Categorie
Psicologia

Io non mi arrabbio, mi allevo un tumore: Woody Allen e la patologia del nevrotico perbene

«Io non mi arrabbio, va bene? Io tendo a interiorizzare. Non so esprimere l’ira, e uno dei problemi che ho… Piuttosto mi allevo un tumore.»

Questa battuta pronunciata da Isaac Davis in Manhattan di Woody Allen non è soltanto una delle vette della comicità neurotica cinematografica; è un vero e proprio manifesto clinico dell’economia psichica contemporanea. Con la leggerezza del paradosso, Allen descrive il destino di un soggetto che ha smarrito la via d’uscita della parola e ha scelto la via d’accesso del corpo, offrendoci una radiografia perfetta di ciò che accade quando la rabbia viene esiliata dal campo della coscienza. Nel mondo contemporaneo vige l’imperativo del legame a tutti i costi, della comunicazione gentile, della performance relazionale e della risoluzione pacifica di ogni attrito. Il soggetto edonista e perbene, costantemente terrorizzato dal rischio di incrinare l’idillio sociale o di perdere l’affetto dell’altro, mette in atto una rimozione sistematica della propria aggressività. Si addestra a ingoiare i rospi, a sorridere quando vorrebbe urlare, a metabolizzare le offese e le frustrazioni nel nome di un buonismo di facciata che maschera solo la paura paralizzante del conflitto. Ma la psicoanalisi insegna che ciò che viene bandito dalla porta principale del Simbolico rientra inevitabilmente dalla finestra del Reale. Inibire la pulsione aggressiva, impedirle di trovare una traduzione attraverso il discorso o una presa di posizione soggettiva, significa condannarla a un’implosione silenziosa. Quando il soggetto non sa dire di no, quando rifugge sistematicamente il peso della rottura e il rischio della separazione, la rabbia non svanisce nel nulla: semplicemente cambia indirizzo e si sposta nelle profondità dell’organismo.Ciò che non transita nel campo della parola — ovvero nella possibilità di essere detto, elaborato, negoziato o agito simbolicamente — è destinato a fare irruzione direttamente nella materia della carne. È qui che si compie la profezia amara e clinica di Woody Allen: piuttosto che affrontare la fatica, il coraggio e la scomodità di un’ira legittima, il nevrotico preferisce “allevarsi un tumore”, delegando silenziosamente al corpo il compito di esprimere quella protesta radicale che la mente non ha avuto la forza o la spregiudicatezza di formulare. Il sintomo psicosomatico, letto da questa prospettiva, smette di essere un mero incidente biologico e diventa l’estremo difensore di una verità rimossa, il portavoce di una domanda inascoltata che il soggetto ha rifiutato di accogliere. È la fattura salatissima che l’organismo paga per l’eccesso di educazione, per il terrore viscerale di dispiacere, per la viltà quotidiana di non sapersi esporre alla spaccatura del legame. Come ci ricorda la clinica nella sua lezione più severa e liberatoria, la vera salute psichica non risiede affatto nell’assenza di attrito o nella simulazione di un’armonia sterile, ma nella capacità di abitare il conflitto e la ferita senza cedere sul proprio desiderio. A volte, la cura passa proprio per la riscoperta di quell’aggressività fondante che sa dire dei “no” perentori, che sa sbattere una porta o alzare la voce quando serve, riconquistando il diritto alla parola prima che sia il corpo, inevitabilmente, a prendere la parola al nostro posto.

Fonti:

W. Allen – Manhattan

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese 

Sub Rosa

Rispondi

Scopri di più da SUB ROSA

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere