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Psicologia

NESSUNO È DAVVERO CHI DICE DI ESSERE

Vent’anni fa usciva The Departed, uno dei film più inquietanti di Martin Scorsese, e forse non è casuale che una delle sue battute più memorabili chiami in causa proprio Freud. A pronunciarla è Colin Sullivan: «Freud diceva che gli irlandesi sono l’unico popolo impenetrabile alla psicoanalisi». La frase è diventata celebre, anche se non abbiamo prove attendibili che Freud l’abbia realmente pronunciata. Ma forse è proprio questo piccolo falso a introdurci perfettamente nel mondo di The Departed: una frase attribuita a qualcuno che probabilmente non l’ha mai detta, pronunciata da un uomo che non è ciò che dice di essere, dentro un film nel quale quasi nessuno coincide con l’identità che mostra agli altri. Tutto il film potrebbe essere letto a partire da una domanda apparentemente semplice: chi sei quando nessuno ti vede? Billy Costigan è un poliziotto costretto a diventare criminale. Colin Sullivan è un uomo di Costello diventato poliziotto. Il primo deve apparire colpevole pur essendo dalla parte della legge; il secondo deve apparire innocente pur lavorando per il crimine. Entrambi vivono dentro una finzione, entrambi mentono, entrambi devono controllare continuamente ciò che dicono, ciò che mostrano, persino il modo in cui reagiscono. Eppure sarebbe troppo semplice concludere che sotto quelle maschere esista finalmente il loro vero volto. È precisamente qui che The Departed diventa interessante per la psicoanalisi. Perché Freud ci ha insegnato qualcosa di molto più destabilizzante dell’idea che gli esseri umani mentano: ci ha insegnato che possiamo mentire anche senza sapere di mentire e, soprattutto, che possiamo dire qualcosa di vero proprio nel punto in cui vorremmo nasconderlo. Il soggetto non possiede completamente le ragioni dei propri gesti. L’inconscio incrina l’idea rassicurante di un Io trasparente a se stesso. Per questo una delle illusioni più resistenti è pensare che dentro ciascuno di noi esista un’identità autentica, perfettamente integra, nascosta sotto una serie di maschere sociali, e che basterebbe togliere quelle maschere per scoprire finalmente chi siamo davvero. Ma cosa accade quando una maschera viene indossata abbastanza a lungo? Billy entra nel mondo criminale per fingere, ma quella finzione entra progressivamente nel suo corpo. Vive nella paura, nell’aggressività, nell’ipercontrollo. Deve essere credibile per sopravvivere e, per essere credibile, non può limitarsi a recitare. Colin compie il movimento opposto. Costruisce una vita rispettabile, una carriera, un appartamento, una relazione, un’immagine pubblica perfettamente integrata. Non sembra un criminale che ogni sera torna segretamente alla propria vera identità. La menzogna è diventata la struttura stessa della sua esistenza. Ed è qui che la domanda cambia: se trascorri una parte sufficiente della tua vita fingendo di essere qualcuno, dove finisce la finzione e dove cominci tu? Lacan avrebbe complicato ulteriormente il problema, perché per lui l’Io stesso nasce attraverso identificazioni. Diventiamo qualcuno anche attraverso le immagini nelle quali ci riconosciamo e attraverso le parole con cui gli altri ci nominano. Figlio. Poliziotto. Criminale. Uomo rispettabile. Traditore. Buono. Cattivo. Sono significanti che sembrano dirci chi siamo, ma nessuno di essi riesce a esaurire il soggetto. C’è sempre qualcosa che sfugge. Ed è forse questo il vero significato che possiamo dare all’idea dell’“impenetrabilità” evocata all’inizio del film: non esistono popoli magicamente immuni alla psicoanalisi; esiste, semmai, qualcosa di impenetrabile in ciascun essere umano. Non perché dentro di noi sia nascosto un segreto definitivo che l’analista deve scoprire, ma perché il soggetto