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Psicologia

Thanatos: o come Freud aveva già compreso l’oscuro

Il 23 settembre 1939 ci lasciava Sigmund Freud. Quasi un secolo dopo, le sue teorie sono ancora particolarmente calzanti e influenti per comprendere un po’ di più di quei movimenti inconsci che ci caratterizzano come soggetti umani. Ma una delle idee più affascinanti e oscure della sua elaborazione teorica è proprio La pulsione di morte (Thanatos). E, per quanto all’epoca fu accolta con un tiepido entusiasmo, a distanza di anni siamo costretti a dover riscontrare questo concetto nella nostra vita di tutti i giorni: uno scrollare incessante nella home dei social, una fascinazione quasi morbosa per le catastrofi che ci circondano. Ciò che si può evidenziare ed evincere da tutto ciò è un grande avviso che lo psicoanalista austriaco aveva detto con questa declinazione della pulsione: non sempre facciamo ciò che ci fa stare bene.

Guardiamo un attimo la nostra giornata. Lavoriamo, studiamo, arriviamo a casa stanchi, ceniamo, magari ci guardiamo un film, o leggiamo un libro, e finalmente ci troviamo a letto. È mezzanotte passata, e abbiamo già sfogliato con un dito tutte le notizie più disastrose dalle quali siamo bombardati costantemente ogni giorni, dalla guerra, ai cambiamenti climatici, a efferati e sanguionolenti omicidi. Dovremmo cominciare a spegnere lo schermo e cominciare a dormire. Ma ancora una notizia passa sotto il polpastrello. Un’altra, e un’altra ancora. Niente che ci susciti piacevole, a parte qualche sciocco video, eppure continuiamo. Perché gli esseri umani sembrano quasi portati a ripetere esperienze dolorose anche quando pare non ne ricavino piacere? Nella sua opera Al di là del principio di piacere, Freud ipotizzò l’esistenza di un’ulteriore pulsione oltre a quella di piacere: la pulsione di morte. Cosa sarebbe? Una tendenza naturale dell’organismo a ritornare verso lo stato inorganico.

È un’idea controversa, ma soffermiamoci un attimo. Perché continuiamo a fare cose pur sapendo che ci fanno del male? Il piacere non basta. Ma come! Io non voglio il mio male! Freud aveva già avvisato: l’Io non è padrone a casa propria. E tutti quei movimenti inconsci che mettiamo in atto ripetitivamente riproducono uno schema relazionale che ci ferisce. Forse nell’essere umano esiste una qualche tipologia di spinta che non coincide per forza con la ricerca della felicità.

Freud aveva elaborato questo concetto dopo aver vissuto una delle due Grandi Guerre, e morendo poco prima dell’avvento della Seconda. A posteriori è difficile non vedere una consonanza tra la sua biografia e la sua teoria: mentre il continente entrava in anni duri, Freud stava domandandosi l’origine proprio di quella specifica pulsione. Forse oggi Thanatos non ha bisogno di tragedie o bombe. Oggi è più a portata di mano. È la notizia che sappiamo che ci farà star male e la leggiamo compulsivamente; è il video che riproduce atrocità. È quella strana sensazione che, dopo ore passata e leggere e guardare tragedie, ci attanaglia: voglio leggerne ancora. Forse Freud ha anticipato qualcosa di molto profondo: non siamo solo portati a fare ciò che ci fa soffrire, ma anche a ripeterlo nonostante la consapevolezza. E, oggi come oggi, ci basta aprire il telefono.

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Sigmund Freud – Al di là del principio di piacere

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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