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Psicologia

Se non si può avere tutto, il nulla è davvero la perfezione?

C’è una frase, in 8½ di Federico Fellini, che possiede la forza inquietante di certe formulazioni che sembrano parlare di arte e invece finiscono per parlare della vita: «Se non si può avere il tutto, il nulla è la vera perfezione». A pronunciarla è Carini, il critico che accompagna Guido Anselmi nel tormentato tentativo di realizzare il suo film, ma sarebbe riduttivo considerarla soltanto una battuta cinematografica o una provocazione intellettuale. In quelle parole si condensa qualcosa che riguarda profondamente il rapporto dell’essere umano con il desiderio, con il limite e soprattutto con l’impossibilità di fare della propria esistenza qualcosa di compiuto. Carini parla del film che Guido non riesce a realizzare, ma potrebbe parlare di un amore, di una scelta, di un progetto, di una carriera, persino dell’immagine che ciascuno costruisce di se stesso. Potrebbe parlare, in fondo, di tutte quelle volte in cui ciò che abbiamo davanti non coincide con ciò che avevamo immaginato e, proprio per questo, comincia ad apparirci insufficiente. Il discorso di Carini procede infatti secondo una logica implacabile. Il mondo è già pieno di cose superflue, di parole, immagini, suoni, opere che vengono dal vuoto e vanno verso il vuoto. Perché aggiungerne altre? Perché creare qualcosa che non sia veramente necessario? Perché lasciare dietro di sé un’opera incompleta, imperfetta, segnata dagli errori di chi l’ha realizzata? Se non possiamo produrre qualcosa di assoluto, sembra suggerire Carini, allora sarebbe più dignitoso tacere. Distruggere sarebbe preferibile a creare male. Il silenzio sarebbe più puro della parola imperfetta. La pagina bianca più perfetta della pagina scritta. Il nulla più perfetto di ciò che, esistendo, porta inevitabilmente su di sé una ferita. È qui che il suo discorso smette di essere soltanto estetico e diventa, almeno per uno sguardo psicoanalitico, radicalmente umano. Perché il problema non è più stabilire che cosa sia una grande opera d’arte. Il problema diventa capire che cosa accade a un soggetto quando non riesce a tollerare che qualcosa possa esistere senza essere tutto. Il perfezionismo viene spesso raccontato come un eccesso di zelo, come il desiderio di fare bene le cose, di migliorarsi, di raggiungere risultati elevati. Ma esiste una forma più radicale e più dolorosa del perfezionismo che non consiste affatto nell’amore per il meglio. Consiste nell’intolleranza verso il limite. Non dice semplicemente: «Vorrei fare questa cosa meglio». Dice, più segretamente: «Se questa cosa non può corrispondere completamente a ciò che dovrebbe essere, allora perde il suo valore». Ed è precisamente in quel passaggio che il desiderio di perfezione può rovesciarsi nel desiderio di distruzione. Se un’opera non può essere perfetta, meglio non terminarla. Se non posso essere certo di riuscire, meglio non cominciare. Se una relazione non corrisponde all’immagine assoluta dell’amore, forse significa che quella relazione è sbagliata. Se la mia vita non assomiglia alla vita che avevo immaginato, allora la percepisco come fallita. Se non posso essere tutto ciò che pensavo di dover diventare, rischio di sentirmi niente. La formula «tutto o nulla» sembra offrire una scelta fra due possibilità opposte, ma dal punto di vista psichico il tutto e il nulla possono essere sorprendentemente vicini. Entrambi, infatti, permettono di evitare il confronto con ciò che sta nel mezzo: la realtà. E la realtà non è mai tutta. La realtà è fatta di compromessi, inciampi, esitazioni, perdite, errori, occasioni mancate, parole dette troppo tardi e altre dette troppo presto. È fatta di amori che non possono rispondere a ogni nostra domanda, di genitori che non sono stati tutto ciò di cui avevamo bisogno, di figli che non corrispondono alle fantasie che avevamo costruito su di loro, di lavori che non esauriscono la nostra identità, di corpi che cambiano, di progetti che prendono direzioni diverse da quelle previste. Persino le nostre scelte migliori contengono una rinuncia, perché scegliere qualcosa significa inevitabilmente non scegliere qualcos’altro. È questa dimensione della mancanza che la fantasia della perfezione vorrebbe abolire. Ed è qui che la psicoanalisi introduce qualcosa di scandaloso rispetto all’ideale contemporaneo della completezza: la mancanza non è necessariamente un incidente da correggere. Non è semplicemente un difetto del sistema. È una condizione strutturale del desiderio. Jacques Lacan ha dedicato una parte decisiva del proprio insegnamento a mostrare come il desiderio umano non possa essere ridotto al semplice bisogno di ottenere un oggetto. Il bisogno può trovare una soddisfazione: ho fame, mangio; ho sete, bevo. Il desiderio appartiene invece a un’altra dimensione. Possiamo ottenere ciò che credevamo di volere e scoprire, poco dopo, che qualcosa continua a mancare. Possiamo raggiungere il traguardo inseguito per anni e