Massimo Troisi racconta Napoli e sembra, almeno all’inizio, raccontare esattamente la città che tutti si aspettano. C’è il sole. Ma non un sole qualsiasi: a Napoli, naturalmente, deve esserci un sole enorme, esagerato, quasi obbligatorio. Non piove mai. Poi c’è la musica. Tutti cantano, tutti suonano, mandolini e chitarre praticamente camminano per strada, entrano negli autobus, negli uffici, diventano perfino pericolosi per i bambini perché qualcuno potrebbe colpirli accidentalmente con il manico di una chitarra. Poi arrivano la pizza e gli spaghetti. Sempre. A Napoli, racconta Troisi, sembra addirittura vietato mangiare qualsiasi altra cosa. Pizza e spaghetti fino a rovinarsi il fegato. E proprio quando la caricatura sembra essere arrivata al suo punto massimo, Troisi racconta di essere tornato improvvisamente a casa. Bussa. Il padre domanda chi sia. «So’ Massimo». La porta si apre e il padre, quasi sollevato, gli confessa: «Meno male che si’ tu, viene avanti, stammo magnanno ’e gnocchi». È una battuta straordinaria perché in pochi secondi compie un’operazione molto più sofisticata di quanto sembri: non nega lo stereotipo, lo esaspera fino a farlo crollare. Troisi non dice semplicemente che Napoli non è sole, mandolino, pizza e spaghetti. Sarebbe troppo facile. Fa qualcosa di più intelligente: immagina cosa accadrebbe se Napoli fosse davvero costretta a essere continuamente la Napoli che gli altri immaginano. Ed è lì che lo stereotipo diventa comico, perché portato alla lettera rivela la propria assurdità. Se Napoli è la città del sole, allora non deve piovere mai e un impermeabile diventa un oggetto inutile. Se Napoli è la città della musica, allora tutti devono andare al lavoro con mandolini e chitarre. Se Napoli è la città della pizza e degli spaghetti, allora mangiare gnocchi deve diventare quasi un’attività clandestina. Il meccanismo della comicità di Troisi è spesso questo: prendere una cosa che siamo abituati a considerare naturale e guardarla abbastanza a lungo da farla diventare improvvisamente strana. E forse proprio per questo quella scena ci permette di parlare di qualcosa che va molto oltre Napoli. Che cosa accade quando un’identità viene raccontata così tante volte da diventare un obbligo? Gli stereotipi funzionano in maniera particolare. Non sono necessariamente completamente falsi. Se lo fossero, probabilmente avrebbero meno forza. Napoli ha realmente un rapporto straordinario con la musica, con il cibo, con la luce, con la strada, con una tradizione culturale riconoscibile in tutto il mondo. Il problema comincia quando alcuni elementi veri vengono selezionati, ingranditi e ripetuti fino a pretendere di rappresentare il tutto. A quel punto non stiamo più raccontando una città. Stiamo costruendo un personaggio. E un personaggio, per essere riconoscibile, deve ripetere sempre gli stessi gesti. Napoli deve essere solare. Il napoletano deve essere spiritoso. Deve sapersi arrangiare. Deve avere una battuta pronta. Deve amare il calcio. Deve mangiare pizza. Deve parlare in un certo modo. Deve trasformare perfino la difficoltà in folklore. Se soffre, possibilmente deve farlo con simpatia. Se protesta, sarebbe meglio che lo facesse con una battuta. Se racconta qualcosa di doloroso, prima o poi qualcuno gli chiederà di far ridere. È qui che lo stereotipo smette di essere soltanto una rappresentazione esterna e può diventare qualcosa di più sottile: una richiesta rivolta a chi viene rappresentato. Non ti sto semplicemente dicendo come ti vedo. Sto cominciando a chiederti di comportarti in modo da confermare ciò che penso di te. E questo meccanismo non riguarda soltanto le città. Accade continuamente anche alle persone. Un bambino viene definito timido e progressivamente ogni suo comportamento viene interpretato attraverso quella parola. Un altro diventa “quello divertente” della famiglia e scopre che gli altri si aspettano da lui una battuta anche quando non ha alcuna voglia di ridere. Una donna viene considerata forte e improvvisamente sembra non avere più il diritto di crollare. Un uomo viene riconosciuto come quello affidabile e può finire per sentirsi colpevole ogni volta che ha bisogno di qualcuno. Lo stereotipo possiede questa caratteristica: prima descrive, poi prescrive. All’inizio dice “sei così”. Dopo un po’ comincia silenziosamente a dire “devi continuare a essere così”. Lacan ci permette di rendere ancora più interessante questa dinamica attraverso il rapporto tra il soggetto e l’Altro. Nessuno costruisce la propria identità completamente da solo. Impariamo chi siamo anche attraverso le parole che gli altri utilizzano per nominarci, attraverso le immagini nelle quali veniamo riconosciuti, attraverso le aspettative che incontriamo. Prima ancora di sapere chi siamo, qualcuno ha già detto qualcosa su di noi. Siamo il figlio intelligente, la bambina difficile, quello sensibile, quella responsabile. Entriamo nel linguaggio attraverso significanti che ci precedono. Ma nessun significante riesce a dire completamente chi siamo. Ed è precisamente qui che nasce il problema dello stereotipo: pretende di far coincidere una persona, un popolo, una città con alcune parole che dovrebbero esaurirli. Napoli diventa sole, pizza, mandolino. Parigi diventa romanticismo. Londra diventa pioggia. Il Sud diventa lentezza. Il Nord diventa efficienza. E più un’immagine viene ripetuta, più smettiamo di percepirla come una costruzione. Diventa semplicemente “la realtà”. Troisi interviene proprio in questo punto. Prende quei significanti e li fa impazzire. Se davvero Napoli è il mandolino, allora immaginiamo una città nella quale tutti camminano fisicamente con un mandolino. Improvvisamente ciò che sembrava naturale appare ridicolo. È quasi una tecnica psicoanalitica della comicità: far parlare un discorso abbastanza a lungo perché mostri da solo la propria contraddizione. Ma c’è qualcosa di ancora più interessante. Chi vive dentro uno stereotipo può finire per utilizzarlo anche per raccontare se stesso. È inevitabile. Se il mondo continua a restituirci una determinata immagine, prima o poi possiamo cominciare a riconoscerci almeno parzialmente in quella stessa immagine. E allora il rapporto diventa ambiguo. Possiamo rifiutare lo stereotipo e contemporaneamente utilizzarlo. Possiamo irritarci quando qualcuno riduce Napoli alla pizza e poi sentirci orgogliosi quando la pizza napoletana viene celebrata nel mondo. Possiamo detestare l’idea del napoletano sempre ironico e contemporaneamente riconoscere nell’ironia una forma profondissima della cultura napoletana. Non c’è contraddizione da risolvere necessariamente. L’identità funziona anche così: non è qualcosa di puro che esiste prima dello sguardo degli altri. Si costruisce continuamente nel conflitto tra il modo in cui ci raccontiamo e il modo in cui veniamo raccontati. Ma proprio per questo esiste una differenza enorme tra riconoscersi in qualcosa ed essere ridotti a quella cosa. Napoli può amare la propria pizza senza essere la pizza. Può avere una tradizione musicale immensa senza essere condannata al mandolino. Può avere una luce straordinaria senza essere obbligata a vivere sotto un sole permanente. Può essere ironica senza essere costretta a trasformare ogni dolore in una battuta. Può essere accogliente e contemporaneamente arrabbiata. Generosa e feroce. Bellissima e difficile. Colta e popolare. Antichissima e contemporanea. Contraddittoria. Come tutte le città vive. Forse ciò che infastidisce davvero dello stereotipo non è che dica qualcosa di falso su di noi. È che dice troppo poco e pretende che quel poco sia tutto. E questo vale anche nelle relazioni. Quante volte ci innamoriamo di un’immagine dell’altro e poi ci irritiamo quando la persona reale smette di corrisponderle? “Non eri così.” “Sei cambiato.” “Una volta eri più dolce.” “Tu sei sempre stato quello forte.” A volte non stiamo chiedendo all’altro di essere se stesso. Gli stiamo chiedendo di continuare a interpretare il personaggio attraverso cui abbiamo imparato ad amarlo. Ed è una forma sottilissima di violenza relazionale: non permettere all’altro di sorprenderci. Perché conoscere davvero qualcuno significa anche accettare che possa contraddire l’immagine che abbiamo costruito di lui. Significa concedergli il diritto di non essere sempre ciò che abbiamo capito. Forse vale lo stesso per una città. Una città è viva proprio perché eccede continuamente il racconto che ne facciamo. Napoli, in particolare, sembra possedere una relazione quasi esasperata con il proprio immaginario. È stata raccontata, cantata, fotografata, giudicata, amata, disprezzata, mitizzata così tante volte che a volte sembra difficile distinguere la città dal discorso sulla città. E forse la grandezza di Troisi consiste anche nell’essersi infilato precisamente in quello spazio. Non ha avuto bisogno di dichiarare guerra allo stereotipo napoletano. Lo ha abitato abbastanza da deformarlo dall’interno. Ha utilizzato la lingua, il ritmo, l’ironia, la gestualità che il pubblico riconosceva come napoletani e contemporaneamente ha impedito che diventassero una maschera rassicurante. Il suo napoletano non è l’uomo che possiede sempre la risposta. Spesso balbetta, esita, torna indietro, si corregge, non sa come dire ciò che vorrebbe dire. Ed è proprio questa esitazione a renderlo universale. Perché sotto Napoli compare improvvisamente qualcosa che appartiene a tutti: la difficoltà di essere contenuti nell’immagine che gli altri hanno di noi. Forse è questo che rende ancora così viva quella battuta sugli gnocchi. Il padre che apre la porta e confessa quasi clandestinamente che stanno mangiando qualcosa che non appartiene alla sceneggiatura prevista non sta semplicemente chiudendo uno sketch. Sta facendo entrare la vita. Perché la vita comincia spesso proprio dove lo stereotipo smette di funzionare. Dove il napoletano non mangia pizza. Dove quello forte chiede aiuto. Dove quella sempre sorridente dice che oggi non ha voglia di sorridere. Dove il figlio modello delude i genitori. Dove la persona timida prende la parola. Dove chi abbiamo sempre conosciuto in un modo improvvisamente fa qualcosa che non avevamo previsto. Forse la libertà possiede anche questa forma minuscola: il diritto di contraddire la propria descrizione. Il diritto di non rappresentare continuamente il luogo da cui veniamo, la famiglia alla quale apparteniamo, il ruolo che abbiamo occupato, persino la persona che siamo stati fino a ieri. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a diventare la caricatura di ciò che gli altri hanno imparato a riconoscere. E forse Troisi, raccontando una Napoli nella quale perfino mangiare gnocchi deve essere fatto quasi di nascosto, ci lascia una domanda molto più seria della risata con cui la scena si conclude: quanto della nostra vita trascorriamo cercando di essere ciò che gli altri si aspettano di trovare quando aprono la porta? Forse diventare se stessi comincia anche da un gesto apparentemente insignificante: smettere, almeno qualche volta, di servire agli altri il piatto che si aspettano da noi. E avere finalmente il coraggio di dire: stasera, a casa mia, si mangiano gli gnocchi.
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
