Quando la violenza non interrompe il legame: amore, possesso e dipendenza affettiva.
«Se non sei mia, non sarai di nessun altro». Ci sono frasi che dovrebbero essere ascoltate per ciò che sono, senza tentare di addolcirle attraverso il linguaggio dell’amore. Non sono dichiarazioni di passione. Non sono manifestazioni di un sentimento troppo intenso per essere controllato. Non sono la prova che qualcuno ama al punto da non poter sopportare la perdita. Sono parole attraverso cui il desiderio dell’altro viene negato e la sua libertà trasformata in una minaccia. Nel 2019, in Turchia, la giovane Berfin Özek fu vittima di un’aggressione con acido da parte del suo ex fidanzato, Casim Ozan Çeltik. L’attacco le provocò gravissime lesioni al volto e alla vista. L’uomo fu condannato a una pena detentiva, ma la vicenda assunse successivamente una dimensione pubblica ancora più controversa quando, nel dicembre 2021, la donna lo sposò. La notizia suscitò indignazione e interrogativi: come è possibile che una persona scelga di sposare qualcuno che ha tentato di distruggerle la vita? Come può sopravvivere un legame affettivo a una violenza tanto grave? E soprattutto, che cosa ci dice questa vicenda sul rapporto tra amore, possesso e dipendenza? Prima di cercare una risposta, dobbiamo riconoscere un limite fondamentale: non conosciamo la vita psichica di Berfin Özek. Non possiamo sapere quali sentimenti, paure, pressioni, speranze o circostanze abbiano partecipato alla sua decisione. Trasformare una persona reale in un esempio clinico significherebbe riprodurre, sul piano dell’interpretazione, un’ulteriore sottrazione della sua soggettività. Una donna che ha subito violenza non deve diventare un oggetto attraverso il quale dimostrare una teoria. Possiamo però utilizzare gli interrogativi sollevati dalla vicenda per affrontare un problema che attraversa molte relazioni umane: il fatto che la violenza, anche quando viene riconosciuta come tale, non determini necessariamente la scomparsa dell’attaccamento verso chi l’ha esercitata. È una questione che mette in crisi una delle rappresentazioni più rassicuranti del soggetto contemporaneo: l’idea che conoscere ciò che ci fa male sia sufficiente per smettere di desiderarlo. Siamo abituati a pensare che una persona, una volta riconosciuta la pericolosità di una relazione, dovrebbe semplicemente interromperla. Se qualcuno ti ferisce, te ne vai. Se qualcuno ti umilia, smetti di amarlo. Se qualcuno ti tradisce, smetti di fidarti. Se qualcuno esercita violenza, il legame dovrebbe cessare immediatamente. È una logica apparentemente inattaccabile, ma contiene un presupposto psicologico profondamente problematico: che i nostri sentimenti obbediscano automaticamente alle nostre conoscenze. Eppure l’esperienza umana mostra continuamente il contrario. Possiamo sapere che una persona non ci ama e continuare ad amarla. Possiamo riconoscere che una relazione ci sta facendo soffrire e non riuscire a immaginare una vita senza di essa. Possiamo desiderare di allontanarci e, contemporaneamente, provare un’angoscia insopportabile all’idea della separazione. Possiamo essere consapevoli del pericolo e continuare a sperare che qualcosa cambi. Questa contraddizione non dimostra che la violenza sia desiderata, né che chi la subisce ne sia responsabile. Mostra piuttosto che l’attaccamento affettivo non è un contratto che la ragione può rescindere semplicemente riconoscendone le condizioni sfavorevoli. La psicoanalisi ha contribuito a mettere in discussione l’immagine di un individuo completamente trasparente a se stesso, capace di governare i propri sentimenti attraverso decisioni consapevoli. Freud aveva mostrato quanto la vita psichica sia attraversata da ambivalenze, conflitti e ripetizioni che non coincidono necessariamente con ciò che il soggetto dichiara di volere. Possiamo amare e odiare la stessa persona. Possiamo desiderare la vicinanza di qualcuno e temerla. Possiamo cercare protezione proprio nel luogo nel quale abbiamo sperimentato l’insicurezza. Ma attenzione: riconoscere questa complessità non significa affermare che chi subisce violenza desideri inconsciamente essere ferito. La violenza appartiene alla responsabilità di chi la esercita. Il fatto che una persona possa continuare a provare amore, attaccamento o speranza verso il proprio aggressore non trasforma l’aggressione in qualcosa di condiviso, voluto o provocato dalla vittima. Questa distinzione deve rimanere ferma, soprattutto quando utilizziamo concetti psicoanalitici come la ripetizione, il masochismo o il godimento. Sono categorie teoriche complesse che, applicate superficialmente, rischiano di trasformarsi in strumenti di colpevolizzazione. La domanda clinicamente interessante non è perché una persona abbia voluto essere ferita. È piuttosto come possa continuare a esistere un legame affettivo quando la relazione è diventata anche un luogo di paura, dolore e pericolo. Per comprendere questa possibilità dobbiamo abbandonare l’idea che amore e paura siano sempre sentimenti reciprocamente incompatibili. In alcune relazioni caratterizzate da violenza, la persona che ferisce può essere anche quella alla quale la vittima si rivolge per cercare conforto, rassicurazione o una promessa di cambiamento. Chi ha provocato il dolore può presentarsi successivamente come colui che desidera ripararlo. Dopo l’aggressione possono arrivare le scuse, il pentimento, le dichiarazioni d’amore, le promesse di non ripetere mai più ciò che è accaduto. E la persona che ha subito la violenza può trovarsi davanti a due immagini apparentemente inconciliabili dello stesso individuo: colui che l’ha ferita e colui che afferma di amarla. Il problema non è che la vittima non veda necessariamente la violenza. È che la violenza può coesistere, nella sua esperienza, con ricordi, sentimenti, speranze e legami che non scompaiono automaticamente. Talvolta la promessa di cambiamento può diventare particolarmente potente proprio perché proviene dalla persona che ha causato la sofferenza. Se chi mi ha ferito riconoscesse finalmente ciò che ha fatto, se comprendesse davvero il mio dolore, se cambiasse, se diventasse la persona che avevo creduto di amare, allora forse tutta questa sofferenza potrebbe acquistare un significato diverso. Il desiderio di riparazione può così intrecciarsi con il desiderio di conservare il legame. Non si tratta necessariamente di una scelta pienamente libera tra alternative equivalenti. Possono intervenire paura, isolamento, dipendenza economica, pressioni familiari, minacce, assenza di protezione, responsabilità verso i figli e molte altre condizioni concrete. Ridurre tutto alla psicologia individuale sarebbe un errore. Non si può comprendere una relazione violenta ignorando le condizioni materiali e sociali che possono rendere difficile o pericoloso interromperla. E tuttavia esiste anche una dimensione affettiva che merita di essere interrogata. Perché talvolta ciò che una persona teme di perdere non è soltanto il partner reale, ma anche il futuro che aveva immaginato con lui. Una relazione non è fatta esclusivamente di ciò che accade nel presente. È fatta anche di promesse, progetti, identificazioni, ricordi, aspettative. Quando un legame diventa distruttivo, separarsi può significare dover rinunciare non soltanto alla persona, ma all’intera storia che avevamo costruito attorno a quella persona. Non perdiamo soltanto qualcuno. Possiamo perdere anche la vita che avevamo immaginato di vivere con lui. Ed è forse per questo che la speranza può diventare così difficile da abbandonare. Non sempre speriamo semplicemente che l’altro cambi. Talvolta speriamo che il cambiamento dell’altro possa salvare retroattivamente ciò che abbiamo vissuto. Se finalmente mi amerà nel modo in cui avevo sperato, allora forse non avrò sbagliato tutto. Se finalmente riconoscerà il mio valore, allora forse le umiliazioni non saranno state inutili. Se finalmente diventerà la