sorprenderci del fatto che la soddisfazione non sia definitiva. Possiamo essere amati e continuare a domandarci se lo siamo abbastanza. Possiamo ricevere un riconoscimento e desiderarne immediatamente un altro. Non perché siamo necessariamente ingrati o incapaci di apprezzare ciò che abbiamo, ma perché nessun oggetto può saturare definitivamente quella mancanza intorno alla quale il desiderio si organizza. È proprio qui che la posizione di Carini diventa affascinante e terribile. Egli sembra dire: se nessun oggetto può essere tutto, allora liberiamoci degli oggetti. Se nessuna parola può dire tutto, scegliamo il silenzio. Se nessuna opera può essere assoluta, scegliamo la pagina bianca. Se nessuna vita può essere perfettamente coerente, allora forse sarebbe meglio non lasciare alcuna traccia. Ma questa soluzione, apparentemente così pura, nasconde un paradosso: nel tentativo di proteggere la perfezione si finisce per sacrificare la vita. Perché vivere significa necessariamente esporsi alla contaminazione dell’imperfezione. Significa produrre qualcosa che avrebbe potuto essere diverso. Significa amare qualcuno senza poterlo possedere interamente e senza poter essere tutto per lui. Significa parlare sapendo che le nostre parole non diranno mai esattamente tutto ciò che volevamo dire. Significa scegliere senza possedere la garanzia assoluta che quella scelta sarà quella giusta. Significa creare sapendo che ogni creazione porta con sé qualcosa dell’errore, dell’incompiuto, persino del fallimento. Da questo punto di vista, il contrario della perfezione non è semplicemente l’imperfezione. Il contrario della perfezione potrebbe essere proprio il desiderio. Perché desiderare significa continuare a muoversi in presenza di una mancanza, invece di aspettare che quella mancanza venga cancellata. Significa accettare che qualcosa non torni perfettamente e, nonostante questo, investirlo di valore. C’è una straordinaria consonanza, a questo proposito, con un breve testo scritto da Sigmund Freud nel 1915, Caducità. Freud racconta di una passeggiata estiva in compagnia di un giovane poeta, incapace di godere pienamente della bellezza del paesaggio perché tormentato dal pensiero che quella bellezza fosse destinata a scomparire. I fiori sarebbero appassiti, l’estate sarebbe finita, la bellezza umana sarebbe invecchiata e anche le opere degli uomini, prima o poi, sarebbero state distrutte o dimenticate. Il poeta sembra dire: se una cosa non può durare per sempre, allora la sua bellezza è in qualche modo diminuita. Freud rovescia radicalmente questa prospettiva: è proprio la limitazione nel tempo, la caducità, a rendere prezioso ciò che amiamo. La psicoanalisi, ancora una volta, non promette di eliminare la perdita; prova piuttosto a interrogare il nostro rapporto con essa. Ed è forse questa una delle questioni più difficili del nostro tempo, perché viviamo immersi in una cultura che sembra continuamente prometterci il contrario. Tutto può essere ottimizzato. Il corpo può essere migliorato. La produttività può essere aumentata. La relazione giusta può essere trovata. L’immagine può essere corretta prima di essere pubblicata. Possiamo cancellare una fotografia venuta male, riscrivere un messaggio, modificare un volto, cambiare lavoro, partner, città, identità digitale. Siamo circondati da dispositivi che ci permettono di correggere incessantemente la nostra rappresentazione e proprio per questo rischiamo di diventare sempre meno capaci di tollerare ciò che non può essere corretto. Il paradosso è che più cresce la possibilità tecnica di modificare la realtà, più può diventare insopportabile incontrare qualcosa che resiste alla modificazione. Eppure l’amore resiste. Il tempo resiste. Il corpo resiste. L’altro resiste. Il passato resiste. La morte resiste. Il desiderio stesso resiste al nostro tentativo di amministrarlo razionalmente. Forse è anche per questo che tante forme contemporanee di sofferenza assumono la forma di una distanza dolorosa tra la vita vissuta e la vita immaginata. Non soffriamo soltanto per ciò che ci manca; soffriamo per il confronto continuo con ciò che pensiamo avremmo dovuto essere. Avrei dovuto avere più successo. Avrei dovuto capire prima. Avrei dovuto scegliere un’altra persona. A questa età avrei dovuto essere altrove. Avrei dovuto avere un altro corpo, un’altra sicurezza, un’altra famiglia, un’altra storia. È un tribunale invisibile nel quale la vita concreta viene continuamente giudicata sulla base di una vita ideale che, proprio perché non è mai esistita, possiede il privilegio di non avere difetti. Il possibile immaginario sarà sempre più perfetto del reale, perché non ha ancora dovuto pagare il prezzo dell’esistenza. Una relazione immaginata non conosce la noia, il conflitto, il fraintendimento. Un figlio immaginato non delude. Una carriera immaginata non contiene giornate vuote. Un’opera non realizzata non presenta errori. È soltanto quando qualcosa viene al mondo che perde la propria perfezione. In questo senso Carini ha ragione, ma