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Psicologia

Jacques Lacan, 45 anni dopo: le sue domande, evidentemente, no

Quarantacinque anni fa, il 9 settembre 1981, moriva Jacques Lacan. Scrivere di lui nel giorno della sua morte espone subito a un rischio: trasformare un pensiero inquieto in un monumento, celebrare ciò che invece dovrebbe continuare a interrogarci. Lacan, probabilmente, è uno degli autori meno adatti a essere commemorati. Non soltanto perché il suo insegnamento ha sempre resistito alla possibilità di essere trasformato in una dottrina pacificata, ma perché ciò che resta della sua opera non è un insieme di risposte da custodire: è una serie di domande che continuano a mettere in difficoltà l’immagine che abbiamo di noi stessi. Ci sono pensatori che appartengono al proprio tempo e altri che sembrano acquisire forza proprio quando il loro tempo è finito. Lacan appartiene ai secondi. Lo si può amare, contestare, trovare oscuro, eccessivo, persino irritante. Si può appartenere alla tradizione lacaniana oppure esserne radicalmente lontani. Ma è difficile negare che alcune delle questioni sulle quali ha insistito attraversino con impressionante precisione anche l’uomo contemporaneo. Che cosa desideriamo davvero? Quanto di ciò che chiamiamo “io” ci appartiene? Perché continuiamo a cercare nell’altro qualcosa che nessun altro potrà definitivamente consegnarci? Perché, anche quando otteniamo ciò che volevamo, il desiderio sembra spostarsi altrove? È forse questo uno dei punti più radicali della lezione lacaniana: l’essere umano non coincide mai completamente con se stesso. Non siamo quella creatura trasparente che una certa retorica contemporanea vorrebbe farci credere, un individuo che deve semplicemente “capire ciò che vuole”, eliminare ciò che lo ostacola e realizzare finalmente la versione migliore di sé. Siamo soggetti attraversati dal linguaggio, dalla storia, dall’Altro, da desideri che non abbiamo deciso consapevolmente di desiderare. Freud aveva inferto all’uomo la ferita di non essere padrone in casa propria; Lacan radicalizza quella ferita mostrando che persino il luogo dal quale diciamo “io” è attraversato da qualcosa che ci precede e ci eccede. L’inconscio, nella celebre formulazione lacaniana, è strutturato come un linguaggio. Non è semplicemente uno scantinato della mente nel quale sarebbero nascosti ricordi e pulsioni, ma qualcosa che parla nelle nostre parole, nei lapsus, nelle ripetizioni, nei sintomi, nelle scelte amorose, persino nei modi apparentemente inspiegabili attraverso i quali continuiamo a inciampare negli stessi punti della nostra esistenza. Ed è qui che Lacan smette di essere soltanto un autore del Novecento. Viviamo in un’epoca che ci invita continuamente a sapere chi siamo. Dobbiamo definirci, raccontarci, mostrarci, costruire un’identità riconoscibile, trasformare perfino la nostra vita in una narrazione coerente. Eppure la psicoanalisi introduce un sospetto: forse non siamo mai completamente ciò che raccontiamo di essere. C’è sempre uno scarto tra il soggetto e l’immagine che costruisce di sé. Uno scarto che può farci soffrire, certamente, ma che ci rende anche umani. Perché se potessimo coincidere definitivamente con una definizione di noi stessi, se potessimo sapere una volta per tutte chi siamo e che cosa vogliamo, qualcosa del desiderio sarebbe già morto. È proprio sul desiderio che l’eredità di Lacan appare oggi straordinariamente attuale. La nostra epoca sembra aver dichiarato guerra alla mancanza. Ogni attesa deve essere abbreviata, ogni bisogno anticipato, ogni vuoto riempito. Possiamo acquistare in pochi secondi, incontrare qualcuno facendo scorrere un dito su uno schermo, ottenere immediatamente immagini, informazioni, intrattenimento, approvazione. Persino il silenzio è diventato qualcosa da riempire. E tuttavia non sembriamo più soddisfatti. Forse perché abbiamo confuso il desiderio con la disponibilità degli oggetti. Il bisogno può trovare un oggetto capace di soddisfarlo; il desiderio, invece, non si lascia chiudere così facilmente. Otteniamo qualcosa e poco dopo desideriamo altro. Raggiungiamo un traguardo e subito ne compare un altro. Veniamo desiderati e continuiamo a domandarci se lo siamo abbastanza. È la mancanza che il discorso contemporaneo tende a presentare come un difetto