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Psicologia

Il Padre-Utensile: l’uso del Nome dopo la caduta degli Idoli

In questa giornata dedicata alla figura paterna, la psicoanalisi ci sfida con un paradosso che agisce come un risveglio necessario, un vero e proprio “pugno nello stomaco” teorico tratto dal cuore dell’ultimo, radicale insegnamento di Jacques Lacan. Per celebrare degnamente questa ricorrenza, occorre avere il coraggio di allontanarsi dal sentimentalismo rassicurante e dalle immagini edulcorate della cura per affrontare la vertigine di una funzione che non si sostiene sulla biologia, né sulla morale, ma sull’atto puro. L’ipotesi dell’inconscio, infatti, non può reggersi se non supponendo quel “Nome-del-Padre” che, per struttura, evoca inevitabilmente la figura di Dio: un garante ultimo, un’autorità suprema, un modello di perfezione a cui sottomettersi con devozione o contro cui ribellarsi con rabbia adolescente. Ma la scommessa della psicoanalisi lacaniana è ben più profonda e trasgressiva: essa prova che di questo Padre-Idolo, di questo garante universale che dovrebbe dirci “cos’è il Bene”, si può e si deve fare a meno, a patto però di sapersene servire. Servirsene significa compiere un passaggio dall’immaginario al simbolico, smettendo di cercare nell’uomo-padre una verità assoluta, una protezione magica o un esempio impeccabile di virtù, per riconoscerlo invece come un “utensile” clinico e vitale, uno strumento necessario alla navigazione nel mare aperto del reale. Il padre non è un uomo ideale, ma una funzione di taglio; non è colui che spiega didatticamente “come si vive” attraverso precetti ingessati, ma colui che testimonia con la propria esistenza che è possibile desiderare nonostante la mancanza, anzi, precisamente grazie a essa. Un padre autentico non è il padrone del godimento, colui che possiede la chiave della felicità, ma è l’operatore che introduce la Legge del linguaggio, quel “terzo” essenziale che separa il figlio dall’abbraccio fusionale e potenzialmente mortifero con l’origine, aprendo finalmente lo spazio vitale e imprevedibile del mondo. Oggi, in un’epoca che molti descrivono come segnata dall’evaporazione del padre e dal declino inesorabile di ogni autorità verticale, questa lezione lacaniana smette di essere solo teoria per diventare un imperativo etico urgente: il padre non è più il totem da abbattere nel nome di una libertà senza limiti, ma la bussola simbolica di cui appropriarsi per non naufragare nel vuoto del senso. Non abbiamo bisogno di eroi onnipotenti o di patriarchi severi, ma di padri “umanizzati”, fallibili, segnati dal limite e parziali, che sappiano con umiltà annodare il proprio desiderio singolare alla Legge senza pretendere di incarnare la perfezione divina. Festeggiare il padre oggi significa dunque celebrare non la sua forza muscolare o il suo potere decisionale, ma il suo “fallimento riuscito”: quella magnifica capacità di consegnare al figlio non una mappa precompilata con rotte già tracciate, ma lo strumento grezzo per inventare la propria rotta soggettiva. È il dono di un’eredità che non è un bene immobile, ma un compito da svolgere. Solo chi ha saputo servirsi della funzione paterna come di un appoggio, come di un resto su cui fare leva, può infine compiere l’ultimo gesto di maturità psichica: farne a meno per esistere pienamente come soggetto desiderante, libero dal fantasma del Padre-Dio e pronto a rispondere in prima persona del proprio destino.

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Fonte:

J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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