ha ragione in un modo che rende la sua conclusione insostenibile: creare significa effettivamente rinunciare alla perfezione. Nel momento in cui Guido realizzerà il suo film, quel film non potrà più essere tutti i film possibili. Sarà quello e non un altro. Avrà una forma, e ogni forma implica un limite. Ma è esattamente questa rinuncia al tutto che permette a qualcosa di esistere. La pagina bianca contiene virtualmente ogni libro possibile e proprio per questo non ne contiene realmente nessuno. Soltanto quando la prima parola viene scritta comincia un’opera, e nello stesso istante migliaia di altre opere possibili vengono perdute. Ogni atto creativo porta con sé questa perdita. Ogni scelta autentica è anche un lutto per ciò che non abbiamo scelto. Ogni amore reale implica la rinuncia alla fantasia di tutti gli amori possibili. Non esiste vita senza questa operazione. Pretendere di non perdere nulla significa, paradossalmente, rischiare di non scegliere nulla. Lacan colloca il desiderio precisamente lontano dall’idea ingenua di una coincidenza piena tra ciò che consciamente vogliamo e ciò che ci muove: il soggetto non è trasparente a se stesso e il desiderio non coincide semplicemente con la volontà dichiarata. Per questo l’esperienza analitica non consiste nel consegnare al soggetto la formula della vita perfetta, né nel liberarlo una volta per tutte dalla mancanza. Sarebbe un’altra versione dello stesso miraggio. Può invece permettere a una persona di interrogare quali ideali la tengano prigioniera, quale tutto impossibile continui a esigere da se stessa, dagli altri, dall’amore, dal proprio corpo, dal proprio futuro. Ci sono persone che trascorrono anni aspettando di sentirsi finalmente pronte prima di vivere. Prima devo risolvere questa cosa, prima devo diventare più sicuro, prima devo sapere esattamente cosa voglio, prima devo smettere di avere paura. Poi inizierò. Poi amerò. Poi partirò. Poi scriverò. Poi cambierò. Ma quel “poi” può diventare il nome elegante di una rinuncia. Perché non esiste un momento nel quale il soggetto sarà finalmente completo e potrà cominciare a vivere senza rischio. La vita non comincia dopo che abbiamo risolto la mancanza. Accade precisamente mentre quella mancanza ci accompagna. E forse diventare adulti significa anche perdere progressivamente la fantasia che da qualche parte esista una vita senza resto: la relazione senza ambivalenza, il genitore senza mancanze, il corpo senza tempo, la scelta senza perdita, la parola senza equivoco, l’opera senza difetto. Non si tratta di celebrare mediocremente l’imperfezione, né di trasformare il limite in un alibi per non impegnarsi. Non c’è nulla di psicoanalitico nell’elogio della rassegnazione. Si tratta, al contrario, di distinguere il desiderio di fare bene dal bisogno mortifero che tutto sia perfetto; la cura dal controllo; l’ambizione dall’ideale tirannico; il desiderio dalla pretesa di completezza. Si può lavorare a un’opera, a una relazione, alla propria vita con passione proprio perché non saranno mai definitivamente concluse. Si può desiderare il meglio senza esigere il tutto. Si può persino fallire senza trasformare il fallimento in una sentenza sull’intero valore della propria esistenza. Ed è forse questa la ragione per cui la frase finale di Carini continua a colpire così profondamente: «Se non si può avere il tutto, il nulla è la vera perfezione». È una frase seducente perché il nulla possiede un vantaggio straordinario sul reale: non delude. Ciò che non viene creato non può essere criticato. L’amore che non viene vissuto non può finire. La scelta che non viene compiuta non può rivelarsi sbagliata. La parola che non viene pronunciata non può essere fraintesa. Il nulla è davvero perfetto, in questo senso, perché è al riparo dalla vita. Ma il prezzo della sua perfezione è precisamente questo: non vivere. Forse allora la questione non è imparare ad accontentarsi dell’imperfetto. È molto più radicale. Si tratta di riconoscere che soltanto ciò che manca può lasciare aperto uno spazio per il desiderio. Una vita completamente satura sarebbe una vita nella quale non ci sarebbe più nulla da cercare, nessuno da incontrare, nessuna parola ancora da dire. La mancanza che vorremmo cancellare è anche ciò che impedisce alla nostra storia di chiudersi definitivamente. Ed è per questo che, di fronte all’alternativa terribile formulata da Carini, la psicoanalisi può forse introdurre una terza possibilità. Non il tutto. Non il nulla. Qualcosa. Qualcosa di limitato, esposto, incompleto, destinato persino a finire, ma proprio per questo capace di essere desiderato. Qualcosa che non sarà tutto e che, tuttavia, può essere nostro. Forse diventare adulti significa precisamente questo: smettere di pretendere il tutto senza, per questo, rinunciare al desiderio.

Fonti:

Sigmund Freud, Caducità (1915);

Jacques Lacan, Il Seminario. Libro VI. Il desiderio e la sua interpretazione.

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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