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Psicologia

E poi non ti ho vista più

La nostalgia non è sempre il desiderio di tornare indietro

Ci sono canzoni che non ricordiamo di avere deciso di ricordare. Non appartengono necessariamente ai nostri dischi preferiti, non sono quelle che citeremmo se qualcuno ci chiedesse quali brani abbiano segnato la nostra vita. Eppure rimangono da qualche parte. Silenziose. Per anni non ci pensiamo, forse nemmeno le ascoltiamo, poi bastano poche note sentite per caso e improvvisamente qualcosa si apre. È mattina. Accendi la televisione. C’è Radio Italia TV. Parte una canzone: E poi non ti ho vista più, Fiorello insieme ai 360 Gradi. E per qualche minuto non stai semplicemente ascoltando un vecchio brano. Stai entrando in una stanza della tua vita che credevi di avere lasciato. È questa la cosa sorprendente della musica: possiede una chiave per porte delle quali avevamo dimenticato l’esistenza. Una melodia può restituirci la luce di una camera, il rumore di una casa, il tragitto verso scuola, un’estate, un motorino, un pomeriggio interminabile, il volto di qualcuno che non vediamo da vent’anni. Non ricordiamo necessariamente l’evento. Ritorna l’atmosfera. E insieme all’atmosfera ritorna una versione di noi. Allora diciamo: “Che tempi.” Ed è qui che comincia la nostalgia. Ma è anche qui che comincia l’inganno. Perché quando il passato ritorna attraverso una canzone, raramente ritorna com’era. Ritorna come siamo capaci di ricordarlo oggi. Sei giovane. Sei felice. La vita deve ancora succedere. È una scena potentissima. Ma siamo sicuri che fosse davvero così? O almeno, è così che oggi ci piace ricordarlo. La memoria non è un archivio nel quale gli avvenimenti rimangono immobili aspettando che andiamo a recuperarli. Ricordare significa inevitabilmente ricostruire. Il presente entra nel passato ogni volta che tentiamo di riportarlo alla coscienza. Ciò che siamo diventati modifica lo sguardo con cui osserviamo ciò che siamo stati. E così gli anni della giovinezza possono acquistare, a distanza, una luce che mentre li vivevamo non possedevano affatto. Ricordiamo la libertà e dimentichiamo l’angoscia. Ricordiamo le estati e dimentichiamo le domeniche interminabili. Ricordiamo gli amici e dimentichiamo quanto disperatamente cercassimo di appartenergli. Ricordiamo il corpo giovane e dimentichiamo quanto potevamo odiarlo. Ricordiamo le prime storie d’amore e dimentichiamo le ore trascorse aspettando un messaggio, una telefonata, uno sguardo, una conferma. Ricordiamo un’età in cui “avevamo tutta la vita davanti” dimenticando che, proprio perché avevamo tutta la vita davanti, non sapevamo ancora che cosa farne. Non tutti vorrebbero davvero tornare alla propria adolescenza o ai propri vent’anni. C’era chi si sentiva fuori posto. Chi entrava in una stanza chiedendosi immediatamente come sarebbe stato giudicato. Chi non amava il proprio corpo. Chi aveva paura di non diventare nessuno. Chi avrebbe dato qualsiasi cosa per essere scelto da una persona che oggi faticherebbe persino a riconoscere per strada. Chi desiderava disperatamente andarsene dalla città nella quale oggi torna commosso. Chi guardava gli adulti pensando che un giorno, finalmente, avrebbe capito come funzionava la vita. Eppure accade qualcosa di apparentemente contraddittorio: possiamo sapere perfettamente che non vorremmo tornare indietro e provare comunque una nostalgia violentissima per quel tempo. Perché la nostalgia non è necessariamente un desiderio di ritorno. Questa distinzione è fondamentale. Se la nostalgia fosse semplicemente il desiderio di recuperare il passato, sarebbe relativamente facile comprenderla: ci manca qualcosa che avevamo e vorremmo riaverla. Ma l’esperienza reale è spesso molto più strana. Possiamo commuoverci ricordando una casa nella quale non vorremmo più vivere. Possiamo sentire la mancanza di una città dalla quale abbiamo desiderato per anni fuggire. Possiamo conservare con tenerezza il ricordo di una relazione che non vorremmo mai ricominciare. Possiamo ascoltare una canzone e sentire nostalgia per un ragazzo o una ragazza che eravamo e che, se potessimo davvero scegliere, non vorremmo più essere. È qui che la nostalgia smette di essere un sentimento banalmente retrospettivo e diventa qualcosa di psichicamente molto più interessante. Perché forse non desideriamo il ritorno dell’oggetto. Desideriamo qualcosa del rapporto che avevamo con il tempo quando quell’oggetto esisteva. Non ci manca necessariamente quella mattina. Ci manca il fatto che quella mattina fosse ancora aperta. Non ci manca necessariamente la nostra adolescenza. Ci commuove sapere che allora esistevano possibilità che oggi sono diventate storie. A vent’anni molte cose possono ancora accadere; anni dopo sappiamo quali sono accadute e quali no. Il passato possedeva un futuro che oggi non possiede più. Ed è forse questa una delle strutture più profonde della nostalgia: non rimpiangiamo soltanto ciò che è stato, ma anche tutto ciò che, in quel momento, poteva ancora essere. La persona che ascoltava quella canzone non conosceva ancora gli incontri che avrebbe fatto, gli amori che avrebbe perso, le persone che sarebbero scomparse, le città nelle quali avrebbe vissuto, le scelte che avrebbe rimpianto, le volte in cui avrebbe dovuto ricominciare. Non sapeva nemmeno quali parti di sé sarebbero sopravvissute. Noi invece lo sappiamo. O almeno ne sappiamo molto di più. Quando guardiamo quella persona dal presente possediamo qualcosa che lei non possedeva: conosciamo una parte del suo futuro. È per questo che la nostalgia contiene una tenerezza particolare. Guardiamo il nostro passato quasi come guarderemmo qualcuno che amiamo e che non sa ancora ciò che gli accadrà. Vorremmo forse dirgli qualcosa. Tranquillizzarlo. Avvertirlo. Dirgli di non perdere tempo dietro a quella persona. Di chiamarne un’altra. Di non vergognarsi tanto del proprio corpo. Di godersi di più suo padre, sua madre, un amico, una casa, perché un giorno alcune presenze che sembrano ovvie smetteranno di esserlo. Ma non possiamo. Ed è precisamente questa impossibilità a rendere il ricordo così dolorosamente tenero. Non possiamo salvare retroattivamente chi siamo stati. Possiamo soltanto ricordarlo. Freud aveva compreso che il passato psichico non scompare semplicemente perché cronologicamente è trascorso. Ciò che abbiamo vissuto lascia tracce, ritorna deformato, si collega a esperienze successive, acquista nuovi significati. Il tempo dell’inconscio non coincide perfettamente con il tempo dell’orologio. Qualcosa può essere vecchio di vent’anni e diventare improvvisamente presente attraverso un odore, un luogo, una parola, una canzone. Ma ciò che ritorna non è una fotografia perfettamente conservata. È una traccia che il presente riattiva. Ricordare è sempre ricordare adesso. E questo significa che quando una vecchia canzone ci commuove, ciò che stiamo incontrando non appartiene soltanto al passato. Appartiene anche alla distanza che ci separa da esso. Se fossimo ancora quella persona, non proveremmo nostalgia per lei. La nostalgia nasce perché qualcosa è stato perduto e, contemporaneamente, perché siamo sopravvissuti a quella perdita. È il sentimento di una distanza. Forse per questo può essere dolce e dolorosa nello stesso momento. Ci fa soffrire perché qualcosa non può tornare; ci consola perché ciò che non può tornare ha lasciato una traccia. E la musica possiede una capacità quasi inquietante di ridurre per qualche secondo quella distanza. Marcel Proust ha reso immortale l’esperienza della memoria involontaria attraverso il sapore della madeleine, ma ciascuno possiede le proprie madeleine sonore. Una sigla televisiva. Il rumore di avvio di un vecchio computer. Una suoneria. Una canzone ascoltata su un CD masterizzato. Il jingle di una pubblicità. Le prime note di un brano che non ascoltavamo da quindici anni. Non decidiamo razionalmente che quei suoni siano importanti. Lo diventano perché erano presenti mentre stavamo diventando qualcuno. La canzone continua a essere la stessa, ma noi no. Ed è forse questa la cosa che ci commuove maggiormente. Il brano dura ancora tre o quattro minuti come allora. La voce entra nello stesso punto. Il ritornello arriva esattamente quando deve arrivare. Gli accordi non sono invecchiati nel modo in cui