da eliminare, mentre la psicoanalisi ci costringe a considerarla in modo diverso. Non come una patologia dell’esistenza, ma come una sua condizione. Questo non significa glorificare la sofferenza, né sostenere che per desiderare sia necessario stare male. Significa riconoscere che nessun oggetto, nessun successo, nessun partner, nessuna quantità di riconoscimento potrà finalmente suturare ogni nostra divisione. Ed è forse proprio questa impossibilità a rendere possibile il movimento della vita. Anche l’amore, letto da Lacan, perde così la sua versione più rassicurante. Amiamo spesso immaginando che da qualche parte esista qualcuno capace di completarci, qualcuno che possieda precisamente ciò che a noi manca. È una delle fantasie più potenti dell’innamoramento: finalmente tu. Finalmente qualcuno che renderà intero ciò che prima era incompleto. Ma nessun essere umano può sostenere per sempre il compito impossibile di completarci. L’altro è mancante quanto noi, opaco quanto noi, attraversato da un desiderio che non possiamo controllare. È qui che l’amore può fallire, quando pretende di trasformare l’altro nella risposta definitiva alla propria mancanza; ma è forse anche qui che può cominciare davvero, quando l’altro smette di essere ciò che dovrebbe salvarci dall’incompletezza e diventa qualcuno la cui alterità possiamo incontrare senza cancellarla. La celebre formula secondo cui amare è “dare ciò che non si ha” conserva tutta la sua forza proprio perché sottrae l’amore alla logica del possesso. Non amo perché possiedo finalmente ciò che può completarti. Amo proprio nel punto in cui devo riconoscere di non possederlo. È una concezione meno romantica soltanto in apparenza. In realtà è infinitamente più esigente, perché chiede di amare senza fare dell’altro una proprietà, una garanzia o la medicina della propria mancanza. Forse è anche per questo che Lacan continua a essere difficile. Non soltanto per il suo stile, per la complessità dei seminari, per una lingua che talvolta sembra deliberatamente sottrarsi alla comprensione immediata. È difficile perché non offre una rappresentazione rassicurante dell’essere umano. Non promette armonia, non promette completezza, non promette che alla fine del percorso troveremo un vero io finalmente riconciliato con se stesso. Ci restituisce invece un soggetto diviso, fragile, parlante, desiderante. Ma “diviso” non significa difettoso. Questa distinzione oggi è decisiva. Viviamo circondati da linguaggi che trasformano facilmente ogni inquietudine in qualcosa da correggere, ogni fragilità in qualcosa da superare, ogni limite in un ostacolo alla performance. La psicoanalisi conserva invece la possibilità di ascoltare ciò che non funziona senza pretendere immediatamente di eliminarlo, perché talvolta proprio lì, nel sintomo, nell’inciampo, nella ripetizione, sta cercando di dirsi qualcosa della verità singolare di un soggetto. Lacan non ci invita a diventare perfetti. Ci obbliga, semmai, a rinunciare all’illusione della perfezione. E forse è questa una delle ragioni per cui il suo pensiero può parlare anche a chi lacaniano non è e non desidera diventarlo. Al di là delle scuole, delle appartenenze e delle controversie teoriche, resta una domanda profondamente umana: possiamo accettare di non sapere tutto di noi stessi? Possiamo amare qualcuno senza pretendere di possederne il desiderio? Possiamo riconoscere una mancanza senza viverla immediatamente come una sconfitta? Possiamo desiderare senza trasformare ogni desiderio in un oggetto da consumare? Possiamo sopportare che qualcosa dell’altro ci resti enigmatico? Forse la grandezza di un pensatore non si misura dal numero delle risposte che ci ha consegnato, ma dalla capacità delle sue domande di sopravvivergli. Il 9 settembre 1981 moriva Jacques Lacan. Quarantacinque anni dopo, in un mondo radicalmente diverso da quello nel quale pronunciò i suoi seminari, continuiamo a innamorarci, a soffrire, a parlare, a ripetere, a cercare negli occhi degli altri una risposta su chi siamo, a inseguire oggetti che promettono di colmare ciò che in noi resta aperto. Continuiamo, soprattutto, a desiderare. Jacques Lacan è morto quarantacinque anni fa. Le sue domande, evidentemente, no.

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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