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Psicologia

Il Tormento dell’Istante e il Vuoto dell’Eternità: Tolstoj alla Prova della Psicoanalisi

Il tormento dell’istante e il vuoto dell’eternità non sono soltanto coordinate letterarie tra le pagine di Guerra e Pace, ma rappresentano la misura esatta della faglia che attraversa ogni esistenza parlante quando fa i conti con il proprio reale. Davanti alla vertigine di un tempo infinito che sminuisce la nostra durata terrena riducendola al lampo di un secondo, l’interrogativo di Tolstoj ci sbatte in faccia la domanda più scandalosa e perturbante: vale davvero la pena di logorarsi, di soffrire, di desiderare e di impazzire dentro i confini stretti e fragili di un’esistenza così effimera? La psicoanalisi lacaniana, soprattutto se declinata attraverso quella particolare attenzione al soggetto ferito e alla clinica del legame che Massimo Recalcati ha saputo restituire alla nostra contemporaneità, non offre a questo interrogativo una risposta consolatoria o una via di fuga spiritualista, ma ci spinge a ribaltare radicalmente la prospettiva. Quel tormento di cui parla Tolstoj non è un errore di sistema da correggere con i farmaci della felicità obbligatoria o con le protesi anestetiche del consumo, bensì il segnale inequivocabile che siamo vivi, che non ci siamo arresi alla morte psichica, che la nostra singolarità sta balbettando qualcosa di irriducibile. Vivere un istante non significa affatto ridurlo a un consumo vorace e vuoto, ma riconoscerne la portata etica ed esistentiva lacerante, perché è proprio dentro la fessura di questo istante così breve che si gioca l’intera posta in gioco del desiderio. L’eternità, d’altronde, assomiglia pericolosamente a quel Grande Altro che vorrebbe garantirci un senso già dato, una pace preconfezionata, una totalità immobile che finisce per azzerare la vita stessa; contro questa prospettiva soffocante, il tormento dell’istante è l’unico vero antidoto perché ci ricorda che non esiste alcuna garanzia trascendente a salvarci dalla nostra nudità, costringendoci però a farci carico del nostro frammento con un atto d’amore e di coraggio radicale. Il soggetto contemporaneo, spesso intrappolato nell’imperativo superegoico del godimento a tutti i costi, sperimenta una forma inedita di anestesia: fugge dal dolore attraverso la velocità, schiva l’incontro con il vuoto e scambia la performance per esistenza. Ma la ferita del tempo non si lascia imbalsamare. Allora, sì, vale la pena di tormentarsi, perché è esattamente in quel dolore d’esistere, in quella ferita aperta che non si cicatrizza mai del tutto, che si radica la nostra bellezza più autentica e la nostra capacità di restare fedeli a ciò che abbiamo di più caro, trasformando la vertigine del nulla in un’opera faticosa e magnifica di invenzione soggettiva, dove l’istante, lungi dall’essere insignificante, diventa il solo luogo possibile in cui il soggetto può finalmente accadere.

Fonti: L. Tolstoj – Guerra e pace

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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