Il silenzio del Venerdì Santo non è un silenzio vuoto, è un silenzio che scava, che lacera il velo del tempio e mette a nudo la solitudine radicale del soggetto di fronte al proprio destino. Dobbiamo avere il coraggio di restare lì, sotto quel legno, senza la fretta domenicale della risurrezione, perché è solo nell’oscurità del Venerdì che si compie la vera etica della psicanalisi. In questo scenario, il grido del Figlio non riceve in cambio una parola magica, un intervento risolutivo o una consolazione che anestetizza il dolore; riceve solo l’eco della propria voce. È l’ora dell’eclissi dell’Altro. Recalcati ci ha insegnato che il trauma della nostra epoca non è più il conflitto con la Legge del Padre, ma l’incontro d’urto con la sua assenza, con la sua impotenza. Se il Padre tace, se il Padre muore, allora la vita non ha più un senso già scritto, un binario predefinito su cui scorrere sicura. Il Venerdì Santo ci dice che la vita è, nel suo fondo, senza garanzia.

Questo silenzio del Padre è però l’atto d’amore più estremo, se lo leggiamo con gli occhi di chi sa che non c’è crescita senza separazione: è il Padre che si ritrae per lasciare tutto lo spazio al desiderio del Figlio. Sulla Croce, Gesù non è più la proiezione di un volere divino, ma è l’uomo restituito alla sua nuda verità, alla sua carne che soffre, alla sua libertà che trema. È il momento in cui l’eredità cessa di essere una rendita di posizione e diventa un compito, un atto, un rischio. Non c’è più nessuno a cui chiedere “cosa devo fare?”, “perché accade a me?”. C’è solo la propria testimonianza. In questa prospettiva, la Croce non è lo strumento di un sacrificio sadico richiesto da un Dio crudele, ma è il punto di rottura dove l’essere umano smette di essere un servo del destino per diventare il custode della propria mancanza. È il passaggio necessario attraverso il quale passano tutti i nostri pazienti: smettere di aspettarsi che l’analista, il genitore, il partner o il Dio di turno dia la risposta ultima sul senso dell’esistenza. Il Venerdì Santo ci insegna che il senso non si riceve, si inventa a partire dal vuoto. È la trasformazione del grido in parola, della ferita in feritoia. Quando il cielo tace, il Figlio è costretto a diventare uomo fino in fondo, caricandosi sulle spalle non il peccato del mondo come un peso burocratico, ma il peso della propria soggettività. Questo silenzio è il dono più difficile da accettare perché ci toglie ogni alibi, ogni vittimismo, ogni preghiera di supplica, restituendoci la responsabilità totale della nostra esistenza. Solo chi ha attraversato questo silenzio, solo chi ha accettato che il Padre non verrà a salvarlo dalla croce della propria finitezza, può scoprire che la vita non è ciò che ci accade, ma ciò che facciamo con quello che ci accade. È lì, in quel punto di massimo abbandono, che il desiderio si purifica e diventa capace di una nuova luce, una luce che non scende dall’alto ma che scaturisce dall’accettazione profonda della nostra fragilità.

Fonti:

M. Recalcati, La Legge della parola. Radici bibliche della psicoanalisi;

M. Recalcati, Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna;

J. Lacan, Il Seminario.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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