Guardare l’orizzonte non è guardare il nulla. Per la psicoanalisi, quella linea sottile in cui il cielo e il mare sembrano confondersi e azzerarsi è la raffigurazione più pura del Reale: un bordo oltre il quale la parola vacilla e dove l’immaginario non specchia più le nostre rassicuranti certezze. Nell’immagine di un uomo seduto di spalle, immobile di fronte all’immensità marina, non dobbiamo leggere la postura dell’isolamento o della depressione, bensì l’atto di una radicale resistenza etica. In un’epoca dominata dal discorso del capitalista – che ci vuole costantemente performanti, iperattivi e anestetizzati da oggetti di consumo sempre nuovi –, quel restare seduti sul limite del mondo significa fare spazio. Il soggetto è di spalle: sottrae il proprio volto allo specchio sociale, rinuncia all’esibizione dell’io per esporsi a ciò che lo supera. Non sta fuggendo dalla vita; la sta attendendo nel punto esatto in cui essa non si è ancora data. La clinica contemporanea ci confronta continuamente con le declinazioni della nostalgia. Esiste un primo tempo di questo sentimento, che coincide con il lutto per la perdita di ciò che abbiamo avuto: un amore finito, la terra natale, la giovinezza, o una versione ideale di noi stessi che il tempo ha consumato. Massimo Recalcati ha descritto magistralmente il rischio insito in questa postura: la deriva melanconica. Quando la nostalgia si orienta esclusivamente verso il passato, il soggetto rischia di trasformarsi in una statua di sale, come la biblica moglie di Lot. Voltarsi indietro per fissare ipnoticamente ciò che si è perduto pietrifica il desiderio, rendendo il presente un deserto e il futuro un’impossibilità. In questo primo livello, l’illusione è che il dolore derivi dalla mancanza dell’oggetto in sei. Ma la psicoanalisi svela l’inganno: ciò che piangiamo non è l’oggetto perduto, ma la vibrazione della pulsione che ci legava ad esso, l’illusione di pienezza che quel legame ci garantiva. Esiste però una nostalgia più profonda, misteriosa e autenticamente lacaniana: la nostalgia di ciò che non abbiamo mai avuto. Com’è possibile provare nostalgia per qualcosa che non è mai entrato a far parte della nostra cronologia biografica? Lacan ci ricorda che il soggetto umano è, costitutivamente, un soggetto mancante. Venendo al mondo attraverso il linguaggio, subiamo una castrazione originaria: perdiamo una parte di noi, quella totalità mitica del godimento, che in realtà non è mai esistita storicamente, ma che si iscrive in noi come una ferita sempre aperta. È la nostalgia dell’Oggetto perduto da sempre. Mentre la nostalgia del passato ci incatena a ciò che è stato, la nostalgia del mai avuto è una tensione verso l’Assoluto. È il sentimento di una mancanza che non cerca un passato da restaurare, ma un futuro da inventare. È la nostalgia del desiderio stesso. La nevrosi del nostro tempo si esprime nel rifiuto categorico di questa mancanza originaria. La società dei consumi offre continuamente risposte preconfezionate – oggetti piccolo a, gadget tecnologici, relazioni usa-e-getta – per tappare il buco dell’esistenza. Ma l’effetto di questa saturazione costante è l’angoscia, o la noia profonda. La clinica psicoanalitica non lavora per colmare quel vuoto, né per guarire il soggetto dalla sua nostalgia del mai avuto. Al contrario, mira a far sì che il soggetto possa abitare quel vuoto, esattamente come l’uomo sul molo di pietra. Solo se preserviamo intatta la nostalgia dell’invisibile possiamo mantenere vivo il motore del desiderio. Se accettiamo che l’oggetto ultimo della nostra ricerca non è alle nostre spalle e non è acquistabile sul mercato, allora diventiamo capaci di incontrare l’Altro per ciò che è realmente: non un mezzo per completarci, ma un complice nel cammino dell’esistenza. La nostalgia del mai avuto non è dunque una condanna all’infelicità, ma la condizione di possibilità della sorpresa. Quell’uomo di fronte al mare ci insegna che la vera guarigione analitica coincide con il saper sostenere lo sguardo verso l’orizzonte. Custodire la nostalgia di ciò che non abbiamo mai avuto significa rimanere svegli, pronti a cogliere l’imprevisto di un vero incontro, l’irruzione della grazia o la nascita di una nuova opera. Significa, in definitiva, ricordarsi che solo dove c’è il vuoto può, finalmente, accadere qualcosa.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