siamo invecchiati noi. Premiamo play e il tempo musicale ricomincia identico. Noi, invece, arriviamo all’ascolto portando tutto ciò che è accaduto nel frattempo. La canzone non sa che sono passati vent’anni. Noi sì. È uno scontro temporale potentissimo. Per qualche minuto il passato conserva la propria forma mentre noi gli stiamo davanti completamente trasformati. E allora forse non piangiamo per la canzone. Piangiamo davanti alla prova improvvisa che il tempo è passato. C’è qualcosa di quasi perturbante nel ritrovare intatto un oggetto appartenuto a una versione di noi che non esiste più. È come tornare in una casa dell’infanzia e scoprire che una porta è ancora nello stesso punto. La porta non ha fatto nulla. Siamo noi ad avere attraversato migliaia di altre porte. Ed è qui che la nostalgia viene spesso banalizzata dalla cultura contemporanea. Il mercato ha capito perfettamente quanto sia potente. Revival, reunion, remake, riedizioni, vecchi marchi, filtri fotografici, videogiochi restaurati, mode che ritornano. Gli anni Novanta e Duemila vengono continuamente ricostruiti come un paradiso analogico nel quale eravamo tutti più liberi, più autentici, meno ansiosi, meno soli. Ma ogni generazione tende a produrre una mitologia della propria giovinezza. Non perché menta consapevolmente, ma perché la distanza seleziona. Il passato viene montato come un film dal quale molte scene sono state tagliate. Restano quelle che riescono a parlare al presente. Così diciamo che prima le relazioni erano più vere, dimenticando le solitudini che non avevano un nome. Diciamo che prima stavamo meglio senza smartphone, dimenticando quante ore avremmo dato qualsiasi cosa per ricevere una telefonata. Diciamo che eravamo più felici, quando forse eravamo semplicemente più giovani. E queste due cose non sono affatto sinonimi. La giovinezza possiede un privilegio che riconosciamo quasi sempre troppo tardi: non quello di essere necessariamente felice, ma quello di non sapere ancora quante cose diventeranno irreversibili. Da giovani possiamo immaginare decine di vite. Diventerò questo, andrò lì, amerò quella persona, vivrò in quella città. Con il passare del tempo alcune possibilità diventano realtà e molte altre diventano impossibilità. Ogni scelta costruisce qualcosa e contemporaneamente chiude qualcosa. Vivere significa anche produrre una quantità crescente di vite che non vivremo. Forse la nostalgia riguarda anche loro. Quando ascoltiamo una canzone di vent’anni fa, non incontriamo soltanto ciò che eravamo. Incontriamo tutte le persone che pensavamo avremmo potuto diventare. Alcune ci fanno sorridere. Altre fanno male. Quel ragazzo immaginava amori che non sono accaduti, successi che non sono arrivati, fallimenti che non poteva prevedere. Ma forse immaginava anche molto meno di ciò che poi sarebbe realmente accaduto. E questo impedisce alla nostalgia di diventare soltanto lutto. Perché guardando indietro possiamo anche accorgerci che abbiamo attraversato cose che allora ci sembravano impossibili. Abbiamo perso persone senza le quali pensavamo di non poter vivere e siamo rimasti vivi. Abbiamo abitato corpi che odiavamo e magari oggi guardiamo con tenerezza le fotografie di quei corpi. Abbiamo sofferto per non essere scelti da qualcuno e oggi quella mancata scelta appare quasi insignificante. Abbiamo avuto paure gigantesche che il tempo ha ridimensionato e piccole cose alle quali non attribuivamo alcun valore che oggi daremmo moltissimo per poter rivivere cinque minuti. Il tempo cambia continuamente il valore delle cose senza chiederci il permesso. Ed è forse per questo che una vecchia canzone può diventare improvvisamente un oggetto psicoanalitico. Non perché nasconda un significato segreto da decifrare, ma perché permette di osservare che cosa facciamo del nostro passato. Quali scene scegliamo? Quali cancelliamo? Quale versione di noi costruiamo quando diciamo “io ero così”? Quanto della nostra identità presente dipende dal racconto che abbiamo imparato a fare di ciò che siamo stati? Perché anche l’io ha bisogno di montaggio. Costruiamo una continuità tra persone molto diverse che hanno portato il nostro stesso nome. Il