deserto;

Massimo Recalcati, Le nuove melanconie;

Sigmund Freud, Lutto e melanconia.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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