“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”.
Con questa chiusa, Umberto Eco non firma solo la fine di un giallo medievale, ma ci consegna una verità clinica fondamentale sulla natura del linguaggio, interrogando il destino di ogni ricerca che giunge al suo termine, dove ciò che resta non è la pienezza del senso, ma il suo svuotamento necessario. È il punto di arresto dell’analisi, quel momento di passaggio cruciale dove il soggetto si accorge che non c’è “rosa” che possa colmare la sua mancanza costitutiva, poiché la tesi lacaniana è spietata nella sua precisione: la parola è l’assenza della cosa. Il significante non nomina la realtà, la produce attraverso il vuoto, mortificandola per assumerla in un registro simbolico che è sempre, inevitabilmente, una distanza incolmabile dal reale. L’atto del nominare è un atto di cesura che trasforma la vita immediata in una trama di rimandi, lasciandoci, in ultima istanza, soli con la nuda trama dei significanti, privi di quell’ancoraggio immaginario che credevamo di poter possedere per sempre. È proprio qui che incontriamo le pieghe della clinica del quotidiano, come accade per quel paziente che, in un lungo percorso di cura, cercava ossessivamente di ritrovare la “rosa” di un’infanzia idealizzata, un’immagine di pienezza perduta che fungeva da scudo insormontabile contro l’angoscia del presente. Per lui, il Nome era un’etichetta che doveva garantire l’essere, una garanzia contro la deriva del senso, ma di fronte al fallimento inesorabile di questo ideale, è emersa la nudità: il sintomo non era più un enigma da decifrare per ritrovare il passato, ma la cifra, nuda e brutale, della sua singolarità più intima. Accettare la nudità dei nomi significa dunque, in un gesto di coraggio etico, rinunciare alla pretesa che il significante ci restituisca l’integrità del godimento, comprendendo finalmente che il reale irrompe proprio quando i nomi perdono il loro potere rassicurante, quando l’illusione di possedere il senso si sgretola e ci lascia, finalmente, esposti. Accettare che “teniamo solo nomi” non è affatto un atto di rassegnazione nichilista, come spesso un senso comune cinico potrebbe suggerire, ma è piuttosto l’apertura radicale e vertiginosa al desiderio, poiché finché cerchiamo la rosa pristina — l’oggetto assoluto, la risposta definitiva, la pienezza senza crepe — restiamo intrappolati nel labirinto del transfert come in una prigione dorata. Il passaggio finale dell’analisi è, in questo senso, lo spostamento decisivo dal cercare la Cosa al navigare nel significante: non cerchiamo più la rosa, non pretendiamo più che la realtà si pieghi al nostro desiderio di completezza, ma impariamo a tessere, con i nomi che ci sono propri e che abbiamo imparato a maneggiare nella loro scabra essenzialità, un modo di stare al mondo che non pretenda di riparare il trauma dell’esistenza. La nostra unica verità risiede in quei nomi che, finalmente, smettono di coprire il vuoto con la menzogna del senso e iniziano a sostenerlo, trasformando la mancanza da ferita incolmabile in spazio di libertà, dove finalmente il desiderio può abitare la soglia tra ciò che è stato perduto e ciò che può ancora essere creato nella nudità del dire.
Fonti:
U. Eco – Il nome della Rosa
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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