La celebre Preghiera della Serenità, spesso associata ai programmi di recupero ma radicata nella spiritualità più universale, risuona in modo sorprendente se ascoltata come una profonda radiografia clinica ed etica dell’essere umano contemporaneo, costantemente in bilico tra il peso del proprio desiderio e la pressione dei propri limiti. Spesso ci muoviamo nel mondo guidati da un imperativo implicito che ci vorrebbe sempre performanti, capaci di raddrizzare ogni torto, di riparare ogni ferita affettiva e di dominare il corso degli eventi con la forza della sola volontà, dimenticando che l’esistenza umana è fatta anche di scarti, di inciampi e di impossibilità strutturali. Accettare le cose che non posso cambiare tocca esattamente il cuore di ciò che sfugge radicalmente al nostro controllo, ponendoci di fronte a quell’illusione ipermoderna dell’onnipotenza e del successo a tutti i costi che la vita di tutti i giorni, con i suoi lutti e le sue disillusioni, smaschera costantemente. Accettare ciò che non si può cambiare significa fare i conti con un limite insuperabile, compiendo quel doloroso ma necessario lutto dell’onnipotenza infantile che permette finalmente di accedere alla vera serenità non come rassegnazione cinica o passività rassegnata, bensì come lucida consapevolezza che non tutto è possibile e che la realtà possiede una consistenza propria che non si piega ai nostri capricci di perfezione. Al contempo, il coraggio di cambiare le cose che posso sposta l’asse sull’assunzione radicale di responsabilità, ricordandoci che ciò che possiamo e dobbiamo effettivamente trasformare non è il mondo esterno, né il carattere o il comportamento degli altri, bensì la nostra singolare posizione di fronte a ciò che ci accade e agli eventi che ci feriscono. La vera svolta esistenziale avviene quando smettiamo di considerare i nostri problemi come semplici sfortune subite o corpi estranei calati dall’alto, interrogandoci sul nostro reale coinvolgimento nella sofferenza che viviamo, e abbandonando così la lamentela sterile e impotente per abbracciare il coraggio faticoso ma esaltante di agire. La saggezza per conoscere la differenza, infine, rappresenta la bussola più complessa e preziosa, e non costituisce affatto un dono innato o una pillola di facile ottimismo, bensì il risultato di un lavoro interiore profondo che serve a tracciare una linea di demarcazione netta tra l’impotenza mascherata da fatalismo e la reale potenza trasformativa del soggetto. Saper distinguere significa imparare a smascherare i falsi problemi e le battaglie perse in partenza contro ciò che non potremo mai dominare, per concentrarsi finalmente sull’unica vera questione etica che attraversa e qualifica la nostra esistenza, ovvero quanto siamo disposti a essere fedeli al nostro desiderio più autentico in un’epoca che predica il cambiamento continuo dimenticando la dignità e la bellezza salvifica del limite.
Fonti:
M. Recalcati -La clinica del vuoto. Vuoti, anoressie, dipendenze
R. Niebuhr – The Essential Reinhold Niebuhr: Selected Essays and Addresses
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
