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Psicologia

OASIS LIVE ’27: L’ANSIA DI ESSERCI

Il vero fan, il fan per moda e quella strana paura di rimanere fuori dalla propria vita. C’è un momento in cui un semplice codice alfanumerico può trasformarsi in qualcosa di molto più importante di ciò che effettivamente rappresenta. Arriva un’e-mail. La apri. Leggi: «IL TUO CODICE PER OASIS LIVE ’27». E improvvisamente il cuore accelera. Cominci a immaginare il concerto, a controllare le date, a organizzare gli spostamenti, a chiederti quanto costeranno i biglietti, se riuscirai a entrare nella piattaforma, se il sistema si bloccherà proprio quando arriverà il tuo turno. Non hai ancora acquistato nulla. Non hai un posto assegnato. Non hai nemmeno la certezza che quel codice ti permetterà di assistere al concerto. Eppure qualcosa è già accaduto. Quel codice ha smesso di essere una semplice sequenza di caratteri ed è diventato una promessa. Una possibilità. Un oggetto attorno al quale il tuo desiderio ha cominciato a organizzarsi. Da quel momento non stai più aspettando soltanto di comprare un biglietto. Stai aspettando di scoprire se potrai partecipare a qualcosa che, per ragioni che forse nemmeno tu conosci fino in fondo, senti di non poter perdere. Ed è proprio qui che una vicenda apparentemente banale, come la corsa ai biglietti per un concerto degli Oasis, può diventare un’occasione per interrogare alcuni aspetti profondi della nostra vita psichica. Perché non tutti desideriamo lo stesso concerto nello stesso modo. C’è chi aspetta da decenni di ascoltare dal vivo le canzoni che hanno accompagnato la propria adolescenza. Chi conserva ancora i vecchi CD, le fotografie, i biglietti dei concerti passati. Chi ricorda perfettamente dove si trovava quando ha ascoltato per la prima volta Don’t Look Back in Anger. E poi c’è chi ha scoperto gli Oasis soltanto recentemente, magari attraverso i social, chi conosce poche canzoni, chi desidera partecipare perché l’evento è diventato un fenomeno collettivo, perché tutti ne parlano, perché esserci significa poter raccontare di esserci stato. Due modi apparentemente diversi di desiderare lo stesso oggetto. Due forme di attesa che possono produrre la medesima ansia. Ma soprattutto due modi attraverso i quali un biglietto può diventare qualcosa che riguarda la nostra identità. Perché, a volte, non abbiamo paura di perdere un concerto. Abbiamo paura di perdere il posto che quel concerto occupa nella storia che raccontiamo di noi stessi. Per comprendere questa dinamica dobbiamo partire da una questione fondamentale: il desiderio umano non si esaurisce nell’oggetto verso il quale sembra dirigersi. Quando desideriamo qualcosa, non desideriamo necessariamente soltanto quella cosa. Desideriamo anche ciò che immaginiamo possa accadere attraverso di essa, ciò che rappresenta, il significato che assume nella nostra storia e il posto che potrebbe permetterci di occupare nel mondo. Un biglietto, materialmente, è soltanto un titolo di accesso. Ma psichicamente può diventare molto altro. Può rappresentare la possibilità di incontrare una parte perduta di sé, di sentirsi finalmente appartenenti a una comunità, di essere riconosciuti, di vivere un’esperienza che abbiamo atteso per anni o di non rimanere esclusi da qualcosa che sembra coinvolgere tutti. È in questa distanza tra l’oggetto materiale e il suo valore simbolico che nasce gran parte dell’intensità della nostra attesa. Perché se il biglietto fosse soltanto un biglietto, la possibilità di non ottenerlo produrrebbe una delusione circoscritta. Ma quando quel biglietto diventa il rappresentante di qualcosa di più grande, la sua perdita può assumere un significato sproporzionato rispetto al suo valore concreto. Non stiamo più semplicemente pensando: «Peccato, non potrò assistere al concerto». Possiamo arrivare a pensare: «Non posso credere che proprio io, dopo tutti questi anni, debba rimanere fuori». Ed è proprio quel «proprio io» a meritare la nostra attenzione. Perché introduce qualcosa che non riguarda più soltanto la musica. Introduce la nostra storia personale, il rapporto con il passato, il bisogno di riconoscimento e la convinzione che il nostro desiderio debba avere un posto particolare rispetto a quello degli altri. Pensiamo al fan che ascolta gli Oasis da trent’anni. Per lui quella musica potrebbe non essere semplicemente una colonna sonora. Potrebbe essere il luogo nel quale sono conservati frammenti della propria vita. La prima volta che ha ascoltato Live Forever. Un’estate trascorsa con gli amici. Una relazione sentimentale. Una stanza nella quale si rifugiava quando il mondo sembrava non comprenderlo. Un periodo nel quale il futuro era ancora una possibilità aperta e la vita non aveva assunto la forma che conosce oggi. Le canzoni hanno questa straordinaria capacità: possono diventare contenitori della nostra memoria affettiva. Non conservano soltanto ciò che abbiamo ascoltato, ma anche qualcosa di ciò che eravamo mentre lo ascoltavamo. E quando, molti anni dopo, quelle stesse note tornano a risuonare, può accadere qualcosa di difficile da spiegare attraverso la semplice nostalgia. Non ricordiamo soltanto il passato. Per qualche istante possiamo ritrovare il modo in cui quel passato ci faceva sentire. Una canzone può riportarci davanti a una persona che non vediamo più, dentro una casa che non abitiamo da anni, in una città che abbiamo lasciato, accanto a qualcuno che nel frattempo è morto. Può restituirci il ricordo di un corpo più giovane, di un desiderio che non conosceva ancora le proprie delusioni, di una vita che sembrava dover ancora cominciare. A volte una canzone non ci ricorda semplicemente chi eravamo. Ci permette di incontrare, per qualche istante, qualcuno che siamo stati e che non potremo più essere. Ecco perché, per alcuni, un concerto degli Oasis può assumere un significato che va ben oltre l’esperienza musicale. Non si tratta soltanto di ascoltare Liam Gallagher cantare una canzone amata. Si tratta di poterla ascoltare nuovamente insieme a tutto ciò che quella canzone ha rappresentato nella propria esistenza. È come se il concerto promettesse un incontro impossibile tra il presente e il passato. Io, oggi, con la mia età, le mie responsabilità, le mie perdite e le mie trasformazioni, mi ritrovo davanti a qualcosa che appartiene a un tempo nel quale ero un’altra persona. E per qualche istante posso immaginare che la distanza tra quei due momenti si riduca. Che ciò che è passato non sia completamente perduto. Che una parte di me sia ancora lì, ad aspettarmi. Ma questa promessa contiene inevitabilmente un paradosso. Perché il concerto potrà restituirmi la musica, forse perfino alcune sensazioni, ma non potrà restituirmi il tempo. Non potrò tornare davvero nella mia adolescenza. Non potrò ritrovare esattamente gli amici di allora, il modo in cui guardavo il mondo, le possibilità che immaginavo davanti a me. Il passato non è un luogo nel quale possiamo rientrare acquistando un biglietto. Eppure possiamo continuare a desiderare quell’incontro. Non perché crediamo necessariamente di poter tornare indietro, ma perché abbiamo bisogno di riconoscere che ciò che siamo stati continua ad appartenerci. Forse il fan storico non desidera soltanto vedere gli Oasis. Desidera poter dire, almeno per una sera, alla persona che era trent’anni fa: «Sono ancora qui. E questa canzone è ancora nostra». In questa prospettiva, l’ansia di non ottenere il biglietto può diventare qualcosa di più complesso della semplice paura di perdere un evento. Può essere vissuta come la possibilità di mancare un appuntamento con la propria storia. Naturalmente non tutti i fan sperimentano questa intensità emotiva, né ogni desiderio di assistere a un concerto deve essere interpretato come un tentativo di recuperare il passato. Ma quando un evento musicale si intreccia profondamente con la nostra biografia, possiamo comprendere perché