Il 4 dicembre 1908 Carl Gustav Jung scrive a Sabina Spielrein una lettera inquieta. Non è una lettera d’amore nel senso rassicurante che attribuiamo abitualmente a questa espressione. Non contiene la serenità di qualcuno che abbia finalmente compreso ciò che prova. Al contrario, sembra scritta da un uomo attraversato da qualcosa che non riesce più a governare. Jung parla della propria debolezza, riconosce di avere dimenticato i propri doveri di medico nei confronti di Spielrein e formula poi un desiderio che, letto più di un secolo dopo, conserva una forza sorprendente: cerca qualcuno capace di amare senza punire l’altro, senza imprigionarlo, senza prosciugarlo; qualcuno capace di fare dell’amore un fine e non un mezzo. Poco dopo ammette di non riuscire a vivere senza la gioia di un amore impetuoso e continuamente mutevole. Sarebbe facilissimo prendere soltanto queste parole, separarle dalla storia dalla quale provengono e trasformarle nell’ennesima citazione romantica da condividere. Ma proprio facendo questo perderemmo la parte più interessante della lettera. Perché quelle parole non vengono pronunciate da un uomo che ha risolto il problema dell’amore. Vengono pronunciate da qualcuno che ne è completamente immerso. Jung non sta descrivendo una teoria dell’amore dall’esterno. Sta cercando di dare un nome a una contraddizione che lo riguarda direttamente. Spielrein era stata sua paziente, e nella stessa lettera Jung riconosce esplicitamente di aver oltrepassato i propri doveri medici. È proprio questa circostanza a impedirci di trasformare quelle parole in un innocuo manifesto sentimentale. E forse è precisamente per questo che possono diventare il punto di partenza per una domanda molto più difficile: si può amare qualcuno senza utilizzarlo, almeno un poco, per rispondere a qualcosa che manca dentro di noi? Vorremmo rispondere immediatamente di sì. Ci piace pensare che l’amore autentico sia quello puro, disinteressato, capace di volere soltanto il bene dell’altro. Diciamo: se ami davvero qualcuno devi lasciarlo libero. Se ami davvero qualcuno non devi possederlo. Se ami davvero qualcuno devi desiderare la sua felicità, persino quando quella felicità non coincide con te. Sono frasi bellissime. Il problema è che descrivono forse un ideale morale dell’amore molto più facilmente di quanto descrivano la realtà psichica di chi ama. Perché quando amiamo non incontriamo soltanto una persona. Incontriamo anche ciò che quella persona diventa dentro la nostra economia psichica. L’altro può farci sentire desiderati, riconosciuti, necessari, scelti. Può rassicurare qualcosa della nostra identità. Può lenire una solitudine molto più antica dell’incontro stesso. Può restituirci un’immagine di noi che desideriamo disperatamente credere vera. E allora dire “ti amo” diventa molto più complesso di quanto sembri. Che cosa amo quando amo qualcuno? Amo lui? Amo ciò che provo quando sono con lui? Amo il modo in cui mi guarda? Amo la persona che divento attraverso il suo sguardo? Amo ciò che realmente è oppure ciò che rappresenta per me? Freud aveva già mostrato quanto la scelta amorosa fosse intrecciata alla storia del soggetto. Non arriviamo all’amore come creature prive di memoria. Arriviamo portando con noi le prime esperienze di dipendenza, soddisfazione, frustrazione, perdita, attesa. L’altro che incontriamo nel presente non è mai semplicemente l’altro del presente. Qualcosa delle relazioni precedenti può depositarsi su di lui. Qualcosa viene cercato nuovamente, riconosciuto, ripetuto. È uno dei motivi per cui talvolta ci innamoriamo di persone molto diverse tra loro e finiamo sorprendentemente per vivere relazioni simili. Cambia il volto, ma qualcosa della scena rimane. Cambiano le parole, ma riconosciamo la stessa angoscia. Cambia la relazione, ma torniamo a domandarci se verremo abbandonati, se saremo abbastanza, se l’altro ci preferirà a qualcun altro. Forse non scegliamo soltanto una persona. A volte scegliamo inconsapevolmente anche un luogo già conosciuto nel quale tornare a occupare la nostra posizione. Ed è qui che l’amore comincia facilmente a confondersi con il possesso. Non necessariamente con il possesso evidente, violento, dichiarato. Esistono forme molto più sottili di prigionia amorosa. “Dimmi che mi ami.” “Dimmi che non te ne andrai.” “Dimmi che sarò sempre importante per te.” “Dimmi che non desidererai nessun altro.” “Dimmi che tra dieci anni sentirai esattamente ciò che senti oggi.” Non chiediamo semplicemente amore. Chiediamo all’altro di garantire il futuro. Gli chiediamo di proteggerci dall’incertezza. Gli chiediamo di trasformare un sentimento, che per sua natura vive nel tempo, in una promessa capace di sottrarci al tempo. Ed è comprensibile. Perché amare significa anche esporsi alla possibilità di perdere. Non possiamo amare veramente qualcuno senza consegnargli, almeno in parte, il potere di ferirci. L’indifferenza è molto più sicura dell’amore. Chi non conta non può abbandonarci. Chi non desideriamo non può rifiutarci. Chi non amiamo non può smettere di amarci. L’amore introduce invece una dipendenza che il nostro narcisismo fatica a sopportare: improvvisamente qualcosa del nostro benessere passa attraverso la libertà di un’altra persona. E quella persona non ci appartiene. Può cambiare. Può desiderare diversamente. Può scoprire qualcosa di sé che non ci comprende più. Può andarsene. Forse una parte del desiderio di possesso nasce precisamente dal tentativo impossibile di eliminare questa vulnerabilità. Se riesco a controllare l’altro, se conosco ogni suo movimento, se ottengo continue rassicurazioni, se trasformo la relazione in un contratto emotivo nel quale ogni gesto possiede un significato stabilito, allora forse potrò amare senza rischiare. Ma un amore completamente protetto dal rischio sarebbe ancora amore? Lacan introduce qui una difficoltà ancora più radicale. Il desiderio non è qualcosa che possiamo semplicemente soddisfare consegnandogli l’oggetto corretto. Il soggetto desiderante è strutturalmente attraversato da una mancanza, e nessuna persona può diventare definitivamente ciò che la colma. È forse una delle verità più difficili da accettare dentro una relazione: l’altro non può salvarci dalla nostra mancanza. Può amarci. Può accompagnarci. Può desiderarci. Può costruire con noi una vita. Ma non può diventare la soluzione definitiva al fatto che siamo esseri mancanti. Quando gli chiediamo di farlo, l’amore comincia a diventare un compito impossibile. L’altro deve continuamente dimostrarci qualcosa. Deve riempire ogni silenzio. Deve curare ogni insicurezza. Deve comprendere ciò che non comprendiamo di noi stessi. Deve rassicurarci ogni volta che la nostra immagine vacilla. E se non riesce, concludiamo facilmente che non ci ama abbastanza. Forse è questo uno dei modi in cui, per usare l’immagine potentissima della lettera di Jung, possiamo arrivare a “dissanguare” qualcuno senza accorgercene. Non gli togliamo il sangue. Gli chiediamo continuamente prove. Prove d’amore, prove di presenza, prove di desiderio, prove di fedeltà, prove del fatto che siamo ancora importanti. E nessuna prova basta definitivamente, perché ciò che cerchiamo di risolvere attraverso l’altro non nasce necessariamente dall’altro. Così ogni rassicurazione funziona per qualche tempo e poi deve essere rinnovata. “Mi ami?” “Certo.” Per qualche ora la domanda tace. Poi ritorna sotto un’altra forma: “Perché hai risposto così?” “Perché non mi hai scritto?” “A cosa stavi pensando?” “Perché hai guardato quella persona?” Non sempre la gelosia parla dell’esistenza di un rivale. A volte parla dell’impossibilità di credere davvero di poter essere scelti. Ed è qui che amare senza imprigionare diventa molto più difficile di quanto suggerisca qualsiasi frase motivazionale. Perché non significa diventare improvvisamente esseri perfettamente autonomi che non hanno bisogno di nulla. Un amore senza bisogno, senza dipendenza, senza vulnerabilità, senza desiderio di essere scelti sarebbe forse altrettanto disumano. Non si tratta di eliminare il bisogno dell’altro. Si tratta di riconoscere che avere bisogno dell’altro non ci autorizza a possederlo. La differenza è enorme. Posso desiderare che tu rimanga senza trasformare la tua permanenza in un obbligo. Posso soffrire all’idea di perderti senza fare della mia sofferenza una colpa che devi espiare. Posso avere paura che tu cambi senza pretendere che tu rimanga identico per rassicurarmi. Posso chiederti qualcosa senza trasformare quella richiesta in un debito infinito. Forse l’amore adulto non è quello che non pronuncia mai “ho bisogno di te”. È quello capace di aggiungere: “ma so che non sei nato per risolvere tutto ciò che manca in me”. E proprio qui la lettera di Jung diventa paradossale. Nelle stesse pagine in cui immagina qualcuno capace di amare senza punire o imprigionare, chiede a Spielrein rassicurazioni sulle sue intenzioni e le domanda di restituirgli qualcosa dell’amore, della pazienza e dell’altruismo che egli riteneva di averle dato durante la malattia. Non è necessario trasformare questa contraddizione in un processo morale contro Jung per riconoscerne la potenza. Forse è precisamente la contraddizione di tutti noi. Desideriamo un amore libero e contemporaneamente desideriamo che quella libertà scelga sempre noi. Diciamo all’altro “voglio che tu sia libero”, ma spesso aggiungiamo silenziosamente “purché, una volta libero, tu voglia esattamente ciò che voglio io”. È una delle contraddizioni più profonde dell’amore. Vogliamo essere scelti, ma affinché quella scelta abbia valore deve essere libera. Se costringessimo qualcuno ad amarci, il suo amore non significherebbe più nulla. Eppure proprio la libertà che rende prezioso il suo amore è anche ciò che rende possibile perderlo. Non possiamo avere una cosa senza l’altra. Essere amati significa essere scelti da qualcuno che potrebbe anche non sceglierci. Forse è questa la parte dell’amore che nessuna promessa può cancellare completamente. Anche quando costruiamo una relazione stabile, anche quando pronunciamo parole solenni, anche quando condividiamo una casa, dei figli, decenni di vita, l’altro rimane altro. Non diventa una nostra proprietà psichica. Non smette di possedere una zona alla quale non abbiamo accesso. Lacan ha insistito radicalmente sull’impossibilità di una complementarità perfetta tra due soggetti. L’amore non elimina la distanza. Semmai tenta continuamente di costruire qualcosa attraverso quella distanza. E forse proprio per questo possiamo amare qualcuno per anni e continuare a scoprirlo. Se l’altro fosse completamente conoscibile, se potessimo possederne ogni pensiero, anticiparne ogni gesto, eliminarne ogni segreto, probabilmente avremmo ottenuto ciò che la gelosia sogna e contemporaneamente distrutto una parte di ciò che rende possibile il desiderio. Perché desideriamo anche ciò che ci sfugge. L’altro ci attrae proprio perché non coincide interamente con ciò che sappiamo di lui. C’è sempre un resto. Qualcosa che non comprendiamo completamente. Ed è forse lì che l’amore deve compiere la sua operazione più difficile: rinunciare a trasformare il mistero dell’altro in una minaccia. Non significa tollerare qualsiasi comportamento in nome della libertà. Amare senza possedere non significa accettare tradimenti, violenze, manipolazioni o rinunciare ai propri limiti. Una relazione è anche fatta di accordi, responsabilità e reciprocità. La libertà dell’altro non cancella la nostra. Possiamo dire: questo per me è inaccettabile. Possiamo andarcene. Possiamo chiedere fedeltà se quella è la forma di relazione che entrambi abbiamo scelto. La differenza sta forse altrove: tra formulare un limite e pretendere di governare il desiderio dell’altro. Possiamo chiedere un comportamento. Non possiamo comandare un desiderio. Possiamo chiedere sincerità. Non possiamo obbligare qualcuno a non essere attraversato da ambivalenze. Possiamo costruire una promessa. Non possiamo garantire che nessuno dei due cambierà mai. È terribile, se ci pensiamo. Ma forse è anche ciò che rende l’amore vivo. Perché allora amare non significa possedere una certezza. Significa continuare a incontrare qualcuno che non è mai definitivamente nostro. E forse la parola “nostro”, quando diciamo “il mio uomo”, “la mia donna”, “il mio compagno”, contiene già un’ambiguità meravigliosa. “Mio” può significare appartenenza, ma può significare anche legame. Il problema comincia quando confondiamo le due cose. Una persona può appartenere alla nostra storia senza appartenerci. Può essere profondamente legata a noi senza diventare una nostra estensione. Può amarci senza avere il compito di confermare continuamente chi siamo. E forse anche noi possiamo imparare qualcosa di simile: amare qualcuno non per renderlo responsabile della nostra completezza, ma per incontrarlo nella sua irriducibile alterità. È molto meno romantico della fusione e infinitamente più difficile. Perché la fusione promette: non saremo più due. L’amore forse dovrebbe riuscire a dire qualcosa di diverso: resteremo due, e proveremo comunque a costruire un noi. Un noi che non cancelli l’io e il tu. Un legame abbastanza forte da sostenere la vicinanza e abbastanza vivo da non trasformare la vicinanza in prigionia. Forse è questo che rende così potente, ancora oggi, quella domanda nata dentro una lettera tormentata del 1908. Non perché Jung ci abbia consegnato la formula dell’amore perfetto. La sua stessa vicenda ci impedirebbe una lettura così ingenua. Ma perché ha nominato una tensione che continua a riguardarci: desideriamo disperatamente essere amati e, proprio perché lo desideriamo, corriamo continuamente il rischio di chiedere all’altro più di quanto l’amore possa garantire. Vorremmo che ci amasse senza smettere. Che ci desiderasse senza esitazioni. Che restasse senza cambiare. Che fosse libero, ma non abbastanza libero da poterci perdere. Forse allora la domanda più difficile non è “quanto mi ami?”. Potrebbe essere un’altra: che cosa sto chiedendo al tuo amore di fare al posto mio? Di convincermi che valgo? Di proteggermi dall’abbandono? Di riparare ciò che qualcuno prima di te ha spezzato? Di impedirmi di sentirmi solo? Di garantirmi che sarò desiderabile per sempre? Non c’è nulla di vergognoso nel riconoscere questi desideri. Diventano pericolosi quando non sappiamo più distinguerli dall’amore stesso. Perché forse amare qualcuno non significa non aver bisogno di lui. Significa riuscire lentamente a vedere dove finisce il nostro bisogno e dove comincia la sua libertà. E restare proprio lì, su quel confine fragilissimo, senza trasformare la paura di perderlo nel diritto di possederlo. Forse non esiste davvero quella “persona non ancora realizzata” capace di amare senza mai ferire, trattenere, chiedere, dipendere. Siamo esseri umani, non ideali amorosi. Ma forse possiamo almeno accorgerci dei momenti in cui diciamo “ti amo” mentre, senza saperlo, stiamo chiedendo: “Ti prego, impediscimi di sentire ciò che non riesco a sopportare da solo.” E forse qualcosa dell’amore comincia davvero quando l’altro può risponderci, senza per questo amarci di meno: “Posso stare con te. Ma non posso vivere al posto tuo.”
—
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