bambino, l’adolescente, il ventenne, l’adulto vengono raccolti dentro una parola apparentemente semplicissima: io. Ma basta ritrovare una vecchia fotografia, leggere un messaggio scritto quindici anni prima o ascoltare una canzone dimenticata perché quella continuità vacilli. “Ero davvero io?” Sì. E nello stesso tempo quasi no. Avevamo altri desideri, altre paure, altri corpi, altre parole. Cose che oggi ci definiscono allora non esistevano. Persone che allora erano il centro del nostro mondo oggi sono nomi che pronunciamo raramente. Eppure non possiamo espellerle dalla nostra storia senza espellere qualcosa di noi. Siamo anche tutte le persone che non siamo più. Questa, forse, è la parte più profonda della nostalgia. Non ci chiede necessariamente di tornare. Ci chiede di riconoscere. Di riconoscere che quella versione di noi è esistita davvero. Che ha avuto paura davvero. Che ha amato davvero. Che ciò che oggi ci sembra ingenuo allora era enorme. Che i problemi che oggi giudichiamo piccoli occupavano l’intero orizzonte di quella persona perché quella persona non possedeva ancora il nostro sguardo. È molto facile essere superiori al proprio passato. Guardare il ragazzo che eravamo e pensare: quanto ero stupido, quanto tempo ho perso, come potevo soffrire per quella cosa? Ma questa superiorità è un’illusione prodotta dal tempo. Noi sappiamo ciò che lui non poteva sapere perché abbiamo vissuto gli anni che lui non aveva ancora vissuto. Non siamo necessariamente più intelligenti. Siamo arrivati dopo. Forse il gesto più interessante non consiste nel giudicare chi siamo stati, ma nel concedergli finalmente qualcosa che allora cercava disperatamente dagli altri: uno sguardo che non lo disprezzi. E allora quella mattina davanti a Radio Italia TV cambia significato. Non è più soltanto l’ennesima scena della nostalgia generazionale. C’è qualcuno davanti allo schermo. Forse sta facendo colazione. Forse deve uscire. Forse pensa a una persona che non lo ricambia. Forse è convinto che il proprio corpo sia sbagliato. Forse vuole diventare adulto il prima possibile. Non sa che molti anni dopo una canzone che in quel momento ascolta quasi distrattamente diventerà una macchina capace di riportarlo in vita per pochi minuti. Lui non sa che un giorno ci mancherà. E noi non possiamo avvertirlo. Possiamo soltanto premere play. È qui che il titolo della canzone assume, quasi involontariamente, un significato ulteriore: E poi non ti ho vista più. Non riguarda più soltanto la persona raccontata dalla canzone. Potrebbe essere rivolto anche a noi stessi. A una versione di noi incontrata per qualche anno e poi scomparsa. Abbiamo vissuto con lei ogni giorno, eppure non ci siamo accorti dell’ultima volta in cui è esistita. Nessuno sa quando smette di essere la persona che era. Non c’è una data. Non ci svegliamo una mattina annunciando che l’adolescenza è finita, che una certa ingenuità è scomparsa, che quella paura non tornerà più, che quella compagnia di amici non si riunirà mai più nello stesso modo. Le epoche della vita finiscono quasi sempre senza comunicarcelo. Soltanto dopo comprendiamo che una certa sera, una certa estate, una certa telefonata erano già un addio. È questa forse una delle crudeltà del tempo: riconosciamo molte ultime volte soltanto quando sono già diventate passato. L’ultima volta che siamo usciti tutti insieme. L’ultima notte dormita nella casa dell’infanzia senza sapere che sarebbe stata l’ultima. L’ultima telefonata con qualcuno. L’ultima volta in cui abbiamo ascoltato una canzone senza che fosse ancora “una vecchia canzone”. Non possiamo vivere sapendo continuamente che qualcosa potrebbe essere l’ultima volta; sarebbe insopportabile. Per vivere dobbiamo dimenticare, almeno in parte, che tutto passa. La nostalgia arriva dopo e ci restituisce quella consapevolezza in ritardo. Forse per questo fa male. Ma forse proprio per questo possiede anche una funzione preziosa. Ci ricorda che il presente che oggi trattiamo distrattamente sta già diventando il passato di qualcuno: il nostro. Le cose che oggi sembrano normali potrebbero un giorno possedere la stessa potenza di quella canzone. Una voce che