non coincide mai completamente con ciò che può dire di sé. Noi stessi siamo, almeno in parte, degli sconosciuti a noi stessi. The Departed costruisce un intero universo attorno a questa impossibilità di sapere definitivamente chi sia l’altro. Tutti osservano tutti. I telefoni vengono controllati. Le informazioni vengono intercettate. Le identità vengono verificate. Ognuno cerca la talpa, il traditore, l’infiltrato. Si accumulano dati nella speranza che da qualche parte esista finalmente la prova capace di stabilire chi è chi. Ma più aumenta la sorveglianza, più cresce la paranoia. È un paradosso straordinariamente contemporaneo. Viviamo in un’epoca nella quale possiamo sapere moltissimo degli altri. Vediamo fotografie, opinioni, viaggi, relazioni, gusti, lavori, corpi, case. Possiamo conoscere in pochi minuti dettagli della vita di una persona che un tempo avrebbero richiesto anni di frequentazione. Eppure questa enorme disponibilità di informazioni non sembra aver eliminato l’enigma dell’altro. Forse lo ha persino aumentato. Perché vedere continuamente qualcuno non significa conoscerlo. Sapere cosa pubblica non significa sapere cosa desidera. Conoscere la sua storia non significa conoscere la verità della sua storia. E soprattutto ciò che una persona mostra non è necessariamente falso soltanto perché è costruito. Anche le nostre maschere raccontano qualcosa di noi. Colin vuole disperatamente essere l’uomo che mette in scena. Non desidera soltanto ingannare gli altri: desidera che quella finzione diventi vera. Vuole appartenere al mondo che ha costruito, essere riconosciuto come rispettabile, liberarsi simbolicamente dall’origine dalla quale proviene. La sua menzogna non nasconde semplicemente la verità: rivela anche un desiderio. Billy, al contrario, soffre perché la distanza tra ciò che deve mostrare e ciò che crede di essere diventa progressivamente insostenibile. Il suo corpo paga il prezzo della contraddizione. Ansia, insonnia, farmaci, paura. È come se chiedesse continuamente a qualcuno di garantire che, sotto il personaggio che è costretto a interpretare, esista ancora lui. E qui compare Madolyn, non casualmente una psicologa. I due uomini arrivano da lei attraverso strade differenti, ma entrambi portano nella relazione qualcosa che non riescono a dire completamente. Ed è significativo che proprio nel luogo in cui dovrebbe esserci la parola più sincera continui a esserci opacità. Perché la psicoanalisi non è una macchina della verità. Non serve a interrogare qualcuno finché confessa chi è veramente. La sua scoperta più radicale è quasi opposta: quando parliamo sinceramente di noi stessi, qualcosa continua comunque a sfuggirci. Possiamo essere assolutamente sinceri e tuttavia non dire tutta la verità, perché la verità del soggetto non coincide con ciò che il suo Io conosce. È per questo che lapsus, ripetizioni, contraddizioni, dimenticanze e sintomi diventano così importanti per Freud. Non sono semplicemente errori da eliminare. Sono punti nei quali il discorso smette di obbedire perfettamente all’immagine che vorremmo offrire di noi. Forse è proprio lì che The Departed diventa qualcosa di più di un magnifico film su poliziotti e criminali. Il suo vero territorio è l’identità. Tutti vogliono sapere da che parte stia qualcuno, come se stabilire l’appartenenza potesse finalmente risolvere l’enigma. Buono o cattivo. Poliziotto o criminale. Fedele o traditore. Ma Scorsese costruisce continuamente zone nelle quali queste categorie cominciano a contaminarsi. E non perché tutto sia uguale o perché non esista differenza morale tra le scelte. Le differenze esistono e hanno conseguenze enormi. Il punto è un altro: nessuna etichetta riesce da sola a raccontare completamente un essere umano. È una tentazione che conosciamo bene anche fuori dal