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Psicologia

La trappola dell’individualismo

American Psycho di Bret Easton Ellis è uno dei romanzi che più mi ha colpito nella mia adolescenza. Non fu solo quello che veniva raccontato e come lo scrittore americano ha deciso di raccontarlo, con tutte le minuzie di particolari, ma anche qualcosa di più profondo. Come succede a tanti, vivevo nel periodo della vita in cui ci poniamo più interrogativi rispetto alla vita, al suo significato, e abbiamo bisogno di fronteggiarci anche con la visione del terrore e dell’estremo per provarci. E quando lessi della storia di Patrick Bateman, protagonista del romanzo, corroborato poi con gli studi di psicologia, mi chiesi: e se Bateman non fosse semplicemente un mostro del suo tempo, freddo nei suoi efferati omicidi e nelle sue perversioni, ma una caricatura estrema di ciò che è l’individuo moderno?

D’altronde Bateman passa una quantità indefinita del suo tempo a guardarsi allo specchio. Mette la propria maniacalità al servizio della sua cura del corpo e non solo: capelli, viso, appartamento, musica che ascolta in maniera quasi ossessiva, marche da indossare, locali da frequentare e così via. E non solo questo. Passa parte del suo tempo ad osservare l’altro, ma non nell’ottica del voyeur romantico, quanto più dell’ossessione: quell’uomo ha il biglietto da visita più bello del mio? Ha il tavolo migliore di me? Ha più successo? Patrick vuole essere superiore a chiunque altro, a tal punto da rappresentare la sua principale forma di occupazione. È una sorta di forma di individualismo estremo. Ma ciò che salta agli occhi durante le descrizioni dettagliate e morbose di Ellis è un particolare: Bateman vorrebbe essere un individuo superiore a tutti gli altri, ma non può esistere senza lo sguardo dell’Altro.

E qua entra in gioco Lacan. All’inizio della sua elaborazione teorica, quindi attorno agli anni’30, lo psicoanalista francese sviluppa lo stadio dello specchio. Il bambino riconosce nello specchio un’immagine unitaria di sè prima di possedere realmente quel senso. Vede un corpo intero, organizzato, riconoscibile, ma al contempo non riesce ad averne una concezione completa. Quell’immagine che incontra rappresenta un passaggio fondamentale nelle tappe della crescita, in quanto consiste in ciò che permetterà al soggetto di percepire in maniera unitaria il proprio corpo. Ma non lo può fare da solo perché, per l’appunto, non ha la facoltà per farlo in quel momento della vita: ha bisogno dell’altro. Quindi si potrebbe dire che l’unità del soggetto viene dall’Altro. Allora quanto della mia immagine, del mio Io, dipende da me stesso e quanto invece dipende dall’Altro?

Ed è per questo che Bateman cerca di costruire l’immagine perfetta. Il corpo deve essere scolpito, il viso impeccabile, il lavoro perfetto. Ma c’è un cortocircuito che riguarda Patrick da vicino, e che probabilmente coinvolge tutti noi. Bateman vuole essere unico, vuole essere perfetto, ma nella maggior parte dei casi il modo per esserlo consiste nel possedere gli stessi simboli attraverso cui gli altri definiscono il proprio stesso successo. Vuole distinguersi, ma il tutto passa attraverso le marche che indossano gli altri, l’essere superiore a chi incontra. Vuole essere essere visto, ma il suo senso di sé dipende proprio da chi lo guarda. Il cortocircuito è proprio qui: può esistere davvero un di individualismo? Si può eliminare l’altro?

E se ci pensiamo è una logica alla base di Instagram. Scegliamo la fotografia, il vestito, la vacanza. Non mostriamo per forza la versione di noi che siamo, quanto piuttosto ciò con cui desideriamo essere identificati. E qui si incontra il paradosso che ci avvicina a Bateman (non preoccupatevi: non fini alle conseguenze estreme che lo caratterizzano): spesso un messaggio che passa sulle pagine Instagram è “sii te stesso”. Ma per farlo, proprio tramite quella piattaforma, utilizziamo i simboli, le stesse marche, che utilizzano tutti. Viene svuotato completamente il soggetto. Ed Ellis porta alle estreme conseguenze questa logica: desiderare di essere qualcuno attraverso la propria immagine porta inevitabilmente a produrre soggetti vuoti. Quanto siamo disposti a trasformare l’immagine pur di sentirci qualcosa? E quanto questo può essere rischioso?

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Bret Easton Ellis – American Psycho

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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