la sua attesa assuma un significato così particolare. E possiamo comprendere anche perché la presenza di altri aspiranti spettatori possa diventare improvvisamente irritante. Perché mentre io aspetto di ritrovare una parte della mia vita, qualcun altro potrebbe desiderare lo stesso biglietto per ragioni completamente differenti. Ed ecco comparire una delle figure più discusse di ogni grande evento musicale: il cosiddetto fan per moda. Quello che fino a ieri non conosceva gli Oasis e oggi pubblica fotografie dei fratelli Gallagher. Quello che conosce soltanto Wonderwall. Quello che vuole esserci perché tutti ne parlano. Quello che magari acquista il biglietto senza aver mai ascoltato un album dall’inizio alla fine. È facile liquidare questa figura come superficiale, come qualcuno che non ama davvero la musica e che desidera soltanto partecipare a un fenomeno collettivo. Ma una lettura psicoanalitica dovrebbe diffidare delle spiegazioni troppo semplici. Perché anche il desiderio di partecipare a qualcosa che gli altri desiderano può essere profondamente umano. Lacan ha mostrato quanto il desiderio del soggetto sia intrecciato con il desiderio dell’Altro. Non desideriamo in un vuoto sociale, come individui completamente autonomi che scelgono i propri oggetti indipendentemente dal mondo che li circonda. Il nostro desiderio si costituisce anche attraverso gli altri, attraverso ciò che vediamo desiderare, ciò che viene riconosciuto come importante, ciò che sembra conferire valore e appartenenza. Questo non significa che ogni desiderio sia semplicemente imitazione. Significa che il rapporto tra ciò che vogliamo e ciò che gli altri desiderano è molto più complesso di quanto siamo abituati a pensare. Pensiamo a una persona che non ha mai avuto un particolare interesse per gli Oasis. Comincia a vedere fotografie, video, notizie, discussioni, persone entusiaste, amici che organizzano viaggi, conoscenti che condividono i propri codici. Progressivamente, qualcosa cambia. Il concerto non appare più come un evento musicale tra tanti. Diventa un momento collettivo al quale sembra importante partecipare. E allora nasce una nuova forma di desiderio. Non necessariamente il desiderio di ascoltare una determinata canzone, ma quello di essere presenti. Di poter dire «Io c’ero». Di partecipare a qualcosa che sembra destinato a diventare un ricordo condiviso. Di non essere l’unico a rimanere fuori mentre tutti gli altri vivono un’esperienza che continueranno a raccontare. A volte non desideriamo un evento perché ci interessa ciò che accadrà. Cominciamo a desiderarlo perché ci sembra insopportabile immaginare che accada senza di noi. È una dinamica che la contemporaneità digitale ha reso particolarmente visibile. I social network ci espongono continuamente alle esperienze degli altri. Concerti, viaggi, festival, ristoranti, mostre, eventi esclusivi. Ogni esperienza può essere fotografata, condivisa, raccontata e trasformata in un segno di appartenenza. Non partecipare significa talvolta assistere, attraverso uno schermo, alla rappresentazione di qualcosa dal quale siamo rimasti esclusi. È il fenomeno che viene comunemente chiamato FOMO, Fear of Missing Out, la paura di perdersi qualcosa. Ma sarebbe riduttivo considerarlo soltanto un prodotto dei social network. Le piattaforme digitali amplificano una questione più antica: il bisogno umano di appartenere e il timore di non occupare un posto nel desiderio degli altri. Perché essere esclusi da un evento può significare, simbolicamente, sentirsi esclusi da una comunità. Non essere presenti quando gli altri costruiscono un ricordo condiviso. Non poter partecipare alle conversazioni, ai racconti, alle fotografie, a quella particolare forma di riconoscimento che deriva dall’aver vissuto qualcosa insieme. E così il concerto può diventare un’occasione attraverso la quale tentiamo di garantirci un posto. Un posto nella fotografia. Un posto nella conversazione. Un posto nella memoria