Immaginiamo di svegliarci domani e scoprire, con certezza, che Dio non esiste. Niente paradiso, niente inferno, nessun progetto grande scritto per noi, nessuno che possa tenere a freno eventualmente da un punto di vista morale i nostri gesti giudicandole cattive o buone. Nessun senso ultimo garantito. So che sembra banale come prospettiva perchè viviamo in un’epoca profondamente agnostica e atea, ma paradossalmente anche molti di coloro che riportano di non credere in qualcosa, percepiscono, in maniera inconscio, un limite che si pone alle loro azioni, che non viene solo dalla legge.
Forse la prima reazione sarebbe “sono libero di fare qualsiasi cosa!”. Se prendessimo in esame il pensiero di Sartre, che ha analizzato molto cosa possa comportare l’idea di una libertà legata alla responsabilità, il filosofo francese ci avrebbe risposto: sì sei libero! Tanti auguri ora. E perché auguri? Perché si, va bene, togliamo anche solo l’idea che ci sia una sorta di giudizio finale, in qualche modo. Non rimane una sensazione di leggerezza, quanto più di una responsabilità. E qui il pensiero esistenzialista di Sartre incontra Freud e ci aiuta a porci una domanda: quanto di quello in cui crediamo costruisce la nostra realtà, e quanto invece ci serve per renderla più sopportabile?
Per Freud, ad esempio, la religione è molto interessante, non tanto per l’affermazione dell’esistenza di Dio, quanto più perché ci permette di capire perché l’essere umano ha sempre avuto bisogno di Dio. Pensiamo a quando siamo bambini. Dipendiamo dagli adulti, dai genitori. Poi a mano a mano cresciamo, incontriamo il mondo esterno, e niente può più proteggerci e, in taluni casi, ci sentiamo completamente impotenti. Freud pensa che proprio la figura di Dio possa rispondere a questa percezione di impotenza. Dio diventa come un Super padre cosmico, a livello psicologico. E questo non significa per Freud liquidare la religione come qualcosa di stupido, quanto più a farsi una domanda fondamentale: e se noi avessimo bisogno di credere?
Prendiamo un esempio di cinema, The Truman Show. Truman vive in un mondo costruito su misura per lui. Tutto è sempre uguale, si svolge sempre alla stessa maniera, ma al contempo aiuta Truman a sentirsi protetto, rassicurato. Una volta che scopre l’inganno, però, ha raggiunto la libertà. Si, ma a che costo? Davanti a lui c’è un mondo organizzato, di cui sa tutto. Nella porta oltre quel mondo c’è il nulla.
Questa fede potrebbe però diventare anche cattiva. Sartre analizza perfettamente come una fede possa evolversi in negativa nel momento stesso in cui non funge più da strumento per leggere e affrontare le sofferenze, quanto più per cercare di convincerci a essere meno liberi. Può essere un alibi eventuale? Ma chiudere il discorso dicendo ciò che molti sostengono, ossia “la religione è un’illusione” è troppo facile. Non è solo la risposta alla paura. Quanto però delle nostre convinzioni, anche riguardo alla fede, nasce dal desiderio che esse siano vere? Quanto queste diventano fondamentali per affrontare il mondo esterno? Il punto interessante analizzato da tutte le fonti prese in considerazione non è tanto il prendere posizione rispetto all’esistenza di un Dio, quanto più porci di fronte a un interrogativo: se non c’è nessuno a farti da garante per chi devi essere, chi diventi? Non riguarda soltanto Dio. Riguarda il nostro bisogno di avere sempre qualcuno o qualcosa a cui consegnare la responsabilità della nostra vita.
——-
Peter Weir – The Truman Show
——
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
