Viviamo assediati dall’imperativo categorico del trionfo obbligato, immersi in un discorso del padrone contemporaneo che pretende corpi levigati, performanti, ridotti unicamente alla nuda contabilità dei successi e alla spendibilità sul mercato spietato della visibilità. La retorica del merito e della prestazione ci vuole efficienti e privi di attrito, costantemente terrorizzati dall’idea di inciampare perché ci illude che il nostro valore coincida esattamente con ciò che produciamo, fatturiamo o esibiamo. Eppure, basta un soffio, un imprevisto o un tempo di stallo perché il corpo e l’esistenza si arrestino bruscamente, inceppandosi di fronte a un reale che rifiuta ostinatamente di piegarsi ai comandi dell’Io ideale. È esattamente in questo scarto, in questo deragliamento della macchina da presa della nostra onnipotenza, che risuona una verità spiazzante e controcorrente: noi non siamo le nostre vittorie, ma siamo le nostre cicatrici, ovvero il modo singolare in cui abbiamo saputo attraversare il dolore delle ferite inferte dalla vita. Da una prospettiva rigorosamente lacaniana e recalcatiana, questa affermazione non si riduce a un facile sentimentalismo consolatorio o a una retorica resiliente da manuale di auto-aiuto; essa interroga invece il cuore pulsante della soggettivazione e della clinica psicoanalitica. Non siamo il nostro curriculum patinato, né la somma fredda delle nostre vittorie seriali; siamo l’esito di quel taglio originario che il linguaggio e l’Altro ci hanno inferto, e soprattutto siamo l’invenzione etica ed estetica che decidiamo di tracciare sopra quella lacerazione. La cultura odierna promuove un’illusione anestetica, l’utopia di un percorso netto, liscio e senza perdite, scacciando il lutto, la fragilità e la mancanza come fossero difetti di fabbricazione da correggere al più presto. Ma la clinica ci ricorda incessantemente che il soggetto umano nasce proprio da una ferita strutturale, da un vuoto inaugurale che nessun oggetto del consumo di massa o del mercato del godimento potrà mai colmare in modo definitivo. Le ferite della vita non sono semplici incidenti meccanici da rimuovere con un coaching motivazionale o con una spruzzata di ottimismo tossico, bensì l’impatto frontale con la sproporzione del reale, quel trauma originario o accidentale che ci espropria radicalmente di ogni pretesa di padronanza narcisistica. Qui si apre l’abisso etico della responsabilità soggettiva: se è vero che non siamo affatto padroni di ciò che l’Altro, la contingenza o il destino ci hanno inflitto, diventiamo tuttavia radicalmente responsabili di ciò che decidiamo di fare di quel patire, di come raccogliamo i cocci della nostra storia. La ferita è il passivo che ci attraversa, il trauma che ci ferisce nel corpo e nel senso; ma la cicatrice è l’atto con cui il soggetto prende finalmente la parola sulla propria carne, trasformando la passività del subìto in un marchio irripetibile. La cicatrice assume così lo statuto esatto del sintomo: non un residuo patologico o un errore di sistema da estirpare chirurgicamente per rientrare disciplinatamente nei ranghi della produzione sociale, ma l’unico modo autentico, faticoso e spossessante che il soggetto ha trovato per fare con la propria ferita, per legarsi al proprio vuoto senza soccombere allo sfacelo della depressione o al delirio della perfezione. Riconoscere di essere le proprie cicatrici significa compiere un gesto di radicale sovversione politica e clinica contro la dittatura del vuoto e dell’iper-efficienza, deponendo finalmente le armi logoranti di un Io ideale impossibile per fare spazio al desiderio vivo. Significa smettere una volta per tutte di inseguire la prestazione anonima e standardizzata dettata dall’Altro sociale, per imparare invece ad abitare la propria cicatrice come il luogo stesso della testimonianza e dello stile, l’unica vera opera d’arte che un soggetto, attraverso il proprio attraversamento del deserto, possa consegnare alla vita.
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