persona che mi aveva promesso di essere, allora forse potrò recuperare il futuro che avevo immaginato. Ma una relazione non diventa sicura perché chi ha esercitato violenza dichiara di essere cambiato. Il pentimento non cancella la responsabilità, e una promessa non costituisce di per sé una garanzia di sicurezza. Questo ci conduce a una distinzione fondamentale tra amore e possesso. Quando qualcuno afferma «Se non sei mia, non sarai di nessun altro», non sta semplicemente esprimendo la paura di perdere una persona amata. Sta negando all’altro la possibilità di desiderare autonomamente. Il problema non è più soltanto la sofferenza provocata dalla separazione. È l’impossibilità di riconoscere che l’altro possa scegliere una vita nella quale noi non occupiamo più il posto che vorremmo. L’altro viene trasformato in qualcosa che deve appartenerci. E quando tenta di sottrarsi, la sua libertà viene vissuta come un’intollerabile sottrazione di proprietà. Il possesso comincia là dove il desiderio dell’altro smette di essere riconosciuto come legittimo. È una questione che possiamo interrogare anche attraverso Lacan. Il desiderio umano non coincide semplicemente con il bisogno di un oggetto. È attraversato dalla domanda d’amore, dal desiderio dell’Altro e dall’impossibilità di ottenere una garanzia definitiva sul posto che occupiamo per qualcuno. Possiamo chiedere all’altro di amarci, sceglierci, restare, rassicurarci. Ma nessuna dichiarazione può abolire completamente la possibilità che un giorno l’altro desideri diversamente. Nessuno può possedere definitivamente il desiderio di un’altra persona. È precisamente questa impossibilità che rende il legame amoroso un’esperienza nella quale siamo inevitabilmente esposti alla perdita. Amare qualcuno significa anche riconoscere che quella persona potrebbe non sceglierci. L’amore non ci consegna il diritto di abolire la libertà dell’altro per proteggerci dalla possibilità di perderlo. Quando la separazione viene affrontata attraverso la minaccia, il controllo o la violenza, non siamo davanti a un amore particolarmente intenso. Siamo davanti a una condotta che tenta di sostituire il riconoscimento dell’altro con il dominio. Eppure una parte della nostra cultura continua a utilizzare un linguaggio che rende questa distinzione pericolosamente ambigua. «È geloso perché ti ama». «Non può vivere senza di te». «Se reagisce così è perché tiene troppo a te». «Nessuno ti amerà mai come lui». Frasi apparentemente romantiche possono contribuire a normalizzare comportamenti che limitano progressivamente l’autonomia dell’altro. Naturalmente la gelosia, da sola, non equivale alla violenza. La paura di perdere qualcuno appartiene a molte esperienze amorose. Ma quando quella paura diventa sorveglianza, minaccia, isolamento, coercizione o aggressione, non può essere giustificata attraverso l’intensità del sentimento. Non tutto ciò che viene chiamato amore riconosce davvero l’altro come soggetto. E qui incontriamo un paradosso ancora più doloroso: la persona che esercita il controllo può presentarlo come una forma di protezione, mentre chi lo subisce può trovarsi progressivamente a organizzare la propria vita attorno alla necessità di evitare nuove reazioni violente. Si comincia a modificare il proprio comportamento. A scegliere le parole con cautela. A rinunciare a determinati incontri. A nascondere pensieri, desideri, decisioni. A prevedere continuamente ciò che potrebbe provocare rabbia. La relazione può trasformarsi in un ambiente nel quale una parte crescente dell’energia psichica viene impiegata non per vivere, ma per prevenire il pericolo. E quando questa condizione si prolunga, la percezione delle proprie possibilità può restringersi. Ciò che dall’esterno appare come una scelta semplice può diventare, per chi vive quella situazione, un passaggio estremamente complesso. È per questo che domandare a una vittima «Perché non te ne vai?» rischia di essere una delle domande meno utili che