sentiamo ogni mattina. Una stanza. Una strada. Un animale che ci aspetta dietro la porta. Una persona che diamo per scontata. Persino un problema del quale oggi vorremmo liberarci potrebbe diventare parte di un tempo che un giorno guarderemo con una tenerezza incomprensibile. Non significa che dobbiamo vivere ossessionati dal futuro rimpianto del presente. Sarebbe soltanto un altro modo di non esserci. Significa forse accettare qualcosa di più semplice: non sappiamo in anticipo ciò che ci mancherà. E allora torniamo alla domanda iniziale. Perché bastano poche note? Perché una canzone ascoltata quasi casualmente molti anni fa riesce a raggiungere un luogo che centinaia di fotografie non riescono a toccare? Forse perché la musica non ci restituisce soltanto un’immagine del passato. Ci restituisce il suo tempo. Per tre minuti e quarantacinque secondi, o quanto dura un brano, siamo nuovamente sottoposti alla stessa successione di attese: sappiamo che dopo quella strofa arriverà quel passaggio, poi il ritornello, poi quella pausa. Il corpo anticipa ciò che la memoria cosciente aveva dimenticato. Ricordiamo con il corpo prima ancora di ricordare con le parole. Ed è lì che qualcosa cede. Non siamo tornati indietro. Sappiamo perfettamente di essere qui. Ma per un istante due tempi incompatibili si sovrappongono: quello che siamo e quello che siamo stati. Forse è questa la nostalgia: non il desiderio impossibile di cancellare il tempo, ma l’esperienza improvvisa della sua profondità. Sentire contemporaneamente il presente e tutti gli strati di vita che lo hanno reso possibile. Comprendere che nulla è davvero tornato e che, tuttavia, nulla è completamente scomparso. Quella persona non esiste più come allora, ma qualcosa del suo modo di guardare il mondo è ancora dentro il nostro. Le sue paure hanno lasciato tracce. I suoi desideri hanno aperto strade. I suoi errori hanno costruito deviazioni senza le quali non saremmo qui. Anche ciò che abbiamo superato continua, in qualche modo, ad appartenerci. Per questo possiamo avere nostalgia di qualcuno che non vorremmo più essere. Non vogliamo indietro la sua angoscia, la sua insicurezza, la sua dipendenza dallo sguardo degli altri. Ci commuove il fatto che abbia dovuto attraversarle perché noi potessimo diventare ciò che siamo. E forse crescere significa anche questo: smettere di trattare le nostre vecchie versioni come errori da correggere. Non dobbiamo tornare a essere loro. Non dobbiamo idealizzarle. Non dobbiamo nemmeno perdonarle per forza. Possiamo semplicemente concedere loro un posto nella nostra storia. Guardarle senza volerle recuperare e senza volerle cancellare. Dire: sì, eri tu. Sì, ero io. Hai desiderato cose che oggi non desidero più. Hai sofferto per persone alle quali oggi non telefonerei. Hai avuto paura di cose che oggi mi fanno sorridere. Hai creduto che alcuni dolori non sarebbero mai finiti. Ti sbagliavi. Eppure senza di te io non sarei qui. Allora una vecchia canzone può diventare qualcosa di più di un ricordo. Può diventare un incontro. Non con Fiorello, non con i 360 Gradi, non con una televisione accesa molti anni fa, ma con qualcuno che conosciamo intimamente e che non potremo mai incontrare di nuovo: noi stessi nel passato. Possiamo ascoltarlo per qualche minuto. Possiamo quasi vederlo nella stanza. Poi la canzone finisce. Il presente ritorna. Lo schermo cambia. La vita continua. E forse finalmente comprendiamo che non ci manca davvero quel tempo perché fosse migliore. Non vogliamo necessariamente riavere quella vita. Ci commuove sapere che l’abbiamo avuta. Ci commuove che quella stanza sia esistita, che quella mattina sia accaduta, che quel corpo sia stato il nostro, che quelle paure ci siano sembrate immense, che quella persona abbia guardato il futuro senza sapere che un giorno saremmo stati noi a guardare lei. Forse non ci manca chi eravamo. Ci commuove sapere che quella persona è esistita davvero. E per qualche minuto, quando tornano quelle note, esiste ancora.

Fonti:

Fiorello feat. 360 gradi – E poi non ti ho vista più 

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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