collettiva. Un posto nello sguardo degli altri. Il biglietto non garantisce soltanto l’ingresso a uno stadio. Può diventare la promessa di non essere lasciati fuori da una storia che tutti sembrano voler raccontare. Ma attenzione: questo non significa che chi scopre una band attraverso un fenomeno collettivo sia incapace di sviluppare un rapporto autentico con la sua musica. Non esiste un momento cronologico oltre il quale un interesse diventa illegittimo. Una persona può scoprire gli Oasis oggi, ascoltarli per la prima volta e vivere un’esperienza musicale profondamente significativa. Un’altra può ascoltarli da trent’anni e desiderare soprattutto di mostrare agli altri di essere presente. Le motivazioni umane raramente si lasciano dividere in categorie così nette. Possiamo amare una canzone e desiderare contemporaneamente di pubblicare una storia su Instagram. Possiamo essere fan storici e provare il piacere di partecipare a un evento esclusivo. Possiamo avvicinarci a un artista per moda e scoprire, attraverso quella moda, qualcosa che finirà per accompagnarci per tutta la vita. Non è la data in cui abbiamo cominciato ad amare qualcosa a stabilire automaticamente la verità del nostro desiderio. Ed è proprio qui che incontriamo la questione forse più interessante dell’intera vicenda: perché il fan storico può provare una rabbia così intensa nei confronti di chi desidera lo stesso biglietto senza avere alle spalle la sua stessa storia? Immaginiamo una situazione. Due persone partecipano alla vendita. La prima ascolta gli Oasis da trent’anni. Conosce gli album, i concerti, le interviste, le vicende dei fratelli Gallagher. Ha aspettato per anni la possibilità di rivederli dal vivo. La seconda li ha scoperti recentemente, conosce poche canzoni e desidera partecipare soprattutto perché l’evento è diventato popolare. La seconda ottiene il biglietto. La prima rimane fuori. La delusione è comprensibile. Ma può comparire anche qualcosa di diverso: un sentimento di ingiustizia. «Non è possibile. Io li ascolto da una vita e questo, che conosce soltanto Wonderwall, è riuscito a prendere il biglietto». È una frase che contiene una precisa rivendicazione simbolica. Non sto semplicemente dicendo che desideravo assistere al concerto. Sto affermando che la mia storia con quella musica dovrebbe attribuirmi un diritto particolare. Come se gli anni trascorsi ad amare una band costituissero una forma di credito da riscuotere nel momento in cui si presenta l’occasione di incontrarla. Come se il mio investimento affettivo dovesse essere riconosciuto da un sistema di vendita che, naturalmente, non conosce nulla della mia storia. Il problema non è più soltanto ottenere un biglietto. È ottenere il riconoscimento di ciò che quel biglietto dovrebbe significare per me. E forse è proprio questa mancata corrispondenza a rendere l’esclusione particolarmente dolorosa. Perché il sistema non distingue tra chi ha ascoltato gli Oasis per trent’anni e chi li ha scoperti ieri. Non conosce le nostre memorie, non sa quali canzoni ci hanno accompagnato nei momenti più difficili, non può attribuire un valore diverso alle nostre biografie. Davanti alla piattaforma siamo tutti aspiranti acquirenti. Ma davanti al nostro desiderio non siamo affatto uguali. Ognuno porta con sé una storia differente. Ed è possibile che la rabbia nasca proprio dallo scontro tra queste due dimensioni: l’unicità soggettiva del nostro legame con la musica e l’impersonalità del meccanismo attraverso il quale tentiamo di ottenere il biglietto. Il fan storico può sentire che qualcosa di profondamente personale viene trattato come una merce qualsiasi. E allora può cercare di ristabilire simbolicamente una differenza attraverso la distinzione tra veri fan e fan per moda. «Io sono un vero fan». «Io c’ero prima». «Io conosco le canzoni che gli altri non conoscono». «Io li ascoltavo quando nessuno ne parlava». Sono affermazioni che possono esprimere un legame autentico