possiamo rivolgerle. Presuppone che allontanarsi sia soltanto una decisione individuale e che la persona disponga necessariamente delle condizioni necessarie per realizzarla in sicurezza. Ma la separazione da un partner violento può comportare rischi concreti, soprattutto quando sono presenti minacce, controllo coercitivo o precedenti aggressioni. Non basta dire a qualcuno di andarsene. Bisogna rendere possibile e sicuro il suo allontanamento. E questo significa riconoscere che la violenza nelle relazioni non può essere affrontata esclusivamente attraverso l’interpretazione psicologica. Servono protezione, strumenti giuridici efficaci, reti sociali, autonomia economica, servizi accessibili e istituzioni capaci di intervenire. La psicoanalisi può contribuire a comprendere la complessità di un legame, ma non può sostituire la responsabilità collettiva di proteggere chi è esposto alla violenza. Ed è proprio qui che dobbiamo tornare alla vicenda dalla quale siamo partiti. Il matrimonio tra una donna e l’uomo che l’aveva gravemente aggredita può suscitare incredulità, rabbia, incomprensione. Ma nessuna di queste reazioni ci autorizza a trasformare la donna in un oggetto di giudizio. Non sappiamo quali condizioni abbiano accompagnato quella decisione, né possiamo dedurre dal matrimonio che la violenza sia stata superata, perdonata o cancellata. Il fatto che una vittima continui a provare sentimenti verso il proprio aggressore non rende meno grave ciò che ha subito. E il fatto che scelga di mantenere un legame non elimina la responsabilità di chi ha esercitato violenza. Una società che riconosce la libertà delle persone non può limitarsi a rispettare formalmente le loro decisioni ignorando le condizioni nelle quali vengono prese. Deve anche interrogarsi su quanto quelle decisioni possano essere attraversate da paura, dipendenza, isolamento, coercizione e mancanza di alternative. Ma deve farlo senza sostituire alla volontà della persona un nuovo paternalismo, senza pretendere di conoscere dall’esterno la verità definitiva del suo desiderio. È un equilibrio difficile, ma necessario: proteggere senza appropriarsi della voce di chi ha subito violenza. Da un punto di vista psicoanalitico, forse la domanda più importante non è perché una persona possa amare qualcuno che l’ha ferita. La vita psichica è attraversata da contraddizioni, e i sentimenti non scompaiono semplicemente perché abbiamo riconosciuto qualcosa di doloroso. La domanda più importante è che cosa accade quando un legame affettivo diventa il luogo nel quale la libertà, l’integrità e la sicurezza di una persona vengono compromesse. Che cosa accade quando il desiderio dell’altro viene vissuto come qualcosa da controllare? Quando la paura della perdita diventa un tentativo di possesso? Quando una promessa di amore viene utilizzata per ottenere la rinuncia alla propria autonomia? Quando il pentimento diventa una richiesta di cancellare ciò che è accaduto? Perché amare qualcuno non significa avere il diritto di chiedergli di sopportare la nostra violenza. E continuare ad amare qualcuno non significa essere obbligati a restare con lui. Possiamo provare sentimenti profondi verso una persona e riconoscere contemporaneamente che non è sicuro vivere accanto a lei. Possiamo desiderare che qualcuno cambi senza dover essere noi a verificare, attraverso la nostra esposizione al rischio, se quel cambiamento sia realmente avvenuto. Possiamo conservare il ricordo di una relazione senza doverla continuare. Possiamo riconoscere che qualcosa è stato importante senza permettergli di determinare il resto della nostra vita. La fine di un legame non richiede necessariamente la fine immediata dell’amore. È forse una delle verità più difficili da accettare. Talvolta dobbiamo allontanarci da qualcuno mentre continuiamo a desiderarlo. Talvolta la separazione precede la possibilità di elaborare la perdita. Talvolta la sicurezza deve essere costruita prima che il sentimento possa