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Psicologia

Il residuo del significante e l’insistenza del Reale: il gioco senza fine di Hamm e Clov

In Finale di partita di Samuel Beckett la scena è già da sempre post-apocalittica non perché sia esplosa una bomba nel mondo esterno ma perché è implosa la funzione del Grande Altro e quello che resta è il residuo insolubile del linguaggio che gira a vuoto su se stesso in una stanza che somiglia terribilmente alla scatola cranica di un soggetto in analisi dove le finestre sono occhi rivolti verso un esterno che ha smesso di significare alcunché. Hamm e Clov non sono personaggi nel senso classico della drammaturgia ma funzioni di una soggettività lacerata e divisa dove il Padrone è cieco e paralizzato Hamm che occupa il centro esatto della scena come un Io ipertrofico eppure impotente che non può stare in piedi né fare un passo fuori dal suo narcisismo ferito mentre il Servo è Clov l’impossibilitato a sedersi e dunque a trovare un posto nel mondo che non sia il movimento perpetuo verso il nulla in una fuga che è sempre e solo una minaccia sospesa. Per un occhio lacaniano questa non è una tragedia dell’assurdo ma la messa in scena della pulsione di morte nella sua forma più pura quella che non tende alla fine biologica ma che insiste nella ripetizione circolare perché come dice Clov qualcosa fa il suo corso e quel qualcosa è il godimento parassitario della parola che sopravvive alla morte del senso trasformando l’esistenza in un cerimoniale vuoto. Hamm continua a chiedere la sua focaccia le sue gocce e il suo giro in poltrona non perché abbia fame o dolore ma per verificare che la catena significante sia ancora attiva che ci sia ancora un Altro a cui indirizzare la domanda anche se quell’Altro è ridotto a un servo recalcitrante che incarna il limite del linguaggio stesso Clov è il resto che non torna mai nel calcolo del padrone è colui che minaccia di andarsene senza mai farlo davvero poiché fuori dalla stanza c’è il Reale del deserto l’inesistenza assoluta dove il soggetto svanirebbe istantaneamente nel momento in cui smettesse di essere nominato o di nominare il deserto è il fuori dal simbolico e Clov è condannato a restare dentro finché Hamm non smetterà di parlare perché il desiderio del soggetto si sostiene solo nel discorso dell’Altro anche quando l’Altro è ridotto a un ronzio stanco. I genitori Nagg e Nell chiusi nei bidoni della spazzatura rappresentano l’orrore dell’origine l’oggetto piccolo (a) declassato a scarto organico a scoria della storia che però continua a reclamare la sua pappa e il suo bacio in una parodia oscena della dialettica del desiderio che rivela come il legame familiare non sia un idillio ma un ingranaggio di carne e parole bucate dove il figlio Hamm desidera la morte dei padri ma non può fare a meno del loro sguardo morente per sentirsi ancora vivo i genitori non sono più le figure della Legge ma sono diventati il resto escrementizio della genealogia del soggetto Nagg e Nell ridono del disastro ma la loro risata è il suono del godimento che non si consuma mai un godimento autistico eppure legato alla presenza dell’altro che li nutre e li insulto. La partita a scacchi di Beckett è la partita che il soggetto gioca con il proprio fantasma fondamentale sapendo che ogni mossa è vana ma necessaria per non soccombere al silenzio che è il vero volto del Reale quell’impossibile che non smette di non scriversi eppure in questo fallimento continuo in questo finire che non finisce mai si apre lo spazio per l’unica etica possibile per la psicoanalisi quella di non cedere sul proprio desiderio di nominare il vuoto finché l’ultimo granello di sabbia non avrà smesso di scivolare è l’etica del “fallire meglio” di Beckett che risuona con la posizione dell’analista che deve occupare il posto dello scarto affinché il soggetto possa arrivare a saperne qualcosa della propria divisione costitutiva. Non c’è rapporto sessuale tra Hamm e Clov così come non c’è armonia tra l’uomo e il mondo ma solo questo resto sintomatico che permette alla vita di continuare a balbettare tra una battuta e l’altra cercando un finale che non può scriversi perché il linguaggio per definizione non ha mai l’ultima parola sul reale della carne la sofferenza di Hamm non è psicologica ma ontologica è la sofferenza di essere un corpo catturato nel significante che non trova mai il suo “lieto fine” nel senso. La fine in Beckett non è un evento cronologico che mette termine alle sofferenze ma uno stato ontologico l’impossibilità di far collassare l’ultimo significante sul significato ultimo e così la partita continua e continuerà sempre oltre il calare del sipario perché il simbolico non ha un confine se non il vuoto che lo abita e da cui trae la sua forza di ripetizione infinita proprio come una seduta analitica che non finisce perché si è capito tutto ma perché si è finalmente accettato che non c’è più nulla da dire se non che il gioco deve ricominciare.

Fonti:

S. Beckett, Finale di partita;

J. Lacan, Il Seminario, Libro XI;

J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII;

M. Recalcati, l’ultimo atto del signor Beckett.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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