con la musica, ma che talvolta assumono anche la funzione di proteggere un’identità. Perché se il mio rapporto con gli Oasis costituisce una parte importante della storia che racconto di me stesso, la possibilità che qualcun altro possa partecipare allo stesso evento senza condividere quella storia può essere vissuta come una forma di svalutazione. Come se la presenza dell’altro minacciasse l’unicità del mio legame. Ma perché dovrebbe essere così? Perché il desiderio di un’altra persona dovrebbe sottrarre valore al mio? Perché il fatto che qualcuno abbia scoperto oggi una canzone che io ascolto da trent’anni dovrebbe rendere meno autentica la mia esperienza? Da quando abbiamo bisogno che gli altri amino qualcosa meno di noi per sentirci autorizzati ad amarla davvero? È una domanda che va ben oltre gli Oasis. Riguarda il nostro rapporto con l’identità, con l’appartenenza e con il bisogno di sentirci speciali attraverso ciò che scegliamo di amare. Ci definiamo attraverso la musica che ascoltiamo, i libri che leggiamo, gli artisti che seguiamo, le esperienze che abbiamo vissuto. E talvolta trasformiamo queste appartenenze in confini. Da una parte chi può considerarsi parte del gruppo. Dall’altra chi viene percepito come un intruso. Il paradosso è che proprio ciò che inizialmente ci aveva permesso di sentirci meno soli può diventare uno strumento attraverso il quale escludiamo gli altri. Una band che ci aveva fatto sentire compresi quando nessuno sembrava comprenderci può trasformarsi, molti anni dopo, nel simbolo di una distinzione che utilizziamo per stabilire chi abbia diritto di appartenere e chi no. Naturalmente questo non significa che tutte le forme di appartenenza siano equivalenti o che la storia di un fan non abbia un valore particolare per lui. Significa piuttosto che il valore della nostra esperienza non richiede necessariamente la svalutazione di quella altrui. Posso riconoscere che una canzone ha accompagnato trent’anni della mia vita senza pretendere che chi l’ha scoperta ieri debba desiderarla meno intensamente. Posso essere profondamente deluso per non aver ottenuto un biglietto senza trasformare la persona che lo ha acquistato in qualcuno che non lo meritava. Posso riconoscere la singolarità della mia storia senza chiedere agli altri di confermarla continuamente. Ma la questione non si esaurisce nel conflitto tra fan storici e nuovi ascoltatori. Perché esiste un terzo protagonista, forse il più importante: l’attesa stessa. Il momento nel quale abbiamo ricevuto il codice, ma non sappiamo ancora se riusciremo ad acquistare il biglietto. È una condizione psicologicamente particolare. Non siamo completamente esclusi, ma non siamo nemmeno ammessi. Possediamo qualcosa che sembra avvicinarci all’oggetto desiderato, senza garantirci di poterlo raggiungere. Il codice diventa così il rappresentante di una possibilità ancora aperta. E proprio perché quella possibilità non è certa, il nostro pensiero può cominciare a ruotarle attorno. Controlliamo l’e-mail. Rileggiamo le istruzioni. Verifichiamo l’orario della vendita. Ci informiamo sulle procedure. Immaginiamo cosa potrebbe andare storto. Cerchiamo di anticipare ogni possibile imprevisto. È come se la preparazione potesse offrirci una forma di controllo su un risultato che, almeno in parte, dipende da fattori che non possiamo governare. L’ansia dell’attesa nasce anche da questo: il desiderio è già arrivato a destinazione, mentre la realtà non ci ha ancora detto se potremo raggiungerla. Abbiamo già immaginato il concerto. Abbiamo già sentito le prime note. Abbiamo già pensato a chi porteremo con noi. Abbiamo già costruito un piccolo futuro nel quale quel biglietto esiste. Ma quel futuro non è ancora reale. È soltanto una possibilità. E quando una possibilità diventa emotivamente importante, l’incertezza può assumere un peso enorme. Il codice ci permette di sperare, ma non ci permette ancora di sapere. Ed è proprio questa distanza tra speranza e