trasformarsi. Non sempre possiamo aspettare di non amare più una persona per riconoscere che una relazione è diventata pericolosa. Ed è qui che la psicoanalisi incontra un limite etico fondamentale: comprendere un legame non significa giustificarlo, così come comprendere le ragioni per cui una persona rimane non significa attribuirle la responsabilità della violenza che subisce. La complessità del desiderio non deve mai diventare un alibi per chi esercita il dominio. Il fatto che l’amore possa sopravvivere alla violenza non trasforma la violenza in amore. Il fatto che una persona possa perdonare non cancella ciò che è accaduto. Il fatto che qualcuno dichiari di essere cambiato non obbliga chi ha subito un’aggressione a concedergli una nuova possibilità. E soprattutto, nessuno deve dimostrare quanto ama qualcuno mettendo a rischio la propria vita. Forse il punto più inquietante della frase «Se non sei mia, non sarai di nessun altro» è proprio il suo tentativo di cancellare la possibilità della separazione. Non viene riconosciuto all’altro il diritto di andarsene, di cambiare desiderio, di scegliere diversamente. Eppure è precisamente questa possibilità a distinguere un legame amoroso da un rapporto di proprietà. L’altro non ci appartiene. Non ci appartiene il suo corpo. Non ci appartiene il suo futuro. Non ci appartiene il suo desiderio. Possiamo essere scelti, amati, desiderati, ma non possiamo trasformare quella scelta in un obbligo permanente. Un amore che non riconosce all’altro la possibilità di non amarci più rischia di diventare una richiesta di sottomissione. E forse è proprio da qui che dovremmo ricominciare a interrogare il modo in cui parliamo delle relazioni. Non domandandoci soltanto quanto qualcuno sia disposto a fare per amore, ma quanto sia capace di riconoscere la libertà della persona che dice di amare. Non misurando l’intensità di un sentimento attraverso la sofferenza che produce. Non scambiando il controllo per protezione, la gelosia per profondità, la paura per attaccamento, il possesso per fedeltà. E non chiedendo a chi ha subito violenza di dimostrare la propria forza attraverso una separazione immediata, come se la complessità del legame fosse una colpa ulteriore. La responsabilità della violenza rimane di chi la esercita. La responsabilità di costruire condizioni di protezione riguarda anche la società nella quale quella violenza avviene. La vicenda di Berfin Özek non dovrebbe diventare un’occasione per domandarsi come una donna possa aver compiuto una scelta che dall’esterno appare incomprensibile. Dovrebbe costringerci a formulare domande più difficili: come riconosciamo la violenza quando si presenta attraverso il linguaggio dell’amore? Come sosteniamo una persona che continua a provare sentimenti verso chi l’ha ferita? Come rendiamo concretamente possibile la sicurezza senza pretendere che la vittima debba prima dimostrare di avere smesso di amare? E come impediamo che la promessa di un cambiamento diventi un modo per sottrarsi alla responsabilità delle proprie azioni? Forse non esiste una risposta semplice, ma esiste una distinzione dalla quale non possiamo prescindere: l’amore può essere complesso, contraddittorio, ambivalente. La violenza, invece, non diventa meno violenza perché qualcuno continua ad amare chi l’ha esercitata. E se c’è qualcosa che dovremmo imparare a riconoscere, è che nessun sentimento, per quanto intenso, può trasformare un essere umano nella proprietà di un altro. Possiamo soffrire perché qualcuno non ci sceglie. Possiamo desiderare che ritorni. Possiamo attraversare la perdita, la gelosia, la rabbia e il dolore. Ma il desiderio dell’altro non è un debito che possiamo esigere attraverso la forza. L’altro non è nostro. E proprio perché non è nostro, può scegliere di amarci. Quando questa possibilità viene negata, non siamo davanti alla forma più estrema dell’amore. Siamo davanti alla sua negazione più radicale.
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
