Un uomo è seduto al bancone di un bar, fuori è notte. Una donna è davanti a una finestra mentre sola osserva l’orizzonte. Due persone nella stessa stanza sembrano soli nonostante siano insieme, appartenenti a due mondi differenti. Non vi è interazione alcuna, neanche un urlo o un litigio. Però osserviamo queste scene e qualcosa dentro ci turba. Ed è il perturbante quotidiano sul quale fa affidamento Edward Hopper, uno dei più grandi pittori del ‘900 americano. E ciò che lo caratterizza di più è sempre stata la capacità di rappresentare la solitudine, senza mai parlarne direttamente.
I suoi personaggi ci parlano in maniera particolare, in quanto ci comunicano qualcosa che tutti noi a un certo punto della vita, o della giornata, sentiamo: la mancanza. E non sempre la mancanza equivale a un “mi manca qualcuno nello specifico”. Talvolta ci manca proprio chi si trova di fianco a noi. Prendiamo ad esempio proprio I nottambuli. Tutti i personaggi rappresentati all’interno del dipinto sono lì, soli, che aspettano qualcosa. Ed è proprio ciò che caratterizza questi quadro: l’attesa. Guardando quel quadro ci possiamo immaginare le mille vite diverse che potrebbero coinvolgere i protagonisti. Ma, come avviene per il desiderio, è qualcosa che rimane aperto. Non può essere incanalato in qualcosa di specifico, in quanto è proprio il movimento desiderante che apre a tante possibilità. Però desiderare vuol dire anche rivolgerci verso un qualcosa che non possediamo ancora completamente.
E la domanda che ci pone Hopper indirettamente è: quanto siamo davvero vicini all’altro? Sorprendentemente, nonostante l’epoca distante, è una domanda più che mai attuale. Siamo nel mondo fatto di connessioni. La rete dovrebbe aver ridotto qualsiasi tipologia di distanza fisica, portando le persone a potersi parlare nonostante i chilometri che li separano. Ma questo è un bene o un male? Recalcati ci aiuta a fare una distinzione importante tra la vicinanza fisica e la presenza. Essere accanto a qualcuno non significa necessariamente incontrarlo. Si può cenare uno davanti all’altro, e nel frattempo essere da tutt’altra parte. Si può dormire vicini, ma trovarsi in altri mondi emotivi.
Forse perché i rapporti umani sono similari ai rapporti che i soggetti di Hopper hanno con le finestre. Vedo qualcuno, qualcosa, ma non posso entrare completamente nel suo mondo. Riesco a percepirlo dal vetro, ma al contempo non riesco ad avvicinarmici quanto vorrei. Ma lo vorrei veramente? Osservo, desidero. E forse il desiderio umano, che ci porta a scastrarci dal nostro mondo di solitudine, nasce proprio lì: nello spazio tra ciò che vediamo e ciò che non possiamo possedere. È una volta che apriamo la finestra? Il desiderio si sposta, perché è cambiato lo scenario. Forse la vera vicinanza non consiste nel cancellare le distanza. Forse nasce nello stare davanti a quella distanza senza scappare subito.
——-
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