certezza a rendere l’attesa così intensa. Possiamo provare a leggere questa dinamica anche attraverso il rapporto tra desiderio e mancanza. Nella prospettiva lacaniana, il desiderio non coincide semplicemente con la soddisfazione di un bisogno. Non si esaurisce necessariamente nel possesso dell’oggetto che sembra prometterci appagamento. Il desiderio può continuare a spostarsi, a riorganizzarsi, a trovare nuovi oggetti attorno ai quali articolarsi. Nel nostro caso, prima desideriamo ricevere il codice. Quando lo riceviamo, desideriamo ottenere il biglietto. Quando otteniamo il biglietto, desideriamo che arrivi il giorno del concerto. Quando arriva il concerto, desideriamo che non finisca. E quando finisce, possiamo desiderare di riviverlo, di riascoltare le canzoni, di recuperare i video, di raccontare ciò che abbiamo vissuto. Non è una patologia. È una delle forme attraverso le quali il desiderio umano si manifesta. Il codice promette il biglietto. Il biglietto promette il concerto. Il concerto promette un’esperienza. Ma nessuna di queste promesse può garantire definitivamente ciò che speriamo di trovare attraverso di esse. Perché ciò che cerchiamo potrebbe essere qualcosa che non appartiene interamente all’evento. Potrebbe essere la possibilità di sentirci nuovamente giovani, di ritrovare un’appartenenza, di essere riconosciuti, di vivere un momento che sembri finalmente sottrarci alla ripetizione delle nostre giornate. Potrebbe essere il desiderio di interrompere, almeno per qualche ora, quella sensazione contemporanea di dover continuamente fare qualcosa, dimostrare qualcosa, partecipare a qualcosa. Eppure proprio la corsa ai biglietti rischia di riprodurre la stessa logica dalla quale vorremmo allontanarci. Dobbiamo esserci. Dobbiamo riuscirci. Dobbiamo ottenere ciò che gli altri stanno cercando di ottenere. Dobbiamo dimostrare che non siamo rimasti fuori. Il concerto, che avrebbe potuto rappresentare uno spazio di libertà e di piacere, può trasformarsi anticipatamente in una prestazione. Non basta più desiderare di ascoltare gli Oasis. Bisogna riuscire a esserci. E se non ci riusciamo, possiamo vivere l’esclusione come un fallimento personale. È qui che il fenomeno incontra una delle caratteristiche più significative della nostra epoca: la tendenza a trasformare ogni esperienza in qualcosa che dobbiamo conquistare, mostrare e possibilmente rendere memorabile. Non basta andare a un concerto. Bisogna partecipare al concerto di cui tutti parleranno. Non basta ascoltare una canzone. Bisogna poter raccontare di averla ascoltata nel momento giusto, nel luogo giusto, insieme alle persone giuste. Non basta vivere un’esperienza. Bisogna avere la sensazione che quell’esperienza aggiunga qualcosa alla nostra identità. E così anche il piacere può diventare un obbligo. Non desideriamo più soltanto esserci. Cominciamo a sentire che non possiamo permetterci di non esserci. Ma quando un desiderio si trasforma in un obbligo, qualcosa del suo carattere originario rischia di andare perduto. L’attesa non è più soltanto eccitazione. Diventa paura. La possibilità non è più soltanto una promessa. Diventa una minaccia di esclusione. Il concerto non è più soltanto qualcosa che vorremmo vivere. Diventa qualcosa che dobbiamo riuscire a ottenere per non sentirci privati di una parte della nostra storia o del nostro posto nel mondo. Ed è proprio a questo punto che il vero fan e il fan per moda, apparentemente così diversi, possono ritrovarsi nella medesima condizione. Il primo può temere di perdere un incontro con il proprio passato. Il secondo può temere di essere escluso da un’esperienza collettiva che sembra definire il presente. Uno può desiderare di ritrovare qualcosa che ha già vissuto. L’altro può desiderare di partecipare a qualcosa che tutti sembrano destinati a ricordare. Ma entrambi possono ritrovarsi davanti allo stesso schermo, con il cuore accelerato, ad aspettare che una piattaforma informatica decida se potranno partecipare. Uno teme di non ritrovare ciò che è stato. L’altro teme di non poter dire, un giorno, che c’era anche lui. Naturalmente questa distinzione non descrive necessariamente le motivazioni di ogni singolo spettatore. È una possibile chiave di lettura di due forme di desiderio che possono intrecciarsi, sovrapporsi e coesistere nella stessa persona. Perché anche il fan storico può desiderare di mostrare agli altri di essere presente. E anche chi si è avvicinato agli Oasis soltanto recentemente può vivere il concerto come un’esperienza profondamente personale. La psicoanalisi non dovrebbe servirci a distribuire patenti di autenticità, ma a interrogare le contraddizioni che attraversano il nostro rapporto con ciò che desideriamo. Ed è forse per questo che la distinzione tra veri fan e fan per moda, pur essendo comprensibile sul piano dell’esperienza soggettiva, diventa meno interessante quando tentiamo di utilizzarla per stabilire chi abbia davvero diritto a desiderare qualcosa. Perché il desiderio non funziona come una graduatoria di anzianità. Non diventa automaticamente più autentico perché è nato prima. Non diventa necessariamente superficiale perché è stato suscitato da un fenomeno collettivo. E soprattutto non ha bisogno di essere convalidato attraverso la svalutazione del desiderio altrui. Ma allora che cosa rimane di tutta questa ansia? Che cosa possiamo comprendere di noi stessi osservando il modo in cui aspettiamo un codice, cerchiamo un biglietto, temiamo di essere esclusi e giudichiamo le ragioni per cui gli altri desiderano partecipare allo stesso evento? Forse possiamo riconoscere che il nostro rapporto con la musica è molto più complesso di quanto immaginiamo. Che le canzoni non sono soltanto oggetti culturali, ma possono diventare luoghi della memoria, strumenti di identificazione, occasioni di appartenenza e rappresentanti di qualcosa che abbiamo perduto o che speriamo ancora di incontrare. Possiamo riconoscere che il desiderio di partecipare a un evento collettivo non è necessariamente una manifestazione di superficialità, ma può esprimere il bisogno profondamente umano di condividere esperienze e di sentirsi parte di qualcosa. E possiamo riconoscere che la rabbia verso chi ottiene ciò che noi non siamo riusciti a ottenere può talvolta raccontare qualcosa del nostro bisogno di essere riconosciuti, della paura che la nostra storia non venga considerata abbastanza importante, della difficoltà di accettare che ciò che per noi è unico possa essere, per qualcun altro, semplicemente un’esperienza tra tante. Ma soprattutto possiamo interrogarci su una questione che va ben oltre la musica: perché abbiamo così tanta paura di rimanere fuori? Fuori da un concerto. Fuori da una fotografia. Fuori da una conversazione. Fuori da un’esperienza che gli altri sembrano vivere senza di noi. Forse perché, in una società nella quale siamo continuamente esposti a ciò che gli altri fanno, acquistano, desiderano e raccontano, il rischio di non partecipare può diventare il simbolo di qualcosa di più profondo. La paura che la nostra vita stia accadendo altrove. Che ci sia sempre un’esperienza più importante di quella che stiamo vivendo. Che qualcun altro stia occupando il posto nel quale avremmo voluto essere. Che il tempo continui a scorrere mentre noi rimaniamo ad aspettare. Ed è forse proprio questa paura a rendere un codice per acquistare un biglietto così emotivamente potente. Perché per qualche istante quel codice sembra offrirci la possibilità di non rimanere indietro. Di essere ancora parte della storia. Di poter dire che, nonostante il tempo trascorso, le occasioni perdute, le trasformazioni della vita, qualcosa di ciò che abbiamo amato è ancora raggiungibile. Ma forse dovremmo anche ricordare che la nostra storia non dipende interamente dalla possibilità di partecipare a un evento. Che trent’anni di musica non vengono cancellati da una vendita esaurita. Che le canzoni che ci hanno accompagnato nei momenti più importanti della nostra vita non appartengono maggiormente a chi riesce a ottenere un posto sotto un palco. Che nessun sistema di prenotazione può stabilire quanto autenticamente abbiamo amato un artista. E che, allo stesso modo, chi scopre oggi quella musica non deve chiedere il permesso a chi l’ha scoperta prima per poterne essere profondamente toccato. Il biglietto può darci accesso a un concerto. Non può attribuirci, né sottrarci, il diritto di appartenere alla nostra storia. Forse è proprio questo il punto dal quale dovremmo ripartire. Non dalla necessità di stabilire chi sia un vero fan e chi stia semplicemente seguendo una moda, ma dalla possibilità di riconoscere che dietro lo stesso desiderio possono nascondersi storie completamente differenti. C’è chi vuole ascoltare gli Oasis perché quella musica lo ha accompagnato per tutta la vita. C’è chi vuole esserci perché ha appena scoperto qualcosa che lo entusiasma. C’è chi cerca un incontro con il proprio passato. C’è chi desidera costruire un ricordo nuovo. C’è chi vuole condividere un’esperienza con gli amici. C’è chi spera, per una sera, di sentirsi parte di qualcosa di più grande. E forse nessuno di questi desideri ha bisogno di essere trasformato in una competizione morale. Perché ciò che rende importante un’esperienza non è necessariamente la possibilità di dimostrare agli altri quanto la meritiamo. È il significato che quella esperienza assume per noi. E allora, mentre aspettiamo davanti allo schermo, con il codice pronto, il cuore accelerato e la speranza che tutto vada per il verso giusto, potremmo provare a rivolgerci una domanda diversa da quella che ci accompagna ossessivamente durante la vendita. Non soltanto: «Riuscirò a ottenere il biglietto?». Ma anche: «Che cosa sto cercando davvero attraverso questo biglietto?». Forse un concerto. Forse una parte della mia giovinezza. Forse il riconoscimento di una passione che mi accompagna da anni. Forse la possibilità di condividere un momento con qualcuno che amo. Forse il desiderio di non sentirmi escluso da ciò che tutti stanno vivendo. O forse qualcosa che non saprei nemmeno nominare, ma che comincia a farsi sentire non appena partono le prime note di una canzone. E se alla fine riusciremo a ottenere quel biglietto, sarà bellissimo poter vivere ciò che abbiamo atteso. Se non ci riusciremo, la delusione potrà essere reale, anche intensa. Non abbiamo bisogno di minimizzarla o di fingere che ciò che desideravamo non fosse importante. Ma potremo forse ricordare che non tutto ciò che conta nella nostra vita può essere acquistato, prenotato o garantito da un codice. Che la musica che ci ha accompagnato continuerà ad appartenerci anche se non saremo presenti sotto quel palco. Che il nostro passato non ha bisogno di un concerto per essere esistito davvero. E che il nostro presente non perde valore soltanto perché qualcun altro sta vivendo un’esperienza alla quale non abbiamo potuto partecipare. Forse non abbiamo così tanta paura di perdere un concerto. Abbiamo paura che qualcosa di importante accada senza di noi. Ma la nostra vita non si svolge soltanto nei luoghi nei quali tutti vorrebbero essere. Si svolge anche nelle stanze nelle quali abbiamo ascoltato una canzone per la prima volta, nelle automobili nelle quali l’abbiamo cantata a squarciagola, nei pomeriggi in cui ci ha fatto compagnia quando non avevamo nessuno, nei momenti in cui ci ha permesso di dare una forma a sentimenti che non sapevamo esprimere. E forse, prima ancora di sapere se riusciremo a ottenere un biglietto per gli Oasis, dovremmo ricordarci proprio questo: nessuno potrà mai acquistare il posto che quella musica occupa nella nostra storia. Perché quel posto non è in uno stadio. È dentro di noi. E non esiste una coda virtuale dalla quale qualcuno possa escluderci. 

Fonti:

Oasis – Live Forever

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa 

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