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Psicologia

La macchia nell’altrove: Pavese e l’amore al di là dello specchio

Nell’ultima, disperata missiva di Cesare Pavese a Constance Dowling, si spalanca una voragine clinica che interroga il cuore stesso della teoria dell’amore: quell’ammissione di aver amato non solo la bellezza — operazione facile, tutta racchiusa nella cattura speculare dell’immagine — ma la bruttezza, i momenti cattivi, la tache noire, il viso chiuso. Per lo psicoanalista lacaniano, questo passaggio segna il confine netto tra l’innamoramento immaginario e l’amore che punta al reale dell’altro. Se l’innamoramento è per definizione narcisistico, un gioco di specchi in cui l’Io cerca la propria conferma nel prestigio dell’immagine dell’altro, l’amore di cui parla Pavese sembra situarsi in una dimensione differente, quasi intollerabile, dove l’oggetto non è più il rivestimento ideale, l’agalma splendente, ma lo scarto, il difetto, ciò che nell’altro “non va”. Amare la tache noire, la macchia nera, significa deporre le armi dell’Idealizzazione per incontrare il punto di opacità dell’altro, la sua inconsistenza, la sua ferita incurabile. Lacan ci ricorda che amare è dare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole, e in questo “non avere” risiede la verità del soggetto: Pavese non ama Constance per la sua perfezione divistica, ma per ciò che in lei è mancante, per quel “viso chiuso” che resiste alla comunicazione e che riflette, come un’eco tragica, il vuoto centrale del poeta stesso. È un amore che non cerca più la fusione armoniosa, ma che si aggrappa alla singolarità del sintomo dell’altro, a quella sgradevolezza che rende l’essere umano irriducibile a un’icona. Tuttavia, in questa accoglienza dell’orrore e della meraviglia, si nasconde l’insidia melanconica: quando il soggetto arriva ad amare il vuoto dell’altro così radicalmente, il rischio è che l’oggetto non funga più da velo, ma trascini il soggetto stesso nel precipizio del Reale. Amare la macchia nera dell’altro senza il filtro del desiderio simbolico può trasformarsi in un abbraccio mortale con la cosa, dove il “viso di primavera” e il “viso chiuso” diventano un unico punto di estinzione. Pavese, in questo suo congedo, ci insegna che l’amore autentico è sempre un incontro con l’eterogeneità dell’altro, con la sua parte d’ombra, ma ci avverte anche che quando l’amore punta esclusivamente al cuore nudo dell’essere, spogliato da ogni protezione immaginaria, il soggetto si ritrova senza difese davanti all’incontro con il nulla, trasformando il dono d’amore nell’ultimo, tragico atto di una separazione assoluta. In questo scritto che precede il silenzio, Pavese sembra compiere un’analisi terminale “selvaggia”, dove il riconoscimento dell’altro non passa più per il riconoscimento di sé, ma per la sottomissione a un dolore che egli definisce “benvenuto” poiché è l’unica traccia di verità rimasta nel deserto del Simbolico. Egli ama la Dowling proprio dove lei fallisce, dove lei è “cattiva” o “brutta”, ovvero dove lei smette di essere un sembiante per diventare pura consistenza d’oggetto. Ma è proprio questa caduta dei sembianti che rende impossibile la vita: senza la maschera della bellezza, senza quel velo che protegge dall’orrore del Reale, l’incontro con l’Altro diventa un urto frontale che non lascia scampo, portando il soggetto a preferire il bang della porta del carcere — la chiusura definitiva del sipario — piuttosto che la prosecuzione di una recita che non riesce più a nascondere il vuoto. Pavese chiude la lettera con un “non dimenticarlo” che non è un ordine alla donna, ma un suggello al suo stesso destino, l’atto finale di chi ha visto troppo vicino la macchia nera sul sole del desiderio e ha deciso di lasciarsi assorbire da essa, trasformando il proprio corpo nell’ultima parola di un libro già scritto, di un destino che, come lui stesso ammette, era già presente in quelle pagine scritte prima ancora di incontrarla.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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