cinema. Vogliamo sapere chi abbiamo davanti rapidamente. Cerchiamo una definizione. Narcisista. Tossico. Fragile. Manipolatore. Empatico. Ansioso. Evitante. Depresso. Red flag. Green flag. Persino il linguaggio psicologico, nato per comprendere la complessità, può trasformarsi in uno strumento per eliminarla. Una parola ci tranquillizza perché sembra chiudere il caso. “Adesso ho capito chi sei.” Ma forse proprio in quel momento abbiamo smesso di ascoltare. La psicoanalisi, quando non viene ridotta a un catalogo di etichette, compie il movimento contrario: restituisce complessità là dove vorremmo una definizione definitiva. Non domanda soltanto “chi sei?”, ma ascolta cosa accade mentre tenti di rispondere. Perché potremmo scoprire che alcune delle cose che diciamo di essere servono soprattutto a difenderci da ciò che non sappiamo di noi. “Io sono fatto così.” Quante volte questa frase descrive davvero un’identità e quante volte chiude una porta? “Sono sempre stato così.” “Io non ho bisogno di nessuno.” “Non sono geloso.” “Non mi importa.” “Posso smettere quando voglio.” “Non provo più niente.” Sono dichiarazioni che possono essere vere, false o entrambe le cose contemporaneamente, perché il soggetto umano possiede la straordinaria capacità di credere alle proprie costruzioni. In The Departed il problema della menzogna diventa quindi molto più inquietante del semplice nascondere qualcosa agli altri. Il vero pericolo comincia quando abbiamo bisogno della nostra menzogna per continuare a sapere chi siamo. Colin non può semplicemente confessare senza perdere molto più della carriera: rischierebbe di perdere l’intera immagine attraverso cui ha costruito se stesso. E forse è questa una delle ragioni per cui cambiare può essere così difficile anche nelle nostre vite. Non difendiamo soltanto comportamenti, relazioni o abitudini. A volte difendiamo l’identità che abbiamo costruito attorno a essi. Se smetto di essere quello che salva tutti, chi sono? Se non sono più la vittima di quella storia, chi divento? Se lascio la relazione attraverso cui mi sono definito per vent’anni, che cosa resta di me? Se smetto di essere quello forte, qualcuno continuerà ad amarmi? La maschera non è sempre qualcosa che possiamo semplicemente togliere. A volte è diventata una parte della pelle. Per questo un percorso analitico non consiste nel distruggere tutte le maschere per raggiungere un presunto Io puro nascosto sotto di esse. Forse consiste piuttosto nel riconoscere quali identificazioni ci abitano, quali storie continuiamo a raccontarci, quali ruoli ripetiamo e quale prezzo paghiamo per continuare a sostenerli. Fino a poter dire: questa immagine mi appartiene, ma non sono soltanto questa immagine. A vent’anni dalla sua uscita, The Departed continua allora a porci una domanda che va molto oltre la trama del film. Quanto conosciamo davvero le persone che amiamo? Quanto conosciamo coloro con cui lavoriamo, dormiamo, discutiamo, condividiamo la vita? E soprattutto, quanto conosciamo la persona che ogni mattina riconosciamo nello specchio? Forse la frase attribuita a Freud è sbagliata storicamente, ma contiene involontariamente qualcosa di profondamente psicoanalitico. Non sono gli irlandesi a essere impenetrabili alla psicoanalisi. Siamo tutti, in qualche misura, impenetrabili a noi stessi. Ed è precisamente per questo che parliamo. Non per arrivare un giorno a una definizione definitiva di ciò che siamo, ma per scoprire che dietro ogni risposta può esserci ancora una domanda. Perché forse la menzogna più pericolosa non è quella che raccontiamo agli altri. È quella che ripetiamo così a lungo da non ricordare più che, un giorno, avevamo cominciato a raccontarcela.

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese 

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