C’è un’immagine, nel capolavoro d’animazione Neon Genesis Evangelion che descrive il dramma della nevrosi contemporanea meglio di molti manuali di psicopatologia: l’AT Field (Absolute Terror Field). Nella finzione fantascientifica della serie, questa è una barriera energetica apparentemente impenetrabile che i “bambini” prescelti devono dispiegare per difendere l’umanità dagli attacchi devastanti degli Angeli. Tuttavia, nel corso dell’opera, la verità clinica emerge con la violenza spiazzante di una rivelazione analitica: l’AT Field non è semplicemente un’arma di difesa militare. L’AT Field è, letteralmente, la barriera dell’Io. È la membrana sacra e tragica che separa un’anima dall’altra, quel confine necessario che impedisce all’Altro di invaderci, di fagocitarci, ma che, allo stesso tempo, se irrigidito, ci condanna a una solitudine radicale e asfittica. Il protagonista, Shinji Ikari, incarna perfettamente questa angoscia da separazione e la fobia del contatto che caratterizza il dramma di ogni nevrotico. Schiacciato dal rifiuto e dall’indifferenza di un padre algido e normativo come Gendo, Shinji sale a bordo dell’Eva-01 per l’unica vera ragione che muove il soggetto nevrotico: l’illusione di poter essere amato solo a patto di essere performante. Pensa che offrendo una prestazione fallica ineccepibile, che riducendosi a puro strumento ideale dell’Io per soddisfare le aspettative paterne, potrà finalmente ottenere quel diritto all’esistenza e quel riconoscimento affettivo che gli sono sempre stati negati. Ma si tratta di un’alienazione totale: ogni volta che scende da quel robot, l’armatura crolla e Shinji si ritrova nudo, raggomitolato sul letto in posizione fetale con le sue inseparabili cuffie nelle orecchie, nel tentativo disperato di azzerare il rumore del mondo e di escludere l’Altro dal proprio spazio psichico.
È qui che si consuma quello che Arthur Schopenhauer – e la serie stessa attraverso i dialoghi tra Misato e Ritsuko – definisce “Il Dilemma del Porcospino”.
In una fredda notte d’inverno, un gruppo di porcospini sente il bisogno stringente di avvicinarsi per scaldarsi e non morire congelato. Ma non appena i corpi si fanno vicini, gli aculei reciproci iniziano a pungere, provocando un dolore acuto. Per non soffrire, i porcospini sono costretti ad allontanarsi, tornando però a gelare nella solitudine della notte. Tutta la vita di Shinji, così come la clinica contemporanea dei legami, oscilla dolorosamente tra questi due poli estremi: da un lato il gelo mortifero dell’isolamento difensivo, dall’altro l’angoscia intollerabile della prossimità con l’Altro, avvertito originariamente come intrusivo, persecutorio o minaccioso.
Jacques Lacan, nel suo Seminario VIII, ha lasciato scritto un aforisma spiazzante che ribalta completamente la logica capitalistica del possesso applicata ai sentimenti:
“Amare è dare ciò che non si ha”.
Cosa significa questo paradosso clinico? Significa che l’amore autentico non è l’incontro di due perfezioni, non è il narcisismo di chi mette in mostra i propri trofei, la propria completezza o le proprie doti per sedurre l’altro. L’amore comincia solo ed esclusivamente quando abbiamo il coraggio etico di offrire la nostra mancanza, la nostra faglia, la nostra strutturale vulnerabilità. L’AT Field rappresenta esattamente il rifiuto nevrotico di questa mancanza; è il tentativo disperato di mostrarsi compatti, corazzati, invulnerabili e autosufficienti di fronte al mondo. Ma la verità che la psicoanalisi svela è che non si può amare una fortezza: l’amore esige strutturalmente che quella barriera si incrini, che si lasci intravedere la propria ferita interna per permettere all’altro di abitarla.
Questo conflitto tra isolamento e fusione trova il suo culmine tragico nella parte finale della storia, attraverso il “Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo”. Questo piano folle e seducente persegue l’obiettivo di azzerare simultaneamente tutti gli AT Field dell’umanità, dissolvendo i corpi e le singole menti in un immenso brodo primordiale, l’LCL. Si tratta della promessa di un luogo mitico in cui non esiste più la separazione corporea, in cui l’altro è me e io sono l’altro, e dove, di conseguenza, scompare ogni possibilità di fraintendimento, di rifiuto e di sofferenza. Ma quella fusione totalizzante non è affatto il trionfo dell’amore: è, al contrario, la morte del desiderio. Lacan ci insegna che il desiderio umano vive e si alimenta solo ed esclusivamente nella distanza, nella fessura incolmabile che separa l’Io dall’Altro. Se viene cancellata la separazione, viene cancellata l’alterità e, con essa, la possibilità stessa dell’Incontro. L’indistinzione totale dell’LCL non è una liberazione, ma una regressione uterina e mortifera, l’estinzione della singolarità del soggetto. Compiendo quello che possiamo definire il suo vero e proprio atto analitico, nel finale di The End of Evangelion Shinji compie una scelta radicale: rifiuta questa deriva fusionale e decide di far ritornare gli AT Field. Sceglie deliberatamente di riavere un corpo, un limite biologico e psichico, accettando pienamente il rischio che l’altro – incarnato nell’abbraccio ambiguo e aspro con Asuka sulla spiaggia – possa di nuovo non capirlo, rifiutarlo o ferirlo. La guarigione, in psicoanalisi, non coincide mai con l’eliminazione utopica del dolore o con la ricerca di un’armonia perfetta e indolore, ma consiste nel passaggio dall’angoscia paralizzante che ci spinge a isolarci, al rischio generativo del desiderio. Siamo porcospini destinati a camminare sul filo del rasoio della relazione, ma è solo accettando la vulnerabilità di quel piccolo, inevitabile dolore del contatto che possiamo, finalmente, smettere di morire di freddo e iniziare a vivere davvero.
Fonti:
J. Lacan – Seminario VI;
H. Anno – Neon Genesis Evangelion.
—
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
