La tentazione più forte del soggetto moderno è credersi uno. Unità, coerenza, continuità: parole che rassicurano, che promettono un’identità stabile, governabile, finalmente padrona di sé. È proprio contro questa illusione che la psicoanalisi introduce una delle sue formule più destabilizzanti: o io non penso o io non sono. Non come paradosso retorico, ma come descrizione strutturale dell’esperienza soggettiva. Lacan non dice che il soggetto è diviso perché confuso o immaturo. Dice qualcosa di più radicale: la divisione non è un incidente, è la sua condizione. Là dove penso, dove mi rappresento, dove mi riconosco in un discorso, non sono. E là dove sono, dove qualcosa di me insiste, gode, soffre, desidera, non penso. È questo scarto a costituire l’inconscio. Non un luogo nascosto da esplorare, ma un effetto strutturale del linguaggio. Il soggetto non coincide mai con ciò che dice di sé. Ogni tentativo di padronanza — ogni “io so chi sono”, ogni “io so cosa voglio” — è già una maschera necessaria. Il discorso del padrone funziona proprio così: promette unità, cancella la frattura, fa sembrare naturale ciò che è strutturalmente impossibile. Per questo la divisione del soggetto resta a lungo invisibile: non perché non esista, ma perché il discorso dominante la copre, la normalizza, la rende silenziosa. É nel discorso isterico che questa divisione emerge con maggiore evidenza. L’isterica non accetta l’unità imposta, non si accontenta di una verità già confezionata. Mette in crisi il sapere, interroga l’Altro, espone il vuoto. Ed è lì che la formula o io non penso o io non sono smette di essere astratta e diventa esperienza. Là dove penso, non mi riconosco. Là dove sono, mi perdo. Non perché manchi qualcosa, ma perché il soggetto è esattamente questo movimento. La verità, in questo quadro, non può mai dirsi tutta. Non si presenta come risposta, ma come enigma. Non come contenuto, ma come urgenza. Il semi-dire non è una strategia comunicativa, è l’unica forma possibile della verità per un soggetto diviso. Ogni tentativo di dire “tutto” non è più verità, ma amministrazione del senso. La verità non si offre come soluzione, ma come scacco. E qui Lacan compie un gesto decisivo: separa la divisione del soggetto dalla semplice opposizione. Non si tratta di scegliere tra pensiero ed essere. Il soggetto è in entrambi i luoghi, proprio perché non può coincidere con nessuno dei due. Per questo la metafora dell’elettrone è così potente: come la particella che attraversa due fessure contemporaneamente senza smettere di essere se stessa, il soggetto partecipa del reale solo a condizione di restare logicamente impossibile. La Spaltung non è una ferita da sanare. È il prezzo dell’esistenza parlante. Ogni promessa di integrazione totale, ogni psicologia dell’armonia, ogni discorso che promette un “sé finalmente riconciliato” non fa che rimuovere questo dato strutturale. Ma ciò che viene rimosso ritorna. E ritorna come sintomo, come angoscia, come ripetizione. Accettare la formula o io non penso o io non sono non significa rinunciare a vivere. Significa rinunciare all’illusione di essere uno. Significa riconoscere che il soggetto non è un centro, ma una frattura abitabile. E che è proprio da questa frattura — non dalla coerenza — che può emergere qualcosa di vero.

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Fonti:

J. Lacan – Seminario XVII;

C. L. Strauss-Antropologia strutturale.

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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