L’illusione della libertà: Kundera, Lacan e la schiavitù del godimento contemporaneo. C’è un paradosso che abita il cuore del nostro tempo, un’illusione ottica che scambiamo quotidianamente per emancipazione: è l’idea che la libertà coincida con l’abbattimento di ogni muro, con l’accesso illimitato a ogni cosa, con la possibilità di dire a tutto «Sì, puoi» Ma la clinica psicoanalitica oggi ci racconta una verità opposta, poiché laddove crolla ogni interdizione l’essere umano non sperimenta la liberazione del desiderio, ma la schiavitù angosciosa del godimento compulsivo. A descrivere magistralmente questa mutazione antropologica non è stato un saggista contemporaneo, ma Milan Kundera nelle pagine di *Amori ridicoli*, dove con la precisione di un chirurgo della psiche traccia il confine tra due epoche storiche e cliniche attraverso due figure mitologiche: Don Giovanni e il Grande Collezionista. Del primo scrive:«Don Giovanni. Lui sì che era un conquistatore… Don Giovanni era un personaggio da tragedia. Su di lui pesava la colpa. Peccava allegramente e rideva di Dio. Era un blasfemo e finì all’inferno (…) Don Giovanni trasgrediva con impudenza le convenzioni e le leggi». Il Don Giovanni di Kundera è il soggetto della clinica classica, quella studiata da Freud e dal primo Lacan, un mondo dominato dal Padre, dalla Legge, dalla morale e dalla colpa, in cui il desiderio ha strutturalmente bisogno di un limite per accendersi. Don Giovanni sfida il cielo, scavalca i cancelli dei conventi, corrompe l’invalicabile, muovendosi in una spinta erotica che è un corpo a corpo continuo con il divieto. Per la psicoanalisi questo è un legame fondativo, poiché la Legge istituisce il desiderio e, senza l’argine del limite, l’energia psichica non scorre come un fiume capace di scavare un letto, ma si disperde in una palude anonima. Don Giovanni resta una figura tragica perché accetta il rischio della caduta, sa che c’è l’Inferno ad attenderlo, che c’è il Commendatore, che c’è la morte; la sua trasgressione presuppone che la Legge sia in piedi, solida, e che violarla costi caro, restituendo una dignità, per quanto folle, al suo peccato. Ma cosa succede quando il cielo si svuota, il Padre evapora e la società non proibisce più nulla, ma anzi comanda di godere? Succede che Don Giovanni muore e al suo posto, scrive Kundera, compare il suo pallido e obbediente erede: «L’èra dei Don Giovanni è finita. Il discendente attuale di Don Giovanni non conquista più, colleziona soltanto. Il personaggio del Grande Conquistatore è stato sostituito dal Grande Collezionista… Don Giovanni era un signore, mentre il Collezionista è uno schiavo. Il Grande Collezionista si limita ad applicare ubbidiente, col sudore della fronte, le convenzioni e le leggi, perché il collezionismo è entrato nel novero delle buone maniere, del bon ton, e quasi un obbligo.

Ecco la fotografia della nostra ipermodernità, quella che Massimo Recalcati definisce la clinica del vuoto, dove il Grande Collezionista non è affatto un libertino o un rivoluzionario, ma l’utente perfetto del capitalismo contemporaneo, il consumatore seriale di corpi e di esperienze che si muove sulle app di dating accumulando incontri come punti sulla tessera del supermercato, collezionando “like”, performance e storie usa-e-getta. Il Collezionista non sperimenta il dramma della scelta, né l’ebbrezza della conquista, semmai la fatica dell’obbligo, poiché il Superio contemporaneo ha cambiato maschera e non grida più “Rinuncia!»ma comanda «Godi! Consuma! Non fermarti! Sii performante!. Il Collezionista è uno schiavo perché applica ubbidientemente questo imperativo sociale, sudando la camicia per essere all’altezza di un mercato che gli impone di non avere limiti, proprio come Lacan aveva anticipato nel suo seminario sul Discorso del Capitalista descrivendo un sistema che rifiuta la castrazione e la perdita, promettendo un godimento infinito attraverso oggetti sempre nuovi. Ma l’oggetto di consumo — sia esso uno smartphone o un corpo ridotto a feticcio — promette una saturazione che non arriva mai, costringendo il Collezionista a mangiare corpi per riempire un vuoto interiore che, ironicamente, più si mangia e più si allarga. È la dinamica bulimica della dipendenza, in cui si passa dalla tragedia di Don Giovanni alla noia burocratica dell’accumulo, dove se tutto è permesso nulla fa più segno e se tutti i corpi sono intercambiabili nel catalogo l’erotismo svanisce, sostituito da una ginnastica igienica e malinconica. Il testo di Kundera si interrompe bruscamente con un nome proprio: “Non prendere Elisabet…» ed è proprio lì, in quella brusca interruzione, che si trova la bussola per uscire dall’inferno del tutto possibile, perché Elisabet è il nome dell’Altro, il nome del soggetto nella sua unicità irripetibile, non riducibile a un numero di catalogo. La via d’uscita dalla schiavitù del Collezionista non è il ritorno a un moralismo repressivo d’altri tempi, ma il coraggio di fermarsi davanti all’Uno, poiché la vera guarigione ipermoderna consiste nel rinunciare alla serie infinita degli oggetti per rischiare il trauma dell’amore, accettando che un volto, una voce, una singolarità ci arrechino un disordine sacro, smontando la nostra collezione e rimettendoci in viaggio verso il desiderio vero: quello che non vuole possedere tutto, ma che sa custodire il mistero di chi ha di fronte.

Fonti:

M. Kundera – Amori Ridicoli

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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