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Psicologia

Siamo scritti o scriviamo? Il destino alla luce della psicoanalisi

«Era scritto». Quante volte, di fronte a un fallimento sentimentale che si ripete identico, a un vicolo cieco professionale in cui ci andiamo a cacciare per l’ennesima volta, o davanti a un lutto improvviso della vita, pronunciamo questa frase? Il destino, nel discorso comune, si presenta spesso così: come una forza esterna, un copione già redatto da un dio cinico o da un fato indifferente, rispetto al quale l’essere umano non sarebbe che un attore passivo, chiamato a recitare una parte non sua. In questa visione, il destino funziona come il più grande degli alibi. Dichiararsi vittime della fatalità è il modo più rapido che l’Io ha per difendersi dall’angoscia: se tutto è già scritto, io non ne ho colpa; se sono un naufrago, la responsabilità è del mare. Ma la psicoanalisi, da Freud a Lacan, compie un ribaltamento radicale e destituente. Ci dice che ciò che chiamiamo “destino” non è affatto un decreto del cielo, ma l’insistenza più intima e oscura del nostro inconscio. Non siamo scritti dalle stelle; siamo, semmai, scritti dall’Altro. Quello che il soggetto sperimenta come una fatalità esteriore — il ritornare sempre nello stesso punto di sofferenza, l’incontrare sempre lo stesso tipo di partner distruttivo — nella stanza dell’analisi rivela il suo vero nome: coazione a ripetere. Lacan ha illuminato questo meccanismo attraverso due concetti mutuati da Aristotele: l’automaton e la tychè. L’automaton è l’insistenza del segno, la catena significante che gira a vuoto, come un automa che mette in scena lo stesso trauma nella speranza — sempre frustrata — di riuscire, prima o poi, a padroneggiarlo. La tychè invece, è l’incontro reale con il trauma, quell’urto con l’imprevisto che scardina le nostre difese. Cosa significa questo nella vita di tutti i giorni? Significa che il destino è il sintomo che insiste. Siamo abitati da parole che sono state pronunciate su di noi prima ancora che nascessimo — le aspettative dei genitori, i fantasmi familiari, i mandati non scritti dell’Altro sociale. Queste parole si sono inscritte nel nostro corpo come lettere indelebili. E l’inconscio, fedele a quella calligrafia primitiva, continua a obbedire, traducendo vecchie memorie in comportamenti attuali. Crediamo di scegliere liberamente, ma spesso stiamo solo eseguendo un ordine antico. Siamo “scritti” dalla storia da cui proveniamo. Massimo Recalcati ci ha insegnato che il problema centrale dell’uomo contemporaneo non è più l’estinzione del desiderio a causa della legge (come accadeva nell’epoca di Edipo), ma la fatica di ricevere un’eredità. Oggi il destino si manifesta spesso nella forma del vuoto, del senso di smarrimento o, al contrario, nel peso schiacciante di un passato che non si riesce a metabolizzare.Ereditare, però, non è una ricezione passiva. Non significa essere la fotocopia dei propri genitori o l’eterno monumento al loro fallimento. Il trauma originario — ciò che ci è accaduto, il modo in cui siamo stati accolti o respinti nel mondo — è un dato del Reale. È incontestabile. Ma la domanda che la psicoanalisi pone non è “Qual è il tuo trauma?” bensì: “Che cosa hai fatto di ciò che l’Altro ha fatto di te?” Il destino-trauma diventa una condanna solo se il soggetto decide di restare inchiodato al ruolo di vittima, coltivando quel risentimento o quella nostalgia sterile che anestetizzano la vita. Il fine di un percorso analitico non è cancellare il passato, né tantomeno prevedere il futuro. È provocare una sovversione etica. È il passaggio cruciale dal lamento (La mia vita è un disastro perché mio padre…)alla responsabilità (Qual è la mia complicità nel disastro della mia vita?). La vera libertà non coincide con un’illusoria autonomia totale, con l’idea di poter cancellare le pagine precedenti del libro. La libertà, in psicoanalisi, ha la forma dell’ Atto. L’atto è il momento in cui il soggetto smette di farsi agire dalla ripetizione inconscia e decide, finalmente, di firmare la propria vita. Cambiare destino significa allora cambiare la propria posizione soggettiva rispetto a ciò che è stato scritto. Significa prendere quelle lettere traumatiche, quei frammenti di eredità pesanti e dolorosi, e usarli come inchiostro nuovo per redigere un capitolo inedito. Siamo scritti, sì, dalle nostre origini e dai nostri sintomi; ma abbiamo la possibilità terapeutica ed etica di iniziare a scrivere. E questa transizione ha un nome preciso: è la scommessa del Desiderio. Quando il soggetto non cede sul proprio desiderio, quando accetta il rischio di perdersi pur di inseguire la propria verità pulsionale, la catena dell’*automaton* si spezza. In quel preciso istante, il destino cessa di essere una condanna e diventa una pagina bianca.

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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