La celebre citazione di James Joyce tratta dall’Ulisse (nel celebre episodio di Eumaeus pronunciata da Stephen Dedalus) si offre al campo analitico contemporaneo come un operatore clinico denso di risonanze, dove nell’incrocio fecondo tra la prospettiva di Jacques Lacan — che ha eletto Joyce a paradigma del “sinthomo” — e la lettura recalcatiana orientata alle pieghe del soggetto moderno, questa frase non evoca affatto una rassegnazione cinica o disillusa di fronte al reale del mondo, ma individua esattamente il punto d’innesto e la bussola della cura psicoanalitica, votata allo spostamento radicale dal piano dell’adattamento alla realtà sociale e sintomatica a quello etico del soggetto dell’inconscio. Il primo tempo della citazione joyciana interroga direttamente il rapporto complesso e mai pacificato del soggetto con il Reale, poiché per la psicoanalisi di orientamento lacaniano il mondo esterno non è una materia malleabile e docile plasmata dai nostri desideri di padronanza o di successo, bensì si presenta come l’impasse strutturale per eccellenza e l’impossibile da addomesticare simbolicamente. Pretendere follemente di cambiare il mondo risponde il più delle volte all’illusione narcisistica dell’Io e alla spinta imperativa del padrone contemporaneo, il quale pretende di totalizzare ogni forma di godimento e di suturare preventivamente qualsiasi mancanza costitutiva, mentre Massimo Recalcati insiste giustamente sul fatto che l’epoca ipermoderna spinga l’individuo contemporaneo a un attivismo esasperato, a una prestazione continua e a un imperativo del fare finalizzato unicamente a performare in modo efficiente dentro le coordinate spietate del discorso capitalistico. Tuttavia, il vero incontro con l’esperienza analitica passa necessariamente attraverso il riconoscimento rigoroso di un limite invalicabile, in quanto il mondo materiale e sociale resiste tenacemente, l’Altro non esiste come garanzia e la realtà umana è strutturalmente attraversata da un antagonismo costitutivo che non può essere sanato, rimosso o neutralizzato da alcuna psicoterapia di stampo adattivo. Il ribaltamento spiazzante operato dalla seconda parte della massima di Joyce racchiude invece il cuore pulsante e la direzione d’aratura dell’intervento analitico, poiché nel bisticcio linguistico sottile insito nella parola inglese subject risiede una risonanza preziosa e inesauribile per lo psicoanalista tra il soggetto inteso come tema o discorso imposto e il soggetto inteso come parlante e istanza desiderante. Nella prospettiva analitica più autentica, la cura non mira mai a reindirizzare docilemente il soggetto verso i binari prestabiliti di un presunto adeguamento sociale al mondo, bensì punta a promuovere un atto etico e sovversivo capace di scuotere e sovvertire la sua rigida posizione soggettiva, ricordando sempre che il soggetto non è mai una sostanza fissa, un’essenza immutabile o un dato biologico prestabilito, ma l’effetto vivo del significante e del taglio netto operato dal dispositivo del transfert. Cambiare il soggetto significa allora abbandonare definitivamente la centralità difensiva dell’Io, con tutte le sue corazze, le sue identificazioni alienanti e le sue lamentazioni croniche sullo stato disastroso del mondo, per rimettere finalmente in gioco l’inconscio e la sua verità rimossa. Il lamento sintomatico quotidiano funziona spesso come uno scudo protettivo e una comoda alibi che impedisce al soggetto di fare i conti fino in fondo con la propria implicazione soggettiva nel godimento, mentre l’operazione analitica disloca con decisione questo asse chiamando il soggetto a rispondere non di ciò che il mondo esterno gli ha presumibilmente inflitto, ma del modo singolare in cui egli abita, sostiene e ripete il proprio sintomo. Il vero cambiamento autentico non è dunque di natura sociologica o adattiva, ma profondamente etico e soggettivo, e consiste interamente nel passaggio decisivo dalla posizione di oggetto passivo e abusato del godimento dell’Altro a quella di soggetto attivo, responsabile e desiderante del proprio atto. Questo articolo trova infine il suo sigillo definitivo nel paradosso fecondo della cura analitica, dove rinunciare all’onnipotenza illusoria di cambiare il mondo esterno diventa la condizione preliminare e necessaria affinché il soggetto possa finalmente riappropriarsi della propria parola autentica senza fuggire dalla realtà, ma attraversandola coraggiosamente attraverso la via stretta del linguaggio per produrre quell’atto trasformativo che l’analisi rende possibile giorno dopo giorno.
Fonti:
M. Recalcati – L’ultima cena: Gesto, parola, atto, Feltrinelli.
J. Joyce – Ulisse
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
