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Psicologia

Dio è morto? No, è diventato Inconscio. Una rilettura di Lacan e Žižek

Viviamo nell’illusione di una liberazione compiuta, specchiandoci nel riflesso di un’epoca emancipata che guarda al passato come a un tempo buio, dominato dal tabù, dal senso del peccato e dall’ombra di un Dio giudice pronto a castigare ogni deviazione del desiderio. L’uomo contemporaneo si professa ateo, padrone assoluto della propria esistenza, convinto che il crollo delle grandi narrazioni e lo svuotamento dei templi abbiano finalmente sdoganato quel celebre monito di Dostoevskij secondo cui, se Dio non esiste, allora tutto è permesso. Eppure, c’è qualcosa che non torna in questa pretesa di assoluta libertà, un’incrinatura profonda che interroga la nostra clinica quotidiana: se tutto è permesso, perché l’uomo contemporaneo è così costitutivamente angosciato? Perché le nostre stanze d’analisi non sono popolate da soggetti pacificati e leggeri, ma da forme inedite e feroci di sofferenza, come attacchi di panico, depressioni da inadeguatezza, anoressie, dipendenze patologiche e quel dilagante sentimento del vuoto che caratterizza il disagio della civiltà attuale? La risposta, fulminante nella sua paradossale precisione, ce la offre Slavoj Žižek quando rileva in Jacques Lacan un rovesciamento radicale dell’illuminismo ingenuo, ricordandoci che la vera formula dell’ateismo non è che Dio è morto, bensì che Dio è inconscio. Questo significa che l’uccisione del Padre divino, il grande gesto di ribellione della modernità, non ha affatto liquidato la Legge, ma l’ha semplicemente rimossa, spingendola nel sottosuolo della psiche dove continua ad agire nell’oscurità. Freud lo aveva già descritto magistralmente nel mito di *Totem e tabù*: la morte del Padre primordiale non cancella la sua autorità, ma la rende assoluta attraverso la sua interiorizzazione nella struttura del Super-io, un giudice interno infinitamente più severo, sadico e persecutorio di qualsiasi tiranno in carne e ossa. Rimuovere Dio per non ammetterne l’uccisione significa che quel Dio abita ora il nostro inconscio come una cattedrale sommersa, dove gli echi delle sue antiche proibizioni continuano a risuonare intatti, condizionando le nostre scelte e legandoci a un debito simbolico inestinguibile. Assistiamo così a un clamoroso paradosso clinico e sociale che Massimo Recalcati ha saputo isolare con precisione: se un tempo il sacro si fondava sulla rinuncia pulsionale, sul sacrificio del godimento in cambio della salvezza o dell’approvazione dell’Altro, oggi il discorso del capitalismo ipermoderno ha invertito la rotta, imponendo un comando apparentemente opposto che non dice più “Rinuncia!”, ma grida incessantemente “Godi! Consuma! Sii felice! Sii performante!”. Questa ingiunzione sociale alla felicità e al godimento illimitato non è però un fattore di liberazione, ma si configura come la maschera più feroce del Super-io contemporaneo, un nuovo e spietato idolo inconscio che rovescia la colpa: se ieri ci si sentiva in colpa per aver desiderato ciò che era proibito, oggi ci si sente profondamente colpevoli e inadeguati perché non si gode abbastanza, perché non si è all’altezza degli standard di successo, giovinezza e godimento richiesti dal mercato. Il Dio inconscio non è dunque scomparso, ma si manifesta sotto forma di questa spinta cieca alla performance che schiaccia il soggetto, riducendo il desiderio a un consumo d’oggetti compulsivo e sterile che flirta continuamente con la pulsione di morte e con il sintomo dell’ansia da prestazione generalizzata. L’ateismo di facciata della nostra cultura maschera in verità una nevrosi ossessiva universale, una sottomissione inconscia a un padrone oscuro che esige il sacrificio della nostra singolarità in nome di un ideale di godimento impossibile da raggiungere. Da questa trappola iper-edonistica non si esce attraverso il nichilismo distruttivo o la nostalgia regressiva per il vecchio Padre autoritario, ma attraverso un radicale cambio di rotta etico che la psicoanalisi ha il compito di favorire. Se la fine di un’analisi implica l’attraversamento del fantasma e la destituzione del Grande Altro, non si tratta di abolire la Legge per cadere nel caos infantile del “tutto è permesso”, ma di assumere la propria costitutiva mancanza a essere come lo spazio fecondo in cui può finalmente sorgere un desiderio autentico. La vera formula della liberazione non risiede nell’assenza di limiti, che produce solo l’angoscia del vuoto, ma nella capacità di abitare il limite, trasformando il Dio della proibizione e del debito in una fedeltà rigorosa alla propria vocazione profonda. Solo quando il soggetto smette di sacrificare la propria vita agli imperativi di questo Dio inconscio – sia esso il Dio dei vecchi dogmi religiosi o il nuovo Dio del consumo totalitario – può fare esperienza del dono autentico dell’esistenza, assumendosi la responsabilità del proprio desiderio e aprendosi all’incontro autentico con l’Altro.

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Fonti:

S. Zizek – Leggere Lacan;

J. Lacan – Seminario XXIII.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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