Categorie
Psicologia

Il Reale sulla sbarra: quando l’Io cede alla gravità

C’è un momento esatto, durante l’esecuzione di una trazione alla sbarra o l’affondo sul pavimento in una serie di flessioni, in cui la narrazione che ci raccontiamo su noi stessi si interrompe di colpo. È il punto in cui l’Io — quella fantasticheria di controllo, efficienza e dominio che difendiamo per tutto il giorno tra scrivanie, schermi e parole — cede letteralmente la presa. Nel video che vedete qui sopra non c’è alcuna ricerca di una perfezione estetica o di una performance da vetrina social. C’è piuttosto l’incontro ravvicinato con un osso duro: il Reale. Il discorso del fitness contemporaneo ci vuole immortali, flessibili, sempre pronti a ottimizzare la macchina-corpo. Ci vende l’illusione che con la giusta disciplina l’Io possa plasmare la materia infinitamente, azzerando la mancanza. Ma basta appendersi a una sbarra e superare la decima ripetizione per capire che il corpo non è una plastilina malleabile. Il corpo pesa. La gravità non fa sconti alle nostre identificazioni ideali.Quando i muscoli bruciano e i gomiti tremano, la mente non può più rifugiarsi nei labirinti del fantasma o nell’ansia del giudizio dell’Altro. La fatica corporea agisce come un taglio netto: azzera il chiacchiericcio interiore e ci mette con le spalle al muro — o, per meglio dire, sospesi nel vuoto. È il corpo che prende la parola, scavalcando le nostre difese intellettuali con la brutalità di un sintomo che non ammette repliche. La flessione e la trazione non servono a costruire un simulacro da esibire, ma a fare i conti con la castrazione strutturale. Ogni volta che spingiamo verso l’alto e sentiamo il cedimento, stiamo facendo un’esperienza clinica prima che atletica: misuriamo il limite invalicabile del nostro godimento. Non siamo macchine da prestazione infinita, per quanto il Super-Io contemporaneo ci sussurri continuamente all’orecchio che potremmo (e dovremmo) fare di più. Accettare di non farcela, di dover mollare la sbarra, di fare i conti con la stanchezza significa iscrivere la mancanza nel punto esatto in cui vorremmo l’onnipotenza. È il lutto della prestazione assoluta: l’ammissione che il nostro corpo ha una misura, un perimetro e una finitudine che non possiamo aggirare con la sola forza della volontà. Allenarsi, in fondo, non è piegare la materia biologica ai nostri desideri di grandezza, ma imparare a dialogare con la sua resistenza muta. È lasciare che il sudore faccia affiorare la verità del soggetto, ricordandoci che, per quanto il nostro Io pretenda di governare la scena, a stabilire il limite è sempre l’inerzia implacabile del Reale.

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese 

Sub Rosa

Rispondi

Scopri di più da SUB ROSA

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere