C’è un’idea che ci accompagna per tutta la vita, e della quale non ci accorgiamo neanche: quella secondo cui dentro di noi esisterebbe un io solido, fermo, a tal punto da poter dire “io penso, io scelgo, io faccio”. Sembra un’apparente banalità. D’altronde, chi potrebbe pensare i miei pensieri se non io stesso? Eppure questa esperienza così apparentemente scontata è stata messa in crisi nel corso degli anni da due discipline intersecate fra loro: filosofia e psicoanalisi. Entrambe ci portano di fronte alla crisi dell’idea espressa inizialmente: il nostro io non è poi così forte.
Se l’Io non fosse un punto di partenza di qualcosa nello specifico, ma piuttosto il risultato di un processo di formazione? Prendiamo ad esempio il pensiero di Giovanni Gentile. Nelle sue impervie elaborazioni teoriche, ciò che di più radicale arriverà ad affermare il filosofo italiano sarà proprio che l’Io non esiste prima del pensare, bensì si realizza proprio nell’attività del pensiero. Cosa vuol dire questo? Semplicemente che non c’è la macchina fotografica che possa fotografarne un’altra, non c’è il punto di partenza di eccellenza, ma solo il processo che la rende tale.
È paradossale come il pensiero di Freud rispetto all’Io trovi punti in comune con il pensiero di Gentile, e nello specifico per quanto concerne l’idea che l’Io non è padrone a casa propria. L’Io crede costantemente di sapere come agisce, le scelte che fa, ma la psicoanalisi lo pone di fronte a un interrogativo radicale: ne sei proprio sicuro? E allora tutti i sintomi che ti caratterizzano dove si localizzano? E se le basi di partenza sono differenti, i risultati del ragionamento sono uguali: non c’è una vera e propria sostanzialità dell’Io, e arroccarsi in essa è il più grande delirio del soggetto umano.
Com’è strano mettere in crisi il processo identitario in un’epoca come questa! Pensiamoci un attimo. Siamo abituati a parlare di identità come un profilo da compilare. Se ci pensiamo, test attitudinali e psicologici, logiche social network, descrivono l’Io come una sorta di scheda tecnica. Come se dietro all’insieme di aggettivi che ci caratterizza ci fosse il nostro Io, vestito di tutto punto. E se l’Io fosse meno una cosa da scoprire, e più un processo da comprendere? Piuttosto che definirlo, rafforzarlo, come vorrebbe un certo ramo dell’Ego Psychology, forse bisognerebbe comprendere più come esso si sia formato. Perché, affermiamolo, non sempre un Io con confini e rigido è positivo. Talvolta arroccarsi nel proprio Io può essere più dannoso che ascoltare